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Perché non c’è pace?

a cura di Carla Corradi con la collaborazione di Paolo Ober

 

Prefazione

Perché dopo Anima Animalis (2006) e Peccati del III millennio (2007) una nuova proposta della Digitalart in forma di domanda? Mi sono accorta ben presto  che la risposta era piuttosto difficile e complessa, trascurando quella scontata: perché c’è guerra. Ma chiedersi il perché dell’ovvio è uno dei presupposti dell’atto creativo. Volevo forse essere aiutata a capire la pace, dato che tutti vorremmo ottenerla, volevo cercare di realizzare qualcosa in collaborazione con gli artisti che ci spinga verso l’obbiettivo, senza la presunzione di raggiungerlo, ma salvando un apporto personale al problema che moralmente ci  metta  nella condizione di averci almeno provato. O forse ancora perché, per una sorta di deformazione professionale, è mia convinzione che trovata la causa o le cause di un fenomeno è possibile ricercare una soluzione.

Noi siamo immersi nelle antinomie che sempre ci portano a scegliere, quasi ad ogni ora del giorno, il sì o il no,  il bene o il male, il giusto e l’ingiusto… e non è detto che le contrapposizioni, così care alla filosofia greca, non servano, sono forse necessarie per cercare  un equilibrio, un compromesso, un’omeostasi, un’evoluzione, dove il processo che si attraversa rende adulti consapevoli e quasi sempre migliori.

Il conflitto in sé  quindi può essere necessario, quando non è supportato dalle armi e dalla crudeltà. In realtà è proprio questo che rifiutiamo, non l’antinomia che vi sottende.

Pensando al perché non c’è pace siamo portati come prima istanza a guardare dentro di noi e a chiederci le ragioni della nostra guerra intrapsichica e scopriamo che a scatenare la nostra reazione aggressiva e anche la violenza è il torto, la frustrazione, l’ingiustizia, la minaccia alla nostra vita o a quella di chi amiamo. Gli stessi elementi, la frustrazione in primo piano, sottendono anche l’atto creativo che scaturisce proprio dal processo  meditato per trovare una soluzione. 1)

 Ma questo non significa che  sempre reagiamo impulsivamente, distruggendo chi è responsabile dell’avere suscitato il nostro impulso. Riflettiamo in genere prima di agire e ci tratteniamo dal portare a compimento l’atto immaginato, perché pensiamo alle conseguenze o perché facciamo riferimento a un ordine morale, a una graduatoria di valori che ognuno dovrebbe avere, o perché valutiamo la possibilità di un accordo verbale  o di una lotta pacifica.  In una parola è la cultura che dovrebbe intervenire a dirottare la reazione violenta verso altre modalità di soluzione  dei conflitti.

Dice Albert Sweitzer:   “…E’ mia profonda convinzione che la soluzione consista nel riuscire a respingere la guerra per una ragione etica.”  2)  

“ L’uomo è diventato un superuomo…non solo perché dispone di forze fisiche innate, ma grazie alle conquiste della scienza e della tecnica, governa le forze latenti nella natura e può metterle al suo servizio. Il superuomo, grazie a un ordigno appositamente inventato, è giunto a servirsi dell’energia sprigionata dalla deflagrazione di una determinata mistura di prodotti chimici. Ma il superuomo soffre di n’imperfezione funesta. La sua mente non si è elevata al livello di una ragione sovrumana. ”  3)

Ma questo è ancora lontano dal realizzarsi perché il valore è stato incrinato dalla storia, o meglio la graduatoria dei valori mette ancora  ai primi posti il potere, la conquista, l’interesse economico, da ottenersi con la sopraffazione del più debole e non ancora il rispetto della vita in tutte le sue forme e i diritti di ogni essere vivente a realizzarla.

E’ ben vero che Eros e Thanatos, o Venere  e Marte, coabitano nel nostro più profondo essere come forze archetipiche di una archeologia della mente , e in quanto i miti sono la normazione dell’irragionevole, e  l’uno da sempre sovrasta l’altro come se avesse una vita autonoma inconscia, appena innescato il processo, 4) ma proprio perché entrambi possono prendere il sopravvento, sta a noi tutti evitare che le pulsioni di morte abbiano la meglio sulla forza dell’Eros, iniziando proprio da noi stessi, anche se immani esperienze, abitudini, passato che hanno pervaso il mondo dai suoi esordi,  portano ancora la soluzione dei conflitti verso un’unica modalità di soluzione. Cambiano solo i mezzi di distruzione: dalla clava alle armi atomiche e chimiche.

Sembra però “che quasi mai una pulsione di un tipo possa agire isolatamente, essa è sempre legata, vincolata, come noi diciamo, con un certo ammontare della controparte, che ne modifica la meta e, talvolta, solo così ne permette il raggiungimento. 5)

Nel pensiero di Hillman non è forse rappresentato il Tao della filosofia orientale?

Ci sono diversi tipi di pace: c’è quella del cuore, quella dell’ambiente familiare, quella politica, quella economica, quella dopo la guerra. In sintesi quella interpersonale - cioè relativa ai rapporti fra le persone, quella intrapersonale (che riguarda i rapporti con la propria interiorità, con tutti gli ambiti e i piani che la caratterizzano), ma c’è anche e quella infrapersonale, che riguarda i rapporti con il mondo non solo umano: chi non sente le sofferenze degli animali, o considera irrilevante il problema ecologico, difficilmente sarà operatore di pace tra gli uomini. Ma come si fa in un’era di globalizzazione a trovare la propria pace, prescindendo da quella che manca a milioni di individui che ancora muoiono per effetto della guerra?

In uno sguardo retrospettivo mi chiedo con Carbonetto: ” Come sarebbe stata la nostra civiltà se non si fosse modellata su una seriosità imposta? Se avesse preso come normalità la gaiezza e non la preoccupazione? Se non si nutrisse di quella graduatoria di colpe terrene e pene ultraterrene che ci ha angustiato fin da bambini? Se non si valorizzasse una cosiddetta “saggezza popolare” che si basa su detti come «Chi ride in gioventù, piange in vecchiaia»? Come sarebbe se il diritto alla ricerca della felicità fosse statuito non soltanto nella Costituzione americana? E se questo diritto portasse con sé il diritto all’allegria, il diritto alla sconfitta, il diritto di avere diritti? Sarebbe tutto diverso perché i diritti collidono con schiavitù, guerra, caste, gerarchie”  6)

Per Umberto Veronesi   “ la pace è nel DNA degli uomini.” 7).

A sostegno di questa affermazione invito a leggere l’opera di Frans de Waal  “La scimmia che siamo” nella quale l’autore studioso dei primati  sostiene la nostra duplice discendenza dagli scimpanzé e dai bonobo dai quali ci separano solo 2,5 milioni di anni: gli scimpanzé  ci impressionano per la loro violenza e le rigide gerarchie di potere all’interno del branco, mentre i bonobo sembrano incarnare le nostre migliori qualità quali la generosità, la gentilezza, l’altruismo   (empatia).  Guarda caso il leader degli scimpanzé è il maschio dominante, quello dei bonobo è la femmina…8)

“I progressi scientifici ottenuti nei campi del DNA e delle biotecnologie, in medicina e nello sviluppo energetico ci danno speranza per delle soluzioni pacifiche alle nostre sfide più impegnative. Dove esiste la fame, la scienza può creare nuove colture, dove esiste la siccità la scienza può portare l’acqua, dove esiste la malattia la scienza può sviluppare nuovi medicinali e tecnologie e dove esiste l’ignoranza la scienza può sviluppare nuovi metodi di insegnamento. Una delle nostre massime priorità è quella di insegnare nelle scuole come risolvere le discussioni in modo tale che gli alunni possano imparare a sviluppare la cultura della non-violenza e a risolvere le proprie divergenze pacificamente “ 8)

Possiamo però prescindere in gran parte dall’influenza del DNA, in quanto come ha scoperto Bruce Lipton 9) è ciò in cui crediamo che determina ciò che siamo.

Insegnare già nella famiglia e poi a scuola  a sopportare la frustrazione, a cercare soluzioni alternative all’istinto che vuole tutto e subito, a interporre tra esso e l’azione il tempo del ripensamento, suggerito dal NO.  Ma soprattutto estendere  il concetto di mio, tutto quello che appartiene al bambino (madre, padre, fratelli, giocattoli, ambiente, cose ma anche  la sua  lingua,  il suo territorio, la sua storia, la sua  cultura,  le sue abitudini,  i suoi costumi, il suo Dio, le norme morali, il colore della pelle) a quello che possiamo definire in una parola  come il PROPRIUM che comprenda l’identità di europeo, di occidentale, fino a quella di cittadino del mondo.

Più facile sarà allora la capacità di identificazione, cioè la possibilità di mettersi nei panni dell’altro, di provare empatia, e quindi di non tener conto solo del proprio interesse.  Lo sanno fare anche i bonobo.  9)

Più facile per noi sarà riconoscere un legame con tutto quello che ci circonda, essendo fatti della stessa energia che pervade tutto l’universo.

Possibile ascoltarci, come dovrebbe fare la coppia in crisi, i governi in conflitto, le religioni monoteiste che vantano ognuna il possesso della verità. Ascoltare la verità dell’altro e comunicare la nostra per trovare punti di contatto e attuare un compromesso, con la necessità di una parziale rinuncia a tutto quanto riteniamo inizialmente inderogabile.

Lascio la parola, con la sua forza, a quanti hanno aderito a questa proposta con scritti e opere e che hanno necessariamente a lungo pensato per realizzarla. Ringrazio anche coloro che hanno inizialmente aderito, ma non si sono sentiti di portarla a compimento o perché hanno cozzato con la propria guerra interiore, o con la rassegnazione che tutto fosse inutile. La rassegnazione è il nemico numero uno che dovremo combattere per vincere la pace. E mi dispiace di dover usare questi termini che sono entrati ormai nel nostro linguaggio.

Non credo nell’inutilità del pensiero e nemmeno nell’inutilità della parola, in fondo le grandi idee realizzate dall’umanità sono prima state pensate da una sola persona, poi sono state comunicate..

Ringrazio chi mi ha aiutata a portare a compimento questa piccola sfida, che ha però comportato per tutti, scrittori, poeti e artisti, una grande fatica  di introspezione e di analisi personale, politica, religiosa…

Invito tutti a diffondere il contenuto di questo lavoro e a fare diventare un albero grande il piccolo seme che abbiamo cercato di piantare nella nostra mente e nel nostro cuore.

 Carla Corradi

 

1) Carla Corradi: Tesi di laurea: Il problema della creatività. 1973.

2)        Albert Schweitzer. Discorsi dei premi nobel per la pace.  Ed. INDI  2008 Pag.46

3)        Ibidem pag.53

4)        James Hillman: Un terribile amore per la guerra. Adelphi 2004 

5)        Gianpaolo Carbonetto  Ridere è una cosa seria. Palazzo Consolati,  Trento sabato 4 luglio 2009

6)        Umberto Veronesi. «Science for Peace»: Incontri su arte, diritto e cinema. Milano 2009

7)        Ibidem

8)        Frans de Waal: La biologia delle credenze (come il pensiero influenza il DNA e ogni cellula)  Ed Macro 2006

9)        Ibidem, pag. 187

 

 

Gino Tomasi

Una storia condivisa

Sono tuttora poco accettati, a livello di ricerca ma anche di diffusione conoscitiva, certi parallelismi dei comportamenti individuali e sociali dell'uomo comparati con quelli del regno animale. E' motivo di fruttuosi ed affascinanti risultati lo studio delle analogie relazionali effettuato con i parenti più prossimi dell'uomo, quali i Primati, dotati di elevate qualità psichiche. Quasi del tutto negletti invece quei confronti, altrettanto interessanti soprattutto a livello sociale, osservabili negli animali inferiori, fino a comprendere tutti i vertebrati. La storia della loro diffusione, della conquista spesso violenta di territori, della predominanza su specie soccombenti, della scomparsa, trova sorprendenti analogie, fin dai primordi, con la storia dei grandi e piccoli conflitti umani.    

 

Le motivazioni delle guerre

 

Se le violenze individuali presentano una chiara interpretazione della propria dinamica ed una tipologia di manifestazione resa ancora più evidente dalla loro  riconoscibilità e dalle specifiche condanne morali e giuridiche, ben altre considerazioni riguardano quelle violenze collettive definibili guerre. Queste ultime di regola sono volute, benedette, autorizzate dagli alti poteri, ma derivano da moti e tensioni biologiche insite anche nella natura umana e la cui occulta origine è precedente alle motivazioni che diverranno poi etichette giustificanti. A nascita avvenuta esse saranno chiamate: guerre di dominio, di religione, di redenzione ecc. In realtà, come detto, esse hanno sempre obbedito ad universali leggi biologiche.

E' opportuno ricordare che un bilancio storico dei risultati di tutte le guerre ed atrocità connesse, nessuna esclusa, porta desolatamente a riconoscere la loro totale inutilità di fronte ai fini che le ammantano di trionfo. Questo amaro bilancio però non è riuscito a suscitare, se non in qualche inascoltato pensatore, una estesa corale condanna, anzi ha sempre nutrito il vanto dei vincitori e l'applauso dei conniventi.

 

Pace non è immobilismo

 

La pace come ripudio della guerra non deve essere confusa con forme di immobilismo rinunciatario. Anche qui giova il paragone con le società animali, la cui filogenesi ci informa che il loro destino temporale è segnato quando viene a cessare quella competitività che sbrigativamente si può chiamare "lotta per la vita", a seguito del raggiunto esonero o mitigazione degli ostacoli di natura fisica o biologica e il conseguente pacifico insediamento nell'ambiente ospitante. Subentra allora in tempi rapidi la loro scomparsa dal proprio habitat vitale. Se ne deduce che la costrizione ad un continuo superamento delle molteplici difficoltà ambientali e relazionali costituisce l'indispensabile stimolazione per garantire la sopravvivenza della specie.

Vale la pena di aggiungere, a coronamento dell'importanza di questo principio, che anche la mente umana deve condizionarsi all'accettazione della fatica, che costituisce una indispensabile componente della sua formazione culturale. L'ingresso nella conoscenza di ogni informazione, figurativa vocale o scritta che sia, deve essere accompagnata da un atto partecipativo, quale volontà, impegno di ricerca, passione ecc. Senza ciò il messagio non solo non verrà stabilizzato nella memoria, ma verranno a mancare le condizioni stimolanti la creatività, il pensiero, l'arte, la spiritualità.

 

Le dimenticate leggi dell'evoluzione

 

Se i processi evolutivi di tutti gli esseri viventi sono largamente noti per gli animali, grazie soprattutto alle ricerche riguardanti le teorie evoluzionistiche, meno indagati sono i percorsi del divenire psico-fisico della specie umana, sia per la differenziazione dal regno animale che ne ostacola il confronto, sia perchè il misurarsi con le leggi di quest' ultimo si configura per molti come una fastidiosa retrocessione dal collocamento regale che si è voluto attribuire all'uomo di fronte agli altri esseri viventi.

Va specificato che non solo l'evoluzione meramente biologica ma anche quella culturale dell'uomo (dualismo adottato momentaneamente) è soggetta a condizioni geografico-ambientali che ne determinano il suo grado, l'acquisizione genetica, e soprattutto la differenziazione dei caratteri distintivi maggiormente espressivi, compresa la tormentata formazione dei ruoli e classi sociali, con tutte le connesse lotte, soffocamenti di progressi culturali spietati anche se non sempre cruenti, privilegi, uso e maluso del potere.

Una comparazione storica del sorgere, fisionomizzarsi, raggiungere i massimi livelli di splendore creativo ed infine decadere ed estinguersi, di quelle celebrate produzioni collettive definibili civiltà, ci insegna che ogni ingresso ed adozione di positive mutazioni evolutive esige prolungati tempi di affermazione e di sedimentazione, densità di attivi portatori, esonero da turbative climatiche ed ambientali. Solo in questo modo l'impronta del carattere innovativo viene consegnata al patrimonio genetico, dunque alla perpetuazione.

A livello propositivo ne consegue che la ricognizione geografica e temporale di queste differenziazioni etniche convince a ritenere inefficace il tentativo di adottare un linguaggio universale per indicare le priorità, la natura e l'orientamento di dettami etici, per di più limitati da problematiche possibilità di trasmissione.

  

Le deboli speranze di una nuova era

 

Accettate queste considerazioni orientative su di un quadro così complesso, privo di certezze, ricco di contrasti come è quello della lotta contro ogni forma di violenza, e contemporaneamente riconoscendo che ormai nell'uomo sta maturando un ravvisabile svincolo dalla sudditanza delle leggi meramente biologiche, rimane forse un'unica risorsa. Quella di trovare il modo per creare e veicolare un messaggio filosofico, politico, economico in grado di innestarsi, senza divenire proselitismo missionario, nel patrimonio culturale di tutti gli aggregati umani del pianeta.

E' questa una azione suasiva bisognosa di totale rispetto nei confronti delle preesistenti strutture sociali, la cui eventuale sconfessione preclude l'accettazione di innovazioni prive di radici autoctone.

E' perdonabile una finale speranza, forse troppo utopica, invocata con maggior forza in un'epoca in cui i segni della decadenza giornalmente ingigantiscono. Che dopo le passate ere del Paleozoico, Mesozoico, Cenozoico, Neozoico, segua un periodo, da chiamarsi con il nuovo ma consequenziale nome di "Era Psicozoica", in cui finalmente la mente possa divenire la guida delle convinzioni e delle sorti umane.

 

 

 

Urge un nuovo equilibrio tra  BIOS - LOGOS - TECNOLOGIA

Aldo Maurina

 

SCELTE PER UN FUTURO POSSIBILE.

  

L’argomento proposto fa riferimento ad una realtà molto complessa che riguarda aspetti di tipo personale e sociale a livelli che vanno dal locale al nazionale fino al mondiale. Si tratta di una rete di interazioni costanti in continuo cambiamento. Prima di analizzare i motivi della mancanza di pace è opportuno per chiarezza far riferimento, almeno sinteticamente, alle dimensioni della violenza più evidente, quella cioè della guerra che è costantemente presente in qualche regione della terra.

Le grandi potenze mondiali  spendono somme ingenti per modernizzare i loro armamenti nucleari e quelli tradizionali al fine di accrescerne il potere distruttivo. Gli investimenti in ricerca militare interessano ambienti scientifici, militari ed industriali.

La corsa agli armamenti d’altra parte non si è mai arrestata. Oggi, ad esempio, gli USA proseguono con la costruzione dello “scudo spaziale” e l’URSS risponde con nuove opzioni missilistiche e nucleari.

Sono circa sessanta anni che siamo entrati nell’era nucleare. Da decenni dunque vi è la concreta possibilità di  distruggere la specie umana. Di pari passo con gli armamenti sta crescendo la “bomba demografica”, tanto che già oggi a tre quarti dell’umanità  manca l’essenziale per una vita non miserabile. Gli investimenti militari sono talmente elevati da compromettere da soli la soluzione di questo problema. Si tenga presente, ad esempio, il fatto che il personale militare mondiale è enormemente più numeroso di insegnanti, medici ed infermieri di tutto il mondo e si metta in relazione questo dato con la necessità di combattere l’analfabetismo e le malattie le quali operano delle vere stragi nel terzo e quarto mondo. Situazione all’origine di possibili ulteriori conflitti. Per dati sintetici aggiornati su armamenti e sviluppo nel mondo si veda: ”Breve storia del futuro” di J. Attali, Fazi Editore.

Albert Einstein diceva: “ Noi scienziati dobbiamo stringere legami spirituali e scientifici  che  servano ad unire le nazioni del mondo, dobbiamo superare il terribile ostacolo delle frontiere nazionali. Ma Bertrand Russel faceva rilevare che “I politici tengono un rapporto con gli scienziati che è come quello tra il mago delle “Mille ed una notte” ed il folletto che ubbidisce ai suoi ordini. Lo stesso accade con gli scienziati”.

 Vi è dunque con tutta evidenza una responsabilità diretta della politica e dei governi dei vari Stati, ma, come è noto, gli Stati interagiscono fra loro e sono condizionati dalle idee, dai valori civici e morali e dai comportamenti dei cittadini-elettori.

Ecco delineata una serie di problemi che per semplicità di trattazione e rigore di analisi gli esperti ed i ricercatori affrontano in settori separati, ma che, ovviamente, vanno considerati  nel loro insieme perché interagiscono.

Norberto Bobbio a tale riguardo aggiungeva: ”Guai a noi se non avessimo il coraggio di rifiutare la politica di potenza con le sue atroci conseguenze. Non saremmo più in grado di dare un qualsiasi senso alla storia dell’uomo”.

Secondo il premio Nobel dell’economia, J. Tinbergen, molti politici, come i loro elettori, non vogliono innovare; hanno poca fantasia e concentrano i loro sforzi sulla difesa di vecchie strutture invece di progettare nuove forme di collaborazione internazionale. Si diffondono così forze distruttive, mentre progettisti, produttori, commercianti di armi sono attivi più che mai.

Sono ormai diffuse da tempo in questo campo idee accettate acriticamente o pregiudizi che è utile rivedere. Purtroppo molti intellettuali sono poco impegnati nel proporre un nuovo ordine internazionale e nel condannare la corsa agli armamenti che impedisce di fatto le politiche di sviluppo, mentre sono impegnati invece a fare i persuasori occulti, a manipolare fatti ed idee. Ecco le principali  storture, accompagnate da sintetici cenni di confutazione:

> l’industria bellica sostiene l’economia. In realtà i dati dimostrano che lo spreco di risorse per gli armamenti frena gli investimenti produttivi. “ Gli investimenti militari hanno raggiunto un livello tale da mettere in pericolo la prosperità economia e sociale di tutto il genere umano, senza contare i rischi di una distruzione di massa” (S.A. Comandante esercito USA). Pace e sviluppo equilibrato nel mondo costituiscono ormai un binomio inseparabile. Lo sviluppo a sua volta è bloccato da un ordine economico internazionale distorto;

> gli investimenti militari riducono la disoccupazione. Avviene invece il contrario. Dirottando risorse finanziarie verso un settore improduttivo come quello militare la situazione si aggrava. Un esempio eclatante si è avuto in URSS prima del crollo del 1989.

> la ricerca militare  sollecita il progresso tecnologico. Succede l’inverso: la ricerca civile si applica a scopi militari in misura molto più elevata;

> la pace è impossibile. La pace invece deve essere possibile. Di fronte ai nuovi sviluppi tecnologici, al “riarmo strategico” e ad una sempre possibile guerra nucleare non resta che questa speranza che diviene un obbligo, perché il genere umano rischia di tornare allo stato della pietra o di sparire;

> occorre una “nazione in armi”. Questo concetto appartiene al passato. La nostra evoluzione razionale-culturale-morale, civile e politica non lo consente. In alternativa Gandhi ha proposto e sperimentato con successo l’azione non violenta. Oggi l’equilibrio del terrore con cui le grandi potenze giustificano la corsa agli armamenti è una falsità perché l’equilibrio dichiarato non lo si trova mai. Ci si sente sempre svantaggiati a vantaggio degli altri.

Il mondo dopo la seconda guerra mondiale ha sempre avuto fiammate di guerra. Qualcuno vi trova sempre qualche giustificazione particolare. Per le guerre hitleriane, ad esempio, si è inventata la teoria dello spazio vitale; per la recente guerra in Iraq la destra statunitense si è inventata false prove sull’esistenza di bombe di distruzione di massa.

Nel prossimo futuro ci aspettano con ogni probabilità altre guerre dovute a penuria di materie prime (petrolio, acqua, ecc.); causate da questioni di frontiera, da fondamentalismi religiosi, da razzismo oppure da conflitti con organizzazioni mafiose e criminali, prodotte da pirati, da terroristi o da lotte politiche. Cresceranno anche la violenza urbana, le guerre civili e la paura. Pure in economia si dovranno operare scelte molto difficili che coinvolgeranno il modello di sviluppo occidentale, ormai esportato ed accettato in tutto il mondo, ma con esiti poco felici per la sostenibilità. Si tratta del modello basato sulla crescita economica continua, misurata dal PIL (prodotto interno lordo) che non coincide con lo sviluppo. Poiché tale crescita non è più sostenibile (si pensi solo al problema dell‘effetto serra, all‘inquinamento, ecc.), sarà  necessario passare dalla “greed economy” alla “green economy” (dalla crescita quantitativa allo sviluppo qualitativo).

 Per fare ciò sarà utile attingere alla razionalità dell’uomo, alla sua tecnologia, associata ad una nuova moralità. Quest’ultima non si può identificare con il “moralismo” tradizionale, privo ormai di efficacia, snobbato anche dalla Casta al governo. La morale insegnata è ormai resa afona, silente, in Italia da secoli di scandali di ogni tipo fino ai più recenti, da quelli economici agli omicidi alla pedofilia. Anche la distinzione consueta e spesso furbesca che si usa da tempo fra “ciò che dico e ciò che faccio” non funziona più. Non per nulla l’Italia primeggia in Europa e nel mondo in quanto a corruzione. Sembra non resti a questo punto che attingere a quella riserva profonda che si chiama “istinto di realtà” e che guida da sempre i comportamenti di ogni vivente.

Purtroppo “La tragedia dell’uomo è che, quando può fare qualcosa, finisce sempre per farla” ( Attali). Secondo N. Bobbio, questa follia (conflitti) è dovuta anche al “ragionevole egoismo” che ispira la maggior parte delle azioni umane.

Dunque la questione essenziale riguarda le scelte dell’uomo e quindi la sua capacità razionale, conoscitiva, critica e morale. Si tratta prima di capire e poi aggredire le cause profonde che portano all’ingiustizia, alla violenza ed alla guerra all’interno dei singoli paesi e nei rapporti internazionali.

Ricordiamo infine per completezza su questo punto il pensiero che dovrebbe ispirare i cattolici. Paolo II all’ONU ha dichiarato: ”Chi può credere sul serio che la corsa agli armamenti serva solo come deterrente?… Questo sistema di relazioni internazionali, basato sulla paura, sul pericolo, sull’ingiustizia, costituisce una specie di isterismo collettivo, una pazzia che sarà quindi giudicata dalla storia. E’ un controsenso, perché è un mezzo non proporzionato al suo fine”.

Come sappiamo per voglia di potere l’uomo ha fatto e fa di tutto più che per ogni altro fine. Ed il potere si accompagna da sempre alla ricchezza, possibilmente con la compiacenza del popolo, ottenuta con i metodi più vari di controllo e condizionamento: fede cieca e fanatismo, nazionalismo, razzismo, corruzione, persuasione occulta, intimidazione, educazione-scuola, cultura, mass media, segreti di Stato, falsità, terrorismo, indebitamento pubblico, erronee credenze e false concezioni coltivate con cura dalla “Casta”, privilegi accordati ad alcuni a scapito di altri,eccetera.

In questo modo abbiamo oggi un ordine mondiale molto squilibrato, pericoloso, conflittuale, autodistruttivo ed insostenibile con ombre lunghe sul nostro futuro. Per rimanere stabilizzato questo “disordine mondiale” ha bisogno di essere quasi capillarmente controllato ed avere una opposizione svuotata, inefficace. Soprattutto la massa della gente non deve accorgersi di essere manipolata nei modi più vari e pervasivi, perché sarebbe meno controllabile e più libera.

                                                          

 PAURE METROPOLITANE E GLOBALI

  

Uno dei metodi oggi maggiormente utilizzati in Italia è l’utilizzazione della paura a scopi manipolatori dell’opinione pubblica.

La paura è uno stato psicologico di disagio per un pericolo esterno riconosciuto. Generalmente precede un qualche genere di conflitto. Essendo di grande attualità, è opportuno gettare uno sguardo, almeno sinteticamente, sulle paure contemporanee che interagiscono con le scelte individuali o collettive. L’ansia invece va distinta dalla paura perché è di origine intrapsichica e deriva da un pericolo non ben conosciuto.

Nel corso dei secoli paure ed ansie hanno sempre accompagnato il cammino dell’uomo. Rappresentano un archetipo, la prudenza primordiale, la saggezza della preveggenza animale fin dalla nascita della vita sulla terra, la quale è stata accompagnata da fatti implacabili: calamità, terremoti, alluvioni, morte, eccetera. La morte naturale fin dai tempi più remoti è stata resa sopportabile  all’uomo dalla “cultura”. La “cultura” ha fornito all’uomo vari metodi e credenze per affrontare meglio la morte. Diversa è invece la paura individuale o collettiva provocata da  cause esterne: paura dello sconosciuto, del diverso, dell’incolumità fisica, dello scippo, dello stupro, di perdere il lavoro, del terrorismo, della criminalità, delle guerre, dell’olocausto atomico, dell’effetto serra, eccetera. Fra la paura individuale e quella collettiva si verifica  un’osmosi, correlata anche al grado di istruzione ( maggiore capacità di “leggere i giornali”, di documentarsi e di conoscere le tecniche di manipolazione) ed al ruolo dei mass media.

Secondo un recente sondaggio nelle metropoli il 90 per cento dei residenti soffre di ansie diffuse; il 42 per cento di angosce ed il 12 per cento di paure immobilizzanti. Il problema è che esse condizionano il benessere psico-fisico, il comportamento, i rapporti con gli altri e la convivenza civile, perché alla  fiducia si sostituisce il sospetto.

Una società che ha paura è una società pericolosa, in quanto tende a reagire agli eventi in modo irrazionale, imprevedibile ed irresponsabile. La ragione delle persone viene offuscata. I cittadini si trasformano facilmente in folla, in massa manipolabile, pronta a chiedere l’aiuto dell’uomo “forte”, del “superuomo” che pensa lui a risolvere tutti i problemi ed a proteggere dai rischi. E’ quanto si è verificato, ad esempio, con il fascismo prima e con il nazismo poi.

Molti governanti si sono ispirati in passato ad un modello politico descritto circa 500 anni fa da N. Macchiavelli, ma è un modello che viene ampiamente utilizzato dai politici anche oggi nelle nostre società democratiche.  Macchiavelli diceva che il “principe” che governa non è sottoposto alla morale, non è tenuto ad essere pio, buono, corretto, leale, rispettoso della legge. Ha solo bisogno di far credere di essere tutto ciò per governare i “sudditi”. Questi infatti devono seguirlo incondizionatamente anche in guerra. La manipolazione delle coscienze diventa dunque in questi casi metodo di governo razionalmente utilizzato. Tutte le grandi dittature hanno sempre iniziato con il controllo dell’informazione, utilizzando le tecniche che le varie epoche storiche hanno messo loro a disposizione. E’ ciò che si può constatare quotidianamente: si tende, ad esempio, a deformare, nascondere i fatti oppure ad ingigantirli. Le tecniche manipolatorie sono molte. Con quali risultati? Si pensi, ad esempio, al recente caso Boffo, civilmente ucciso da certa stampa.

Nel III millennio però non è detto che queste forme totalitarie o autoritarie di governo siano utilizzabili senza correre gravi rischi. Infatti da qualche decennio la nuova decisiva variabile, quella tecnologica, non lo consente. I governi autoritari o totalitari infatti possono portare i popoli alle peggiori avventure, come dimostra la storia anche più vicina. Poichè la situazione politica è oggi globalmente interconnessa e  l’avventura atomica, associata alle nuove tecnologie militari, incombe sempre, a prescindere anche dalla questione democratica, non si può razionalmente permettere che si instaurino tali forme di governo, pena il rischio di ritornare a stadi primordiali di civiltà o alla scomparsa dell’uomo dalla terra.

Purtroppo va constatato che la manipolazione delle persone è praticata regolarmente in ogni ambito della nostra esistenza ad iniziare dall’economia: è noto, ad esempio, il condizionamento praticato facendo crescere il debito pubblico, invece di ridurre gli incredibili sprechi nella P. Amministrazione. Basti un esempio. Sembra che il capo del Governo sia accudito da più di 4000 stipendiati con una spesa di 59 miliardi di euro nel 2009, il 20 per cento in più dell’anno precedente. Situazione che non ha paragoni in Occidente nemmeno lontani; per trovare qualche similitudine bisogna rifarsi alla corte del Re Sole in epoche storiche ben diverse. E si potrebbe continuare. Tutto ciò risponde alla politica proposta dalla destra internazionale di “affamare la bestia“, di fare cioè in modo che coloro che governeranno dopo non possano incidere efficacemente nei cambiamenti, perché il debito pubblico non lo consentirà.

Si manipola anche nel settore della finanza: si pensi come è nata l’attuale crisi finanziaria ed economica…; in quello della politica ed in altri settori come diritto, difesa- guerra, informazione, cultura, educazione-scuola, pubblicità, eccetera.

Le tecniche manipolatorie, verbali, situazionali, relazionali, fisiche, più o meno violente, sono socialmente pervasive come è avvenuto nel secolo scorso con il fascismo ed il nazismo. A tale proposito si veda: M. Della Luna-P.Cioni, NeuroSchiavi ( tecniche e psicopatologia della manipolazione politica, economica e religiosa), Macro Ed. 2009. 

Uno dei mezzi oggi prediletti per il controllo delle persone da parte dei governanti e dai grandi gruppi economici planetari, che sono finalizzati al controllo dell’uomo sull’uomo (il denaro è oggi divenuto ormai “il motivatore universale”), è, come si è accennato, la paura che paralizza la coscienza e predispone ad accettare qualsiasi cosa. Ciò è funzionale al “capitalismo assoluto” globale e al libero mercato per gran parte finto (si potrebbe applicare il noto proverbio “ libera volpe in libero pollaio”), il quale risponde unicamente al principio della massimizzazione del profitto e del potere. Infatti libero mercato significa anche insicurezza, rischio, concorrenza, incertezza, precarietà di vita per le persone: tutti fattori destinati ad accentuarsi nel futuro prossimo. Il mercato dunque è pericoloso, genera ansia e paura ( i suicidi per problemi economici sono numerosi), come stiamo ancora una volta constatando, se non è equilibrato ed in qualche modo sottoposto a regole e controlli.

Gli Stati ed i gruppi economici che agiscono a livello planetario sono attrezzati con strumenti di controllo e repressione capaci di gestire con opzioni diverse e progressive il malcontento, la libertà e la consapevolezza. Il progresso tecnologico aumenta sempre più anche il divario tra il vertice e la base sociale. L’apice dispone di una grande varietà di mezzi per un controllo centralizzato dell’opinione pubblica che diventa assai pericoloso ed antidemocratico nel caso in cui controlli direttamente anche i principali mass media (giornali e TV). In tale situazione i comportamenti conseguenti della gente spaziano dalla sfiducia (non vado più a votare) al pessimismo inerte ( depressione), dal masochismo alla fuga dalla realtà (droga, divertimento sfrenato, immersione nella realtà virtuale, nella superstizione, ecc.).

Gli scenari della paura sono vasti. Vi è un’ immagine che descrive bene un certo grado di paura: è “L’urlo” di E. Munk, dipinto nel 1893 in varie versioni in seguito ad un evento forse non a tutti noto. Munk camminava sulle spigge della Novegia quando “ … il cielo si intrise di rosso sangue, sentii tremare la terra, come se sentissi un urlo provenire da essa” ( dal suo Diario). Si trattava dell’esplosione del vulcano Karakatoa, che trasformò temporaneamente il clima mondiale e provocò fenomeni straordinari.

In tempi recenti, dopo Hiroscima, l’Olocausto ed i Gulag, l’umana fiducia nel progresso tecnico e morale è diventata angoscia del secolo (paura esistenziale), tanto che speranze ed angosce  oggi si alternano drammaticamente.

Occorre il coraggio e la forza di capire e reagire come hanno fatto alcune minoranze di fronte al fascismo in Italia. Ad aggravare la situazione nel nostro paese c’è il fatto che la vecchia “cultura fascista” è stata ereditata da larghe fasce di popolazione, anche se molti non lo sanno. Essa si esprime in un coagulo di umori diffusi, imbevuti di ideologie retoriche, anacronistiche, amorali. Impregna, in modi vari, soprattutto una larga parte di ogni ceto sociale. Sono persone che hanno fatto spesso fortuna con la svalutazione della lira, l’evasione fiscale, il lavoro nero, l’abusivismo edilizio. Sono poco informate sul mondo; acritiche, sovente illogiche, superstiziose, facile preda della manipolazione e della propaganda; sono pronte a seguire “l’uomo del destino” o “Il capo” che “fa“, anche se fa male; sono gonfie di luoghi comuni e di stereotipi.  Hanno paura dei cambiamenti; piace loro il folclore, scambiato sovente per valore autentico.

Un’altra parte di popolazione, non di poco conto, è organica all’”industria mafiosa” esportata in tutto il mondo (vero primato italiano!), compresa l’Europa. Essa fattura circa 130 miliardi di euro annui ed inquina con i suoi capitali l’economia sana, tanto che non si vede più bene il confine fra le due economie ( Si veda: Mafia export, Baldini Castoldi Dalai Ed. “2009).  Altro che Mafia sconfitta come va dicendo una certa propaganda! In questa “cultura” vige la pena di morte senza processi ed una paura diffusa e costante che incide anche sulla salute fisica, come è ampiamente documentato, oltre che sullo sviluppo generale e la qualità della vita.

Serve dunque urgentemente ritrovare un equilibrio individuale, sociale ed internazionale. Fare in modo che le varie paure non si trasformino in depressione, fuga  o consenso acritico è purtroppo un apprendimento lungo e faticoso per gli individui, la società e le culture. Al fine di controllare i più vari condizionamenti e le diverse manipolazioni sarebbe necessaria da parte dei cittadini la conoscenza dei meccanismi che vengono utilizzati, iniziando dal settore educazione, cultura e mass media. Compito primario della scuola, ma che non assolve se non a livelli molto alti e per le classi dirigenti. Si sta infatti tornando velocemente alla scuola per la classe dirigente ed a quella per i poveri anche in Italia. Rinnovata fonte di potenziali violenze future.

In un’ottica democratica è urgente aumentare nella società italiana gli anticorpi culturali-politici dell’”altra Italia” ed operare in modo razionale, riconsiderando problemi e soluzioni, partendo da una realistica analisi della situazione. Costruire più ordine sociale democratico per disinnescare all’origine i conflitti richiede interventi complessi nell’educazione, nella cultura, sull’ambiente di vita, sulle relazioni sociali, sul decoro contro il degrado estetico e le marginalità. Non bastano cioè i semplici interventi di ordine pubblico, anche se a volte sono necessari, per affrontare problemi complessi.

In sintesi dobbiamo scegliere se muoverci sulla spirale discendente in un circolo vizioso, oppure su quella ascendente  in un circolo virtuoso, guidati da una visione solidaristica e chiara che lasci aperta la speranza per il futuro.

                        

INTEGRAZIONE FRA BIOS-LOGOS-TECNOLOGIA

 

Nel prossimo futuro si assisterà a notevoli cambiamenti e ad eventi importanti dovuti alle cause più diverse: stili di vita, nuove regole per l’economia mondiale, ristrutturazione radicale del lavoro, decostruzione di molti Stati, ascesa di nuove potenze e declino di altre, conflitti di vario genere, eccetera. Si pensi, solo come esempio, ai cambiamenti di tipo qualitativo richiesti alla scuola (studenti ed insegnanti), visto che il sapere oggi raddoppia ogni sette anni e fra venti anni, con tutta probabilità, ogni due mesi !

La futurologia (tecnica delle previsioni e della progettazione, i cui esperti sono molto ricercati anche dalle grandi imprese) sta chiarendo queste situazioni, tenendo conto delle molte variabili in gioco ai vari livelli di responsabilità. J. Attali ci offre un saggio per molti versi  interessante in “ Breve storia del futuro” ( Fazi Editore). L’attuarsi dei vari possibili scenari futuri ivi descritti dipenderà per gran parte dalle scelte che si operano oggi. Di questo bisognerebbe essere tutti consapevoli, compresi i decisori politici, ma non sembra sia così. Infatti è convinzione di una larga parte di opinione pubblica che vada risolto il problema della formazione della classe politica, ora legata  anche all’attuale legge elettorale, voluta dalla destra italiana che favorisce, come si suol dire, il “Velinismo” ed il “Nepotismo“. D’altra parte negli ultimi trenta anni siamo passati da “Tangentopoli” (dal collasso della DC e della prima Repubblica) a  “Vallettopoli“ e “Puttanopoli”: siamo cioè passati dai simboli-regalo come gli orologi Rolex ai regali-simbolo come le donne-oggetto, fatti questi che hanno unito ancora una volta in simili situazioni tutta “una certa Italia” dalla Valle Padana alla Sardegna. E’ con questi termini che i mass media di mezzo mondo hanno definito l’attuale fase politica in Italia, caratterizzata dalla cultura della destra berlusconiana che ingloba organicamente anche quella bossiano-leghista e finiana.

Non si tratta di fare del moralismo, oggi buono solo a sollevare qualche senso di colpa. Del resto il “moralismo” in politica, come abbiamo accennato, ha assunto un significato negativo per cui non rimane che sperare nella “cultura della legalità” per fare argine anche allo stravolgimento di fatto dei principi e dei valori della Costituzione. E’ un tentativo di alcuni che viene però quotidianamente attaccato da governanti e legislatori che dovrebbero istituzionalmente difendere la legalità. Chi la invoca infatti viene quindi immediatamente tacciato di “giustizialismo” (termine utilizzato con significati impropri e molto negativi). Il “Giustizialista” va emarginato, si sostiene. Viene automaticamente collocato nel partito dell’odio, che è opposto al partito dell’amore che, amorevolmente, appunto, tende a salvare dalla giustizia coloro che commettono reati se appartenenti ai vertici della Casta al governo.

In questa situazione pensare che oggi gran parte dei politici, rappresentanti della  cultura sociale ed istituzionale sopra ricordata, adottino precise metodologie scientifiche, razionali e trasparenti nelle loro scelte e finalità è pura fantasia.

Eppure bisognerà arrivarci. Continuare in questo modo è molto rischioso. Pur tentando un controllo complessivo da “Grande Fratello”, la Casta al potere può incappare in eventi imprevisti ed incontrollabili come si è visto con la Rivoluzione Francese. Inoltre è  immorale sacrificare gran parte delle future generazioni.

E’ evidente che i poteri nelle mani dell’uomo contemporaneo di tipo scientifico-tecnologico-culturale (biotecnologie, nanotecnologie, informatica, armamenti, globalizzazione, ecc.) sono andati troppo oltre le attuali capacità spirituali e di scelta.

Agli antichi terrori delle forze della natura si è aggiunta infatti una nuova paura derivante dallo straordinario potere della scienza e della tecnica, controllabile solo da pochi esperti e dai vertici politici. Anche l’esercizio della democrazia diventa così estremamente problematico, come abbiamo accennato nella mostra precedente sui “Peccati del terzo millennio” a proposito del Grande Fratello. Posto di fronte a simile complessità di situazioni l’uomo, ovunque, sembra disposto, salvo minoranze impegnate fortunatamente presenti, a rinunciare a diversi gradi di libertà. E’ successo ad esempio, con il terrorismo internazionale o con la recente, incredibile, crisi finanziario-economica.

E’ utile ricordare come questa situazione possa facilmente degenerare in nuovi conflitti. 

Già nel 1932 K. Jespers aveva scritto: “ Se vi fosse la possibilità di annientare con mezzi tecnici i fondamenti di ogni ordinamento dell’esistenza umana, non c’è dubbio che questo possa un giorno verificarsi. Secondo ogni esperienza storica, anche la cosa più terribile, solo che sia possibile, viene, prima o poi, in un modo o in un altro, effettuata. Alla fine c’è il naufragio”. C’è stata poi la seconda guerra mondiale…

Occorre dunque capire a quali potenzialità umane aggrapparsi per affrontare positivamente le scelte di oggi. Si tratta di sviluppare l’analisi, anche se sinteticamente, in modo radicale, andando cioè alla radice dei problemi.  Per questo si cercherà di delineare  un nuovo rapporto, che appare necessario, fra Bios- Logos- Tecnologia.

Per far questo è utile rifarsi ai Trattati di Valerio Tonini, di origine trentina, ingegnere, urbanista, cibernetico, scienziato di antropologia culturale, filosofo della scienza.

Come egli ben illustra soprattutto nel testo “La scienza dell’uomo dalla psicoanalisi alla cibernetica” (Vallecchi Editore), è utile partire  dal “brodo primordiale”.

L’unità biologica elementare è la cellula “particella naturale di vita”. Una sottile membrana permeabile la isola dall’esterno e attraverso di essa la cellula assorbe ciò che le occorre per vivere ed elimina quel che non serve alla sua crescita e riproduzione. Dietro di sé ha un lungo processo evolutivo. E’ il bios, l’essere vivente, attivo in un ambiente da cui trae informazioni.  Attua infatti l’alternativa: passa o non passa; ammesso o respinto; accetta o non accetta; nuoce o non nuoce; bene o male. E’ questo il binomio della logica binaria, del processo informazione: sì/no.  E’ questo il nodo di formazione delle sinapsi e delle strutture neuroniche, l’origine dell’alternativa logica, vero-falso, della struttura mentale, della verità esistenziale del principio di non contraddizione: non si può contemporaneamente affermare una cosa ed il suo contrario. Per la cellula sta qui la sua possibilità di vita. Si tratta di un vero perfezionatissimo sistema informazione che regola il comportamento vivente. Questa è la logica di base di qualsiasi forma razionale (Logos) che si sviluppa in modo esponenziale in senso individuale e collettivo, organico e neuro-cerebrale. Si giunge così ad un “simplesso biopsichico” che comanda funzioni atte a perfezionare l’ISTINTO DI REALTA’, che guida il comportamento di ogni vivente. Si distingue dunque fra ciò che ha senso e ciò che non ha senso per il vivente. La costituzione del BIOS dunque genera la logica (bio-logica) umana del razionale e della scelta (utile-dannoso; buono-cattivo; ecc). La non scelta è qualcosa di patogeno.

Le scelte nel tempo diventano sempre più elevate, selettive così come i gradi di libertà. L’organizzazione della memoria bologica  (DNA)  tende dunque ad eliminare le possibilità sfavorevoli ed a rinforzare le scelte proficue. Eliminare le scorie è un bisogno biologico, ma anche sociale. Le scelte vitali arcaiche sono la stessa cosa della informazione logica: il sì o un no di una risposta univoca, di un filtro biologico. La funzione selettiva, la scelta è la norma del vivente. L’uomo così è diventato inconsciamente ragionevole: è passato dalle informazioni naturali a quelle mentali, simboliche, codificate.

L’istinto di realtà acquisito porta alle esigenze di conservazione con la soddisfazione del piacere (libido) ed alla conservazione della specie. Le scelte di vita divengono così scelte morali quando non si oppongono alla naturale evoluzione che richiede un equilibrio armonico delle varie funzioni. Vi è dunque un realismo morale della vita, avvertito anche nel bambino (J.Piaget) che sta alla base di tutto il comportamento sociale. L’uso illegittimo della vita è dunque colpa morale (arcaica definizione di “peccato”).

Vero uomo è colui che rispetta l’ordine etico-razionale, lo sviluppo della moralità biopsichica che si evolve. L’etica spontanea ravvisa il bene in ciò che soddisfa i bisogni reali ed il male in ciò che vieta di disporre delle cose utili e necessarie. In pratica è negativo lo sfruttamento del lavoro altrui: uomo su uomo, tribù su tribù, nazione su nazione. La tentazione è nell’animo del singolo (thanatos), nella volontà di potenza (Adler). Il cammino evolutivo della ragione (logos) implica però il rischio di un allontanamento dell’uomo dalla sua naturalità (bios) e quindi di estraneità dalla vita. Si tratta allora di “alienazione” che ha risvolti sociali, filosofici, psichiatrici e clinici.

L’istinto di realtà che ci tiene legati al bis diventa impulso a ricercare ciò che ci soddisfa, ricerca di verità, razionalità scientifica ed esistenziale. Una svalutazione della ragione come una sua supervalutazione diventa scelta degenerativa. La ragione ha prodotto il lavoro, l’arte e la scienza ed ha cambiato il mondo. L’uomo razionale è consapevole del biologico e dell’inconscio. L’antinomia razionale-irrazionale è propria di ogni fatto dell’esistenza fin dai primordi: vita-morte, speranza-disperazione, si-no, uno-altro, logico-illogico. Il fatto nuovo è che il rapporto diretto uomo-natura (bis e logos) si è traformato nel rapporto uomo-scienza-macchina-natura. E’ mancata una adeguata evoluzione razionale/morale. Oggi le vecchie ideologie sono inutilizzabili, ma le scelte che producono conseguenze sociali ed individuali vanno fatte con responsabilità. Se c’è responsabilità, c’è anche imputabilità. Etica e conoscenza coincidono.

Nella sua evoluzione l’uomo vuole aumentare i gradi di libertà ed essere quello che ancora non è. Questo è il senso dell’agire umano. E’ evidente che quanto abbiamo prima detto va contro il senso di realtà profondo, contro la razionalità/moralità. E’ opinione diffusa che l’uomo oggi è immerso in un salto evolutivo-culturale qualitativo, permesso dall’enorme aumento delle conoscenze e delle informazioni. E’ noto infatti il meccanismo funzionale per cui una informazione è capace di scatenare potenze energetiche di ordine superiore. La quantità si trasforma cioè in qualità, superata una certa soglia. Ciò si è più volte riscontrato in sede fisica. Può avvenire in sede spirituale. Ciò è più facilmente comprensibile se si tiene presente il significato cibernetico di ogni informazione.

L’uomo finora ha sempre trovato la forza psichica/razionale utile e necessaria a superare le varie tragedie della sua situazione esistenziale. L’utopia concreta dell’umanesimo è stata finora più forte di ogni disperazione. Occorre ora costruire una nuova razionalità capace di controllare il rapporto uomo-scienza-tecnologia. Il valore morale delle scelte si misura nell’affrontare positivamente i rischi incombenti di cui abbiamo parlato. Ognuno deve dare il suo apporto razionale per essere un “vero uomo”.

Dalla legge del più forte è necessario passare alla solidarietà tra gli uomini. Lo richiede la ragione/morale. Vogliamo credere possibile che la fase finale sia una iperdemocrazia mondiale, come auspica Attali. L’alternativa infatti non esiste.

 

 

Benessere e malessere

Michelina Corazzola e Nerina Consoli

 

I motivi per cui non si riesce a realizzare la pace abbracciano la complessità  stessa della vita umana.

Con queste brevi considerazioni, vorremo accennare solo al settore inerente il benessere e il malessere, insito in ogni essere umano che anela alla pace, ma che difficilmente la raggiunge,  perché perennemente in conflitto con se stesso, confuso e insicuro.

 Nerina: Cos’è per te il benessere ?

  Penso non sia cosa facile star bene con se stessi.  A prescindere da avere una buona salute, nella situazione di benessere interagiscono diverse variabili, quali buoni rapporti affettivi nell’ambito familiare, soddisfacente realizzazione a livello lavorativo, culturale od artistico, gratificanti relazioni amicali. Non è del tutto trascurabile anche il livello di condizione economica, anche se possedere molto denaro non è quasi mai correlato a molta soddisfazione di sé. Si può osservare come la condizione di povertà, soprattutto quando è estrema, crei comunque disagio, quindi è necessario un certo equilibrio tra necessità materiali e risorse disponibili.

Attraverso le notizie riportate dai mezzi di informazione, siamo a conoscenza di molte manifestazioni di malessere nel nostro tessuto sociale, infatti sembra non ci sia mai pace per alcune persone.  

Michelina: Le situazioni di disagio personale da cosa dipendono, e come si manifestano?

. Con l’insicurezza della personalità, con la  confusione  e fragilità mentale, stati d’animo forieri di aggressività.

 Esse  possono scatenarsi :

-       per disperazione dovuta al bisogno naturale di sopravvivenza 

-       per desiderio di  prevaricazione sul proprio simile. Illustra il primo concetto espresso:

 La disperazione nasce, si sviluppa ed  esplode quando l’uomo non ha neppure le risorse materiali indispensabili per soddisfare le necessità più elementari come  il cibo,  la casa e il lavoro.

Michelina: Puoi chiarirmi cosa intendi per   prevaricazione?

L’essere umano sano, senza problemi di sopravvivenza, possiede una carica di forte aggressività che deve essere gestita ed eliminata. Per il passato essa si esauriva con guerre intestine  e fra popoli. Ora, laddove non ci sono conflitti, tale atteggiamento  si manifesta  con l’abuso della forza fisica sulle persone, sulla natura e sull’ambiente, nonché per mezzo della supremazia intellettiva su altre persone.  Consequenziale è il desiderio di appartenere  a gruppi che rinforzino e soddisfino  tali impulsi negativi, magari falsamente mascherati da ideali .

Michelina: Pensi che si possa trovare una soluzione per limitare o risolvere queste problematiche?

Il rimedio per tali comportamenti  potrebbe consistere nell’incanalare, su binari positivi l’aggressività insita nella natura umana,   con discipline sportive, con l’appartenenza a collettività avulse dalla violenza, ma che implichino impegno di energie fisiche ed intellettive .

Altra soluzione  al malessere esistenziale potrebbe individuarsi nell’espressione di arti creative,  tipo pittura, scultura, bricolage ecc.

 Può  essere utile il coltivare interessi culturali di gruppo che coinvolgano ed arricchiscano la personalità.

Infine altro canale per scaricare energie negative si può individuare nella partecipazione a gruppi di volontariato che attuino un progetto creativo e concreto.

           E’ evidente che la  partecipazione ad un progetto positivo, quando si concretizza, implichi una carica di auto stima che porta allo star bene con se stessi.

Concludendo  ci sembra di capire che sia impossibile eliminare del tutto le problematiche e i conflitti  individuali e sociali; si può  solo tentare di contenerli cercando di trasformare le energie negative in energie positive.

  

 

PERCHE’  NON C’E’ PACE ?

Anna Rebecchi

 Una domanda antica ed attualissima.

Una domanda che può anche apparire provocatoria o retorica, perché una risposta unica,“scientifica”, razionale e soddisfacente non c’è.

Un quesito  difficoltoso perché esige apertura di sentimenti e  di pensieri intimi e sociali insieme. Quasi una sfida, per vedere se qualcosa di meglio possiamo trovare oggi, a più di 70 anni dal  famoso carteggio “Perché la guerra?” di Einstein-Freud.
  

“CHE COSE’ LA  PACE?“

Generalmente per pace si intende una situazione priva di conflitti.

Non credo sia una buona definizione, perché riporta anch’essa a una logica di tipo conflittuale , un  “aut aut” : o pace o guerra.

Si finisce così per tentare di superare i conflitti utilizzando una logica conflittuale, e  generalmente non si fa molta strada pur faticando moltissimo.

Occorre migliorare il nostro modo di pensare e di percepire, facendo sì che le posizioni conflittuali non si cristallizzino.

Forse serve una logica che tenga conto della fluidità della realtà e che arrivi a percepirla come un sistema  complesso, ricco di differenze e di possibilità.

Oggi sappiamo quanto le differenze siano importanti, per tutto il pianeta si dichiara l’importanza della biodiversità.

Sappiamo anche che ogni differenza tra esseri e gruppi umani contiene il germe di un contrasto e di un confliggere di idee, sentimenti e pensieri.

Abbiamo cercato la democrazia come la forma sociale in cui le diversità dovrebbero avere la massima possibilità di libera espressione e sviluppo, e perciò non possiamo esimerci dall’accettare l’esistenza dei conflitti.

Il punto è superarne la violenza, e non dico “combattere la violenza” perché è bene che anche il linguaggio eviti i soliti termini conflittuali: parole e pensieri sono estremamente interdipendenti.

Dunque sostenere la democrazia e la libertà delle diversità significa anche essere consapevoli  che lo scontro di idee, passioni e interessi contrastanti e conflittuali è connaturato  al vivere in libertà  ed anche al reciproco concorso alla costruzione della civiltà.

E come la mettiamo con la Pace?

 Facciamo un passo avanti, smettiamo di vederla come sinonimo di semplice assenza di conflitti:    

                                       PACE = ASSENZA DI CONFLITTI

 quindi                                       O PACE , O GUERRA

 e, nel rispetto della libertà delle differenze e degli scontri di idee e di passioni, vediamo la  PACE come un PROCESSO  di evoluzione costruttiva.

Se consideriamo la pace come un processo possiamo passare ad una logica progettuale e provare a condividerla con l’avversario.

Anziché porre l’attenzione a difesa delle reciproche posizioni,  portiamo

l’interesse di entrambe le parti contendenti sul problema che è fonte del conflitto.

E possiamo iniziare a negoziare qualche soluzione.

Esistono studi e tecniche per apprendere a negoziare, e sarebbe auspicabile  che

queste conoscenze passassero anche all’istruzione scolastica come strumento formativo ad una logica  più elastica e creativa.

Già nel 1993 fu pubblicato dalla Sperling&Kupfer il libro “Conflitti – il modo migliore per risolverli” del Prof. Edward de Bono, il guru del pensiero laterale.

Da allora ricerche e sperimentazioni sul tema si sono moltiplicate, oggi abbiamo anche in Italia dei Centri Studi sulla Negoziazione, che purtroppo rimangono utilizzati da ristretti gruppi dirigenziali, mentre sarebbe un bel progetto passare alla diffusione di queste conoscenze su una scala più larga, anche a livello scolastico  dove, credo, potrebbero essere applicate come strumento di maturazione anche nei confronti del  bullismo e degli atteggiamenti aggressivi.

 Dunque  possiamo considerare la pace come processo costruttivo per il passaggio dallo scontro al confronto,  dalla polemica alla discussione,  dalla violenza  alla capacità di comunicazione, dal distruggere al costruire.

“DEL DISTRUGGERE E DEL COSTRUIRE”

Credo sia necessario ricordare sempre che distruggere è facile, immediato ed “esteticamente”esaltante, ce  lo mostra ottimamente la cinematografia (dai film di guerra a  Blow up di Antonioni  e così via …) ed anche la TV con i TG ed alcune serie poliziesche etc.

 Costruire è sempre più difficile che distruggere, incluso il costruire armi.

Per distruggere è sufficiente un  raptus,  un’esaltazione bellica ben caricata, un desiderio spinto all’eccesso, qualcosa di momentaneo ed esaltante.

Questo non basta per costruire. Anche costruire missili teleguidati, carri armati , portaerei ... non è tecnicamente così facile,  e infatti  siamo nel “COSTRUIRE” .

Ma fatta la bomba ed il bombardiere, si distrugge una città in dieci minuti o forse meno.

 Costruire  necessita di passione, pazienza e coraggio.

 Per costruire serve la passione vera, ad esempio quella che porta un danzatore a fare esercizi alla sbarra per ore ogni giorno e per tutti gli anni della sua carriera, ed infine quando  lo si vede  danzare  tutto appare così  “naturale” e  bello e facile!

Al danzatore serve poi la pazienza, indispensabile per apprendere i passi, memorizzarli nella mente e nel corpo,  esercitarli, migliorarli e mantenere l’agilità, la salute e la prestanza fisica .

La passione stessa porta ad un senso di disciplina ed armonia che sono di sostegno alla pazienza. Pazienza intesa come costanza e capacità di “sentire e seguire il tempo di ogni opera” e rispettarlo anche contro “i tempi sociali” sovente pseudo-veloci poiché impongono corse e rincorse quotidiane e scadenze utili solo a replicare lo status quo  se non a complicare le cose.

 Passione e pazienza ci aiutano a possedere il tempo nostro e delle nostre opere.

 E siamo al coraggio.

Il coraggio  deve sostenere la costanza di una passione che vuole costruire opere

che superino il mero soddisfacimento di desideri ed emozioni socialmente imposti e quindi ampiamente condivisi e statisticamente controllabili .

Da qualche decennio il marketing dei consumi ha spostato la sua direzione  dal soddisfacimento dei “bisogni”  (oggettivi e materiali, perciò limitabili) a quello dei “desideri” che  essendo soggettivi ed immateriali sono infinitamente producibili e forniscono un mercato non saturabile.

Questo passaggio che rende “bisogno” l’oggetto del desiderio è senza dubbio funzionale ai fatturati aziendali e a dare vivacità al mercato.

Ma gli effetti collaterali comprendono la formazione di una disponibilità acritica a soddisfare continuamente desideri etero-diretti, distogliendo l’attenzione dai  talenti e dalle potenzialità personali ed allentando notevolmente le maglie dell’etica sociale e della morale personale.

Non dimentichiamo che la libertà è un concetto dell’etica sociale e della morale personale, e che qualunque società libera si fonda su un “contratto ” che  naturalmente deve evolvere insieme al sistema, ma  deve essere fondato sul rispetto inestricabile dell’essere umano e dell’ambiente.

Si parla parecchio di “valori”, ma nei fatti gran parte della comunicazione punta sulla iperstimolazione di desideri  ed istinti .

A maggior chiarezza inserisco qualche riga dell’intervista di Quartiroli a Mauro Magatti (autore de “Il capitalismo techno-nichilista”):

 “……questo mi ricorda un’immagine del Buddismo, dove nella loro tradizione vi è il reame dei cosiddetti “hungry ghost”, fantasmi famelici che non riescono mai a soddisfare il loro appetito, avendo uno stomaco enorme e una bocca piccolissima, rappresentando l’impossibilità di soddisfare tutti i desideri. In questa tradizione,  il modo per uscire da questo chiamiamolo girone infernale, è l’amore per la verità, cioé sostituire la compulsione con il desiderio del vero”  E’opportuno  tener conto di questa tendenza “al desiderio perenne” per avere quotidianamente il coraggio di porre in atto azioni a sostegno dei nostri valori personali e sociali, anche in eventuale controtendenza a “questo girone dei desideri”: sviluppare passioni vere , con costanza per progettare e costruire opere che  possano appassionarci e limitare e superare la via della violenza e della distruttività.

“UN LIBRO, UN’ESPERIENZA PER COSTRUIRE INSIEME”

In questa ottica è inevitabile per me pensare al Movimento Cooperativo (in cui ho lavorato) e a quanto sia intelligente ed efficace il concetto di cooperazione.

In sostanza ci si associa  in una coop per risolvere insieme un problema o migliorare una situazione.  E tutto questo avviene nel pieno rispetto dell’autonomia  e della libertà individuale. Si abbandona una logica conflittuale per entrare in una logica progettuale condivisa , come sono condivisi i valori basilari del cooperare.

Le cooperative sono sparse in tutto il mondo, e ad oggi rappresentano il più diffuso e vasto movimento non politico e non religioso. Queste società sorgono nei paesi e nei regimi più disparati ed hanno mostrato una notevole capacità di adattamento strutturale alle più diverse situazioni,  per questo possono anche essere viste come organizzazioni di sperimentazione per logiche non aggressive,  ma fluide e creative. Per queste caratteristiche sarebbe molto utile che i valori, la storia e le esperienze del movimento cooperativo fossero maggiormente conosciuti.

A questo fine propongo la lettura dell’ottimo libro : di Ivano Barberini, 1) che ho potuto conoscere lavorando nel movimento cooperativo, è stato presidente dell’Alleanza Cooperativa Internazionale dal 2001 al 2009, anno della sua scomparsa, ed è stato cooperatore fin dalla giovane età.

Ha vissuto il movimento cooperativo  lavorando per il suo sviluppo in Italia, in Europa e nel mondo. Uomo dalle importanti esperienze e di grande apertura mentale ha lasciato un compendio intenso, chiaro ed istruttivo sul cooperare.

Il libro non  tratta solo dello storico della cooperazione, ma  presenta  veri “casi aziendali”, approcci diversi  nella competizione del mercato, tratta della compresenza di valori mutualistici  e competizione, e consente di conoscere una realtà attuale  con  possibilità di sviluppo  anche in tempi di crisi.

La cooperazione porta nel DNA i geni della solidarietà,  infatti, scrive Barberini  alla pagina 91: “Tutti i problemi ormai non sono soltanto individuali , ma sociali. Il tema della pace è tornato di drammatica attualità.  Da sempre la cooperazione è impegnata su questi temi, vedendo un nesso stretto tra la sua iniziativa economica, il benessere sociale e il mantenimento di una pace durevole.  I sentimenti di pace, di giustizia sociale, di libertà e di solidarietà sono parte costitutiva della cooperazione e rappresentano i fondamenti di una partecipazione attiva e responsabile, volta a rinnovare di continuo le vie per contribuire a realizzare un vero sviluppo umano.”

La guerra – scriveva Bertrand Russel – è la forma estrema di competizione mentre la cooperazione è la compagna naturale della pace. “

 Oltre al libro di Ivano Barberini sulla Cooperazione , vorrei ricordare il già citato “Conflitti”  di Edward de Bono  e il saggio di James Hillman 2) e ricchissimo di suggestioni culturali ed artistiche.

Hillman prende in considerazione gli aspetti culturali, psichici e pulsionali della guerra, ne scava gli aspetti mitologici , ed anche quelli estetici.

E pone come contraltare alla pulsione bellica, la potenza del “fare arte”:

“ Il processo del fare artistico chiama metafore marziali, darci dentro e tenere duro, rompere, stracciare, cancellare, soffrire, ferire e  sconftggere; rabbia incontrollabile davanti agli ostacoli. Notti insonni. Immagini, forme, frasi che balenano nel buio come davanti ai picchetti di guardia la notte. Sull’orlo della follia. La perdita di sé nell’avventurarsi nella terra di nessuno.L’intensità estetica offre un equivalente della guerra , perché propone un nemico irriducibile (l’immagine, il materiale, l’ideale) da attaccare, sottomettere, convertire.”

“COOPERAZIONE – NEGOZIAZIONE DEI CONFLITTI – FARE ARTE”

Concludo questo breve scritto sulla PACE, proponendo la mia scelta  delle tematiche in cui svilupperò ed opererò nel mio “fare arte”.

I punti di interesse sono :

cooperazione , negoziazione dei conflitti e fare arte.

Trovo che siano temi con i quali si possa costruire nella pratica una buona sinergia operativa tra figure professionali  di provenienza molto diversa (insegnanti, manager, cooperatori di qualunque settore, artigiani, artisti, psicologi, docenti etc.) ed anche con chi una strada nel lavoro la sta ancora cercando.Inoltre queste tematiche costituiscono una base nuova e stimolante per portare la creatività dell’artista  fuori da circuiti stantii e  liturgie obsolete e sterili.

Perciò chiudo questo scritto invitando  a leggere “Come vola il calabrone” ed a cooperare  nella diffusione e nell’adozione di questo testo come spunto per lavorare nella pace.     

                                                                                 

1)        IVANO BARBERINI:  “COME VOLA IL CALABRONE -  Cooperazione, etica e sviluppo” Baldini Castoldi Dalai Editore 2009.

2)        James Hillman  “Un terribile amore per la guerra” edito da Adelphi

 

 

“LE BANDIERE NON HANNO COLORE”

-chissà se c’è pace tra gli ulivi-

Paul Sark

 

…la guerra non è morte non è pietra vissuta o canto perduto

la guerra non è segreto spezzato o mano cercata o luce non vista o parola straniera

la guerra                             non è sudore                    non è bava                        

non è sperma                   non è enzima                    non è siero

non è urina                        non è lacrima                    non è vomito   

non è grasso                     non è merda                     non è saliva

non è schiuma                  non è bile                           non è sangue

la guerra non è legno appuntito  non è vendemmia di corpi

non è capelli nel piombo caldo

la guerra non è lettera alla madre la guerra non è sonno marcio

la guerra non è rospo nella cenere la guerra non è cuore orizzontale

la guerra non è croce immobile la guerra non è casa spenta

o sera scappata via o cinturone appeso alle orecchie

la guerra non è preservativo atterrito di fronte alle sbavature arrugginite della contraerea

la guerra non è napalm non è missile

non è blindato            non è elicottero

non è kerosene           non è mina antiuomo

 

la guerra non è fagioli appollaiati su una spalla non è gallette gialle non è uva rubata

non è cioccolato neutrale non è acqua accartocciata non è hamburger schiantato

non è pollo sommerso non è patata gridata non è torta assente

la guerra non è c’era un ragazzo che come me amava i beatles e i rolling stones

non è ghandi non è bob dylan non è joan baez non è john lennon non è fabrizio de andrè

non è san francesco

la guerra non è dio non è angelo non è inferno non è fuoco non è domani

non è simbolo non è apocalisse

la guerra non è alt chi va là non è sissignore        non è caricate pronti fuoco

non è stia sull’attenti     non è avanti savoia non è geronimo      non è alla carica

non è i miei prodi non è mamma non voglio morire

non è sono in questa buca da quattro giorni

la guerra non è cartagine  non è alamo non è waterloo non è little big horn non è stalingrado

non è solferino non è mostar non è caporetto non è serajevo non è hiroshima

la guerra non è diamanti dispersi la guerra non è oro sfidato

la guerra non è petrolio indugiato la guerra non è consumismo ricordato

la guerra non è vendita di uragani

la guerra non è solitudine non è follia non è sofferenza non è malinconia

non è paura non è grido acuto non è fantasma non è pianto

non è freddo non è oasi non è ghiacci non è buio

la guerra non è un pezzo di pane corroso dall’odio

la guerra non è

 

Sotto la pelle hanno disegnato una nuova ferita

impastata di singhiozzi e aquile stellate mentre quattro frammenti di fumo e whisky

scivolano a ritroso sulle lacrime dell’Hudson

Hanno aperto una nuova botola oggi e un tunnel di sorrisi di carta è appeso/inchiodato

all’entrata di un punto interrogativo dove un simulacro declinato dal cemento

non è capace di piangere

Caddero le gocce di Dio sulle labbra di Himmler, per contare rotaie e torrette di avvistamento, tra poltrone di cuoio nero e valigie senza padrone, denti d’oro, occhiali, ombrelli, scarpe, stelle di Davide impaurite, quaderni gialli e qualche parola strappata alla torah 

A stringere lo sguardo ad intingere le pupille fino in fondo ad un confine

si intravedono ma proprio in fondo alcuni occhi sparsi alcuni anelli di legno a forma di skyline

a forma di tamburi a forma di bottoni e rimpianti di ascensori

A guardar bene dall’altra parte della luna scorrono teatri e padri

e sipari a forma di vergogna abbottonata

Qualcuno annota sul taccuino dell’inutilità bauli imbevuti di etichette

e telefoni irriverenti piantati al posto dei semafori col nome di ciascun cigno morto

legato forte con lo spago per non dimenticare

L’aria si è cucita addosso un profilo frastagliato a dovere

ha succhiato ghiaccioli e tralicci immaginati rubati ai lampioni lungo i dock

per illuminare un sorriso che ha odore di fototessera

I pescatori di carrelli da supermarket raccolgono da terra mappe nuove

ed alcuni pezzi di silenzio caduto in cui le case vuote si specchiano

per poi correre a sgambettare in pubblicità per imbrogliare le carte

per appallottolare tovaglioli e ketchup per farti credere che domani un manifesto amico

avrà il colore dei fagioli freschi

Canta ora ragazzo con quelle tue povere candele tremolanti appese alle dita

con quei tuoi pochi pennarelli impazziti profumati di marmellata inventata

qui crescono rocce e hamburger con nomi sempre nuovi e grembiuli da macellaio

e forse bisognerebbe dire che a certa gente

l’ingresso è vietato nel cortile dove la morte organizza campionati e tornei quindicinali

dove la morte espone annunci ed etichette dove la morte imbastisce CD e titoli da prima pagina

per non perdere l’allenamento

forse bisognerebbe dire che rocce e hamburger dovrebbero inventarsi un nuovo blues

per stare al passo coi tempi

Dove sono, dove sono le fontane che non hanno mai dato acqua ?

dove sono le ombre che non hanno mai danzato sui muri di Manhattan ?

dove sono le lacrime di mia madre quelle che servivano per ridere ?

dove sono quelle lacrime  che servivano per ridere e per spargere al vento le amarezze

almeno quelle inutili ?

Caddero le gocce di Dio sulle terre rubate, comprate, rivendute, ricomprate, rubate ancora, prima di capire che le terre non sono state messe lì da nessuno per essere vendute o rubate, come accadde alle loro sorelle acque, del resto, anch’esse vendute e rubate.

Una sera, da dietro un cuscino arrossato dal vento, le gocce di Dio mi confessarono che le guerre non finirono mai,

nella storia del mondo, non finirono le guerre in cina, in vietnam, in cambogia, laos, non finirono le guerre spartane e greche e romane, non finirono le guerre mondiali e le guerre afgane e irachene, non ebbero mai fine guernica e auschwitz e stalingrado e berlino, non terminarono le torture e i pianti di alamo e di waterloo.

Dove sono i soli di settembre dove sono le sabbie dorate

dove sono le foglie delle acacie e le tenerezze macchiate delle aquile ?

Qui le lacrime hanno lo stesso colore o dovrebbero avere lo stesso colore

qui le lacrime stringono tra le mani libri lontani a forma di passaporto inumidito

qui le lacrime scendono in profondità tra le fogne verticali di una forza di gravità sconosciuta

che buca il centro della terra

Rimangono ora viscide paludi colme di lavatrici e coppe vuote

e pozze d’acqua che sbadigliano sotto il riflesso cadenzato di lupi e civette

e qualche pozzanghera sotto le scarpe che la sera si addormentano ma purtroppo

pochi si accorgono di tutto questo

Fu inventata la morte come hobby e l’agonia dei cervi e delle lucciole, fu inventata la carta igienica con disegni di scarafaggi e l’aria assassina delle corride, fu inventato il cuore alla griglia e il silenzio assordante dei supermarket, fu inventato il pianto dei bambini mai nati, di quelli inchiodati alle rotaie della fame, di quelli che si nascondono nelle scarpe, per non conoscere la paura del sole.

Furono ridisegnati i lamenti delle vedove, le stragi siciliane, le morti dentro il cemento e l’acido solforico, furono rimodulati il canto della civetta e il sangue azzurro dei pescatori di perle, il pianto delle vedove, le cartoline spedite dagli occhi senza parole del Vajont, del fumo della stazione di Bologna, di Dallas, di Ustica, di Piazza della Loggia, di Piazzale Loreto, del treno Italicus, e delle cicogne che non trovarono più la strada per la memoria.

Scoppiano nausee e indignazioni di quelle persone che non desiderano, giustamente, mercificare le proprie mercanzie. È una sentenza nauseante: così la presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Moscatelli, ha definito  la decisione della Cassazione. Intanto ha detto  "Vorrei sapere come è stata misurata la libidine, ma sono molto preoccupata per il messaggio, assurdo, che la sentenza lancia agli uomini”.

Qui le donne hanno gli occhi incollati alla terra che divora.

Qui le donne hanno le mani inchiodate a parole grigie e acide.
Qui le donne dormono su letti d’angoscia durante una sola idea, fatta di figlie lontane

fatta di bucce di patate scadute

Qui le donne hanno sangue decorato da numeri improvvisi senza trecce o riccioli arabescati.

Qui le donne hanno vestiti che frustano con dentro vipere e rospi, ad attenderle all’uscio.

Qui le donne il profumo se lo portano sempre in una boccetta nascosta sotto l’angolo malizioso della tentazione

Qui le donne il profumo lo portano appeso alle lacrime a volte

per confondere la paura di un viaggio senza ritorno

a volte per anestetizzare la rabbia per essere state trascinate per secoli

dentro le miniere dell’indifferenza

Cosa sanno di te, cosa sanno di come si muore, con una gazzella vuota, tra le mani, con un pozzo orfano dentro le orecchie,

Cosa sanno di te e delle tue corse per non vedere il mare per non bere la sabbia avida di frustate

cosa sanno di te e della morte delle leonesse abbandonate dentro nidi di mosaici e poltrone dorate

cosa sanno di te e di una capanna notturna fatta di canne e pelle di madre

cosa sanno di te e del cotone futuro da nascondere la notte dentro un blues arrugginito dal sudore

Passavano notti intere, le gocce di Dio, nei bar, sui moli, nei ghetti, per capire le nefandezze di cuoio di poliziotti e inquisitori, per cercare di capire il terrore delle ghigliottine, della schiavitù di immigrati senza patria e senza nome, per capire la livida ricerca del potere, per capire i simboli apparecchiati da neonazisti e ku klux klan, per capire le fogne di bucarest, dove l’aria è sempre idiota e oltremodo cattiva   

Le bandiere non hanno colore

Le bandiere pensano che i loro colori vengano regalati da arcobaleni e farfalle

Le bandiere credono che la loro vita sia uguale a quelle delle giostre o degli gnomi

Le bandiere piangono talvolta e le loro lacrime si trasformano in stelle

o in lune spezzate o in alberi eterni

Ogni volta che una bandiera muore un angelo raccoglie da terra le parole di una madre

e le conserva nelle acque delicate dei ricordi

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell'odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica.

Cosa sanno di un antilope come medaglia

Cosa sanno di acqua abbandonata dentro la saliva delle iene

Cosa sanno di muscoli rotti nella notte, di lingue spezzate dentro parole diverse, di seni gelidi

o di pane interrotto da velieri senza nome

Cosa sanno di teschi, di catene, di sale, di maschere, di aquile ammalate, di candele spente,

di grida inchiodate al fango della vergogna

Cosa sanno del sangue che non è capace di urlare vendetta

 

salute a voi palestinesi salute a voi israeliani

salute a voi iracheni salute a voi che vivete nelle riserve di port gardner

salute a voi navaho salute a voi che abbiamo trascinato in catene lungo l’oceano

salute a voi cinesi che siete morti sui binari della union pacific

salute a voi vietnamiti salute a voi che avete consegnato come un pacco regalo

il vostro nome alla lunga pietra nera del lincoln memorial

salute a voi afgani salute a voi parole di martin luther king

salute a voi medici e infermieri salute a voi vigili del fuoco

salute a voi che accarezzerete per l’ultima volta

una sedia elettrica salute a tutti voi che avete la gola incatenata al terrore

salute a voi cani che divorate i cortili imbalsamati del queens

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho un sogno. E' un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

I HAVE A DREAM

Io ho un sogno: che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California, dell’Etiopia, dell’Iraq, dell’Afghanistan, India, Pakistan, Perù, Nigeria, Mauritania, Sudan, Armenia, Guatemala, Sierra Leone, Mozambico, Algeria, Tagikistan…

E chiesero le gocce di Dio di essere seppellite a Woudned Knee, a Hiroshima, a Dachau, a Katyn, a Sant’Anna di Stazzema, a Stalingrado, a Baghdad, a Caporetto, a Princetown

 

E chiesero le gocce di Dio di essere seppellite dentro una tazzina con miele, noccioline e qualcosa di molto piccolo, dimenticato da qualcuno, da qualche parte

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno che 

la guerra non è solitudine non è follia non è sofferenza non è malinconia

non è paura non è grido acuto non è fantasma non è pianto

non è freddo non è oasi non è ghiaccio non è buio

la guerra non è un pezzo di pane corroso dall’odio

LA GUERRA NON E’

   

 

Tra realtà e fantasia.

Grazia Fonio

 

A lei, in tenerissima età, la guerra spappolò una gamba; il chirurgo gliela amputò; il becchino la seppellì. Chissà se nell’Aldilà il Signore, che tutto può, gliela trapianterà nelle dimensioni adatte al suo oramai vetusto corpo! Ogni mattina si scontra con la triste realtà: vorrebbe con un balzo saltare giù dal letto per occuparsi prontamente delle cose sue, ma là sul tappetino, come un fedele cane accucciato, giace la protesi. Oh come la odia, ma guai se non ci fosse, perché è il suo sostituto della gamba!

Arrivò il giorno del matrimonio con il suo amato lui. La cerimonia si svolse in un palazzotto sontuoso ma fatiscente. Al momento dei commiati l’ambiente tremò, non si sa se per un sopravvenuto terremoto, una tromba d’aria, o qualsivoglia calamità naturale… oppure per incuria dei costruttori, per mancata ristrutturazione o, peggio ancora, per un attentato terroristico (a tutt’oggi non raro, così come raccontano i mass-media). I conviviali terrorizzati, calpestandosi vicendevolmente, urlavano «fuggiamo, fuggiamo, l’edificio crolla!» e così fu. Entrambi gli sposi tentarono di rimuovere una pietra, mentre un megafono degli immediati soccorritori diffondeva loro parole di incoraggiamento. Una fievole luce filtrava da una fessura tra le macerie; la salvezza era vicina. I feriti vennero trasportati all’ospedale, i morti all’obitorio, gli scampati in una locanda vicina. Qui gran parte dei frequentatori erano alticci dal troppo bere, ma l’allegra euforia coinvolse i sopravvissuti obliando momentaneamente l’efferatezza degli eventi. Ognuno è libero di reagire come crede al proprio dolore.

Con grandi sacrifici i coniugi costruirono il proprio “nido d’amore”, in riva al mare, non grande, ma funzionale, con tutti i confort che l’epoca in cui vivevano forniva.

 Sopraggiunsero gli invasori, li spodestarono dal loro territorio, requisirono la loro casa.

Esuli in altro loco, trascorrono ora serenamente gli anni… se non che leggendo i quotidiani, balza ai loro occhi la cronaca che li inquieta:

«Truffe ad anziani» - «Donna sfregiata e violentata» -  «Sassi e petardi contro le forze dell’ordine» -  «Travolta da un auto pirata, muore» -  «Picchiato da una banda di coetanei» -  «Aereo dirottato da banditi» -  «Minorenni sniffano eroina» «Tonnellate di rifiuti, città al collasso» e poi ancora: scorie nocive, gas e piombo nell’atmosfera, rumori, potere e speculazioni…

La storia, si sa, ci insegna che nel suo decorso si sono alternate fasi di differenziazione tra i popoli – memori di antichi dissapori, lotte di predominio, guerre sanguinose – e fasi di collaborazione – spinte verso l’unificazione europea mediante grandi Organizzazioni internazionali. Ma oggi, nel nuovo millennio, che si è raggiunta tale unione, perché persistono tante iniquità, perché non c’è pace in questo mondo?

Forse perché la troppa libertà dei cittadini contrasta con le esigenze delle comunità locali, nazionali e internazionali?

Forse perché non si è pienamente integrato l’afflusso crescente di extracomunitari, di conseguenza non si è ancora pronti a recepire lo scambio di esperienze culturali del “diverso” in fatto di lingua, religione, istituzione politica…?

Forse perché la donna, nonostante tutte le sue “battaglie” per ottenere pari opportunità del “privilegiato” uomo, non può sfruttare al massimo il suo potenziale nell’ambito del lavoro, della vita politica, delle Istituzioni?

Forse perché, specie nella pubblicità, la donna-tentatrice è identificata col prodotto stesso nella mente del consumatore?

Forse perché il rincaro dei beni di consumo primari, la disoccupazione incipiente, l’accattonaggio… esasperano gli animi degli non abbienti, portandoli a delinquere?

Altri mille e più interrogativi si pongono i due protagonisti di questo racconto e, talvolta, i loro sogni - forse alle soglie del finire della loro esistenza (ma non è mai troppo tardi!) - si rivelano premonitori, sia nel bene che nel male. Non si lasciano abbattere dalle difficoltà; sono consapevoli che, nonostante tutto,  la vita è un cocktail di ingredienti: amore, solidarietà, pazienza, gioia, sofferenza, speranza, tradizioni, progresso…

 

 

Venire e partire.

Flavio Palermo

 

scivoliamo per gravità

l'uno accanto all'altro

puntuali nel nostro.. venire e partire…

nascere e morire…

dentro un riflesso

da cui veniamo… in cui finiremo

vivendo così..come eclissi di pace

 

 

Shalom

Paolo De Benedetti

 

…Non c'è bisogno di dire che cosa significhi "fare" shalom, in opposizione a "dire" shalom. Nella beatitudine, i facitori di pace saranno chiamati figli di Dio. Ecco perché l'uomo può diventare un facitore di pace: in quanto è figlio diDio. Questo shalom che i figli di Dio diffondono intorno a sé, è una middah, un "attributo" di Dio, e proprio in quanto attributo di Dio può divenire attributo dell'uomo, icona divina, e rovesciare tutto quanto abbiamo detto sopra  la pace. L'abbiamo detto e lo crediamo. Ma forse oggi fare un discorso di pace è l'unica maniera che ci resta di fare un discorso etico. Nessuno di noi presterebbe attenzione a un discorso etico: ma il discorso di pace, soprattutto se è fatto da un "pacifico", trova ancora orecchie, e forse cuori. Questa grazia che può avere l'uomo di fare shalom è grandissima. Nel versetto di Zaccaria 14,9: si dice: "E avverrà in quel giorno, che Dio sarà uno e il suo nome uno". In quel giorno: perché oggi Dio è due, e il suo nome è due. E allora, la spiegazione è questa: con la grazia di Dio, essendo stato abilitato da Dio a farlo, l'uomo è in grado di dare shalom anche a Dio, perché questa sua "unità", termine della historia salutis, avrà luogo non prima che l'uomo abbia redento sé stesso e, come dice una tesi della mistica chassidica, Dio.

  Allora, questo shalom che Dio ha dato all'uomo,  l'uomo lo restituirà a Dio, non    nel senso di restituire un talento non fruttato, ma nel senso che Dio ha bisogno di essere "pacificato" dai "pacifici": questa pacificazione non gli può infatti venire da sé stesso, dal momento che creando l'uomo si è compromesso una volta per tutte, si è reso dipendente dall'uomo pur rimanendo la fonte della sua grazia.1)

 1) Tratto dalla registrazione della conferenza tenuta a Milano presso le Suore di Sion 1984

 

 

Perché non c’é pace?

Rodolfo Guzzi 1)

 

Non c’è pace perché la paura del diverso percorre la Terra, perché il potere vuole comunque predominare, sia esso  economico,  religioso, o politico.

Il predominio della persona sulla persona, dei governi sulle persone e sugli altri governi si esercita attraverso la guerra o attraverso forme di guerra psicologica e di repressione.

La guerra corre su internet?

Sembra una domanda insolita; eppure nel terzo millennio la guerra arriverà sulla Rete prima ancora che diventi effettiva. Ma così come arriverà la guerra anche la pace percorrerà la Rete.

Un tempo la guerra e la pace passavano per i segnali di fumo, poi per le colombe, poi ancora per la radio. La guerra scoppiava con grande fragore senza nessun indizio precursore, si preparava e si sapeva solo nelle cancellerie e tra i governi, e poi si sentiva della pace a cose fatte, dopo che la paura aveva percorso tutti quanti.

Ma con internet no: si sanno le cose prima che accadano e per questo la straordinaria mobilitazione che potrà determinare internet, coinvolgerà tutti e tutto.

E in primo luogo coinvolgerà la Scienza che ha determinato l’avvento di Internet, prima segmento di guerra e poi strumento civile. Oggi basta digitare un nome per ottenere una spiegazione, un’immagine, un video; per vedere il contrario e il dritto, la Rete e le sue diramazioni danno evidenza, anche se talvolta fallace, di cosa bolle in pentola.

Basti pensare a cosa sta accadendo in Cina dove un regime autoritario blocca l’accesso a siti che sono contro il rigido controllo dello stato; in Russia o nei paesi così detti democratici dove la censura è ancora in agguato.

Questa situazione è prodroma di una guerra?

Forse non dal punto di vista tradizionale, ma sicuramente verso l’individuo e la sua libertà.

Possiamo utilizzare internet per bloccare la guerra e fare in modo che internet diventi strumento di pace?

 

Guerra come strumento di repressione totale

Ogni volta che si parla di Scienza si ritorna alla sua neutralità. Si dice che se non avessero inventato la Bomba Atomica non ci sarebbe stato il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki. Ora che abbiamo bombe assai più tremende e che gruppi di paesi si stanno dotando di bombe atomiche di varia natura,  c’è la paura che si possa avere un conflitto nucleare, seppur limitato, (si dice “regionale”) che possa coinvolgere, anche se indirettamente, chi non è belligerante.

Viceversa ci sono tanti conflitti tradizionali che coinvolgono molti paesi, in particolare i meno sviluppati, oppure si sviluppano conflitti tra  paesi  sviluppati e regioni in cui alligna il terrorismo,  per aiutare a raggiungere una pace duratura.

La Scienza non è mai stata neutra così come tutte le attività umane.

Eppure il coinvolgimento della Scienza per la pace è altrettante coinvolgente come la Scienza per la guerra.

In realtà è la pressione dei poteri che stanno al governo che spingono all’utilizzo di questa o quell’altra tecnologia.

Mai come oggi ci sono tanti scienziati che studiano nuovi dispositivi di guerra: gli  armamenti rappresentano una fonte di guadagno cospicuo e il prodotto nazionale lordo se ne avvantaggia.

Ma ci sono anche strumenti più striscianti che vengono utilizzati come  il controllo delle fonti di informazione. Essi sono guerra dei governi verso gli individui, verso la loro libertà. Non sono strumenti totali come la guerra guerreggiata, ma sono strumenti di sopraffazione verso la persona e le sue idee. Sono strumenti di repressione selettiva che distrugge la capacità di reagire e infine riduce il dissenso assimilandone la sua forza al potere costituito.

La via alla democrazia passa dunque attraverso le fonti di informazione: Internet è divenuta quella elettiva. Internet è uno strumento a disposizione di tutti è lo strumento che da Scienza diventa patrimonio dell’umanità.

 

Costruire la pace attraverso il consenso.

Quanto è difficile costruire una pace con il consenso? Il concetto di consenso ha purtroppo assunto una valenza negativa, ma invece rappresenta la forma di autogoverno più alta, purché si possa esercitare compiutamente. Il consenso passa attraverso il dialogo e questo deve poter essere esercitato attraverso i così detti “media”  che esistono e si sviluppano sempre più.

Costruire il consenso richiede un lungo percorso di educazione all’ espressione dei propri sentimenti ed anche delle proprie emozioni. La scuola, in ogni sua espressione, deve diventare lo strumento per costruire il dialogo, non il consenso. Questo viene dopo, attraverso gli strumenti critici ed etici che la persona si è data. Costruire la pace non è quindi un percorso astratto ma concreto ed altamente educativo.

Di contro uno stato non democratico può costruire un consenso per sopraffare un dissenso che può capovolgere lo status quo. Attraverso il fanatismo e l’integralismo si può creare un consenso illiberale foriero di sopraffazione e di costrizioni.

Anche l’alternativa pace o guerra rappresenta una forzatura che può essere superata attraverso  il dialogo.

 

La Scienza della pace

Così come esistono gli scienziati che studiano armi per la guerra così devono esserci scienziati che studiano per la pace.

 

La Scienza della pace non è un’utopia, ma una inderogabile necessità.

Non è solo una forza che spinge per una via di pacificazione comune, ma è una strategia volta al bene supremo della non belligeranza. La Scienza della pace passa attraverso la Scienza per la pace. Non è rappresentata dalla visione che sovraintende coloro che si dichiarano Scienziati consapevoli, ma supera la loro visione per diventare artefice di un passaggio che totalizza le forze in vista della pace: dalla persona alla comunità, dai governi agli stati. La Scienza della pace deve diventare un filone di ricerca che coinvolga non solo gli uomini di scienza ma tutti coloro che vogliono perseguire un obiettivo di pace.

La Scienza della pace deve crescere come crescono tutte le Scienze tradizionali, diventando il punto di riferimento per il futuro della Terra.

 

Gli strumenti per giungere alla Scienza della pace.

Ancora una volta Internet deve diventare lo strumento potente della divulgazione: la seconda e terza generazione porteranno la capacità di possedere uno strumento che trasmetterà dati, immagini, informazioni e quant’altro in tempi quasi reali, permettendo di reagire positivamente o negativamente a ciò che sta accadendo.

La Scienza della pace si dovrebbe avvalere delle nuove generazioni di Internet per costruire un sistema consolidato che sia in grado di reagire immediatamente per garantire la pace.

Con l’avvento di sistemi di calcolo iperveloci e potenti quali i calcolatori quantici, si avrà uno strumento di dialogo altamente reattivo che percorrerà l’intera Rete e che potrà, se finalmente si utilizzerano gli strumenti che permetteranno di superare il “digital devide”, far giungere attraverso satelliti l’informazione anche al più sperduto villaggio della Terra.

 

L’educazione attraverso i libri via rete

Uscire dall’anonimato della rete per diventare interprete della pace, utilizzando i libri: è possibile?

Con l’avvento degli e-book ci sarà la convergenza del libro con internet: avremo il libro, il giornale insomma i “media” sul nostro tavolo in pochi secondi con costi irrisori. Allora potremo nutrire la voglia di pace attraverso il piacere della conoscenza, sostituire e controbattere il potere con il sapere verso una pacificazione degli animi.

Pensiamo alla capacità di coinvolgere milioni di persone per controbattere quei pochi che vogliono detenere il potere e imporlo agli altri, attraverso gli e-book ed internet.

Potrebbe realmente essere una Rete di Pace.

 1)Prof. Rodolfo Guzzi Presidente IBP Group International

 

 

Perché non c’è pace?

Sandro Schmid

 

 Perché nell’umanità manca il dialogo.

    Cerchiamo di chiarire i termini. Cosa s’intende per pace? Le risposte possono essere diverse se riguardano la sfera personale, la relazione con il tu e gli altri, il rapporto collettivo fra povertà e ricchezza, etnie, religioni, popoli, nazioni diverse.

    Per l’essere umano «stare in pace con se stesso» significa ritrovare un’armonia fra il pensare, il parlare e l’agire secondo coscienza per il bene comune. Forse è proprio questo il significato di «essere in pace con la propria coscienza». Ogni contraddizione di questo comportamento mina la propria pace interiore. La pace interiore non può mai essere confusa come «chiusura in se stesso», un solipsismo egoista, ma è apertura e confronto con l’altro, si potrebbe dire la ricerca di una conoscenza e condivisione reciproca.

     Il tramite di questa relazione è il dialogo. Senza dialogo non esiste alcuna possibilità di relazione autentica, di stare insieme in «pace». Questo concetto vale nel rapporto con la persona amata, la propria famiglia, gli amici, le persone con cui si condivide la stessa religione, associazione, gruppo politico, tradizioni e lingua della propria Comunità locale o dello stesso ambito di Civiltà.

    La centralità del dialogo per stare insieme in «pace» è ancora più essenziale nella relazione con chi-non-la-pensa-come-te, con quelli che si ritengono «diversi», stranieri gli uni con gli altri perché parlano lingue diverse, hanno altre tradizioni e credenze religiose, appartengono a storie di Civiltà diverse.

     Ogni essere umano non è mai eguale all’altro. L’io è unico e irripetibile.  Il pensiero e la cultura di una persona non sono mai un fatto statico ma dinamico. Con il dialogo, la cultura di ciascuno si arricchisce anche di quella dell’altro e la strada del «convivere in pace» è aperta.

    Il dialogo non significa semplicemente passiva tolleranza dell’altro, ma aprirsi all’altro per capire le sue ragioni anche se non sono le tue.

    Il dialogo dovrebbe essere sostenuto dall’esercizio di cercare «di mettersi nei panni dell’altro/a» per capirne meglio il modo di pensare, il comportamento, le ragioni e quando permangono divergenze, rivalutare la funzione positiva del compromesso possibile.

    Compromesso, non va inteso in senso negativo, non significa resa assoluta nei confronti dell’altro. Significa trovare un punto d’incontro circa a metà strada, che garantisca la convivenza pacifica e rifiuti il conflitto, la violenza di uno scontro.

   Questo vale nei rapporti interpersonali anche in seno alla propria famiglia come fra i popoli per uscire dalle vecchie guerre come quella arabo/palestinese-israeliana. Un esemplare scontro tra «ragioni» diverse, che in assenza di dialogo e di compromesso, si scarica sulla popolazione civile con ogni sorta di soprusi, violenze militari e terrorismo.

    A ragione, si dice anche che per affermare la pace basterebbe applicare «la regola d’oro» delle religioni che predicano l’amore per il prossimo, in particolare per i più poveri, in forza del principio che tutti siamo figli di Dio e quindi dell’Unità umana.

    Dal canto suo la scienza ha dimostrato che non esistono le razze, ma un’unica specie umana. Per risolvere la pace basterebbe che fosse applicata la stessa splendida dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che richiama il meglio del pensiero umanista e illuminista.

    La storia ci insegna però che il principio dell’uguaglianza e fraternità umana è stato drammaticamente tradito dalle stesse religioni che lo affermavano.

    In nome del proprio unico-vero-Dio e della superiorità militare, interi popoli sono stati pressoché spazzati via dalla faccia della Terra e si sono consumate criminose inquisizioni, persecuzioni, torture e delitti inauditi.

    Popoli e nazioni si sono massacrati a vicenda pur professando la stessa religione. In nome della superiorità della razza, del colonialismo, dell’imperialismo o di una classe sociale si sono realizzate le peggiori dittature e consumati i più spietati crimini contro l’umanità.

    Per questo il principio della fratellanza e dei diritti universali dell’uomo per essere efficace devono essere messi in pratica con la cultura del dialogo, della libertà di pensiero e della democrazia.

    Come il contrario di pace è guerra, la negazione radicale del dialogo è il fanatismo.

La condizione per affrontare un dialogo è non avere la presunzione di essere detentore dell’unica verità. Di pensare, ad esempio, che il tuo Dio e la tua religione siano le uniche verità mentre quelle degli altri siano tutte delle imposture da combattere.

    L’integralista o il fondamentalista, nei confronti dell’altro che non la pensa come lui, al massimo intavolerà un monologo, mai un dialogo. L’espressione estrema del fondamentalismo è il fanatismo. Per la propria natura il fanatismo è la radicale negazione del dialogo e del pluralismo culturale.

    L’homo fanaticus è incapace di spirito critico perché la fede nel dogma della verità assoluta in cui crede non lo consente. Per il fanatico il mondo si divide nettamente fra il bene di quelli che la pensano come lui e il male di chi nutre altre idee e convinzioni. Il fanatico è talmente convinto di essere nel vero e nel giusto da sentirsi investito da una missione salvifica superiore: purificare il mondo che lo circonda dal male che vi impera.

    Il fanatismo, per esistere, ha bisogno di nemici da convertire o da combattere fino al loro totale annientamento.

    La storia dell’umanità è una serie infinita di guerre, dove la sete del potere e della ricchezza è sostenuta dal fanatismo nazionalista, religioso o ideologico. Non è un caso che le guerre più crudeli siano state quelle messe in campo dal fanatismo religioso o dalle dittature totalitarie.

    Si pensa che la civiltà dei nostri giorni, rispetto al passato, abbia fatto dei passi in avanti giganteschi. Se guardiamo ai progressi della scienza e della tecnica, è in larga parte vero.

    Come in una medaglia, il progresso tecnologico ha due facce: quella della pace per il miglioramento delle condizioni culturali, sociali ed economiche dell’umanità, e quella della guerra per realizzare armi sempre più sofisticate, potenti e distruttive.

    Da quando l’uomo-scimmia ha brandito la prima clava, l’armamento è diventato tale da autodistruggere la sua stessa esistenza. L’arsenale missilistico atomico accumulato è tale da far saltare il pianeta. La corsa agli armamenti continua ad arricchire le industrie militari, i mercanti senza scrupoli e a dissanguare i Paesi più poveri della Terra in mano alle dittature.

    Forse una novità positiva di questo inizio di millennio è il complesso processo per costruire l’Europa Unita. Popoli che si sono scannati tra loro da sempre, forse oggi hanno capito che la pace è il bene più prezioso, anche se per realizzare il cittadino europeo la strada appare ancora lunga. Anche qui, l’intensificazione del dialogo fra i popoli e le nuove generazioni europeee, è la maniera per accorciarla e per tagliare alle nostre spalle i ponti dei nazionalismi.

    Miliardi di persone soffrono e muoiono di sete, di fame, di vecchie e nuove epidemie, e sono privi d’istruzione. Alla povertà che si annida negli stessi Paesi ricchi, si aggiunge la migrazione disperata dai Paesi poveri e spesso dilaniati da guerre e dittature. 

    Siamo sull’orlo del collasso demografico. La popolazione umana cresce in maniera esponenziale specie nei Paesi, dove la povertà corre in parallelo alla mancanza d’istruzione e alla discriminazione delle donne.

    Quanto più profonde sono le ingiustizie sociali tanto più è difficile mantenere la pace. Che dialogo può esserci fra chi muore nella miseria e il ricco che non ha occhi per vedere o orecchie per ascoltare? Dialogo significa prima di tutto saper ascoltare! Se il dialogo è comprendere le ragioni dell’altro cercando di «mettersi nei suoi panni», allora vuol dire ricerca della giustizia sociale, rimuovere l’odio e porre le condizioni per convivere in pace.   

    Per la prima volta nella storia mondiale, l’egemonia dell’Occidente è in una fase di decadenza e deve misurarsi con l’irruente progresso dei grandi Paesi emergenti dell’Oriente. Le risorse economiche e finanziarie dell’Occidente sono interdipendenti con quelle dell’Oriente e dei produttori di materie prime. L’Occidente non è più autosufficiente nemmeno riguardo alla manodopera, e il lavoro degli stranieri immigrati è diventato essenziale per il suo fabbisogno.     

    In tutto il mondo, la popolazione tende ad accentrarsi in gigantesche metropoli, dove i meno fortunati vivono o bivaccano in sconfinate periferie, i ricchi in quartieri privilegiati e le varie etnie si conquistano propri ambiti territoriali nei quali chiudersi.  

    L’invasione «pacifica» della manodopera straniera verso i ricchi Paesi occidentali è un fenomeno di proporzioni inedite e in rapida crescita. La globalizzazione marcia verso un epocale mescolamento di popoli, culture e religioni.

    Il carattere di questa invasione è davvero pacifico? Oppure è la miccia di nuovi e crescenti conflitti etnici dagli esiti imprevedibili? Il tema è di estrema attualità e lo stiamo vivendo sulla nostra pelle. Conflitto o convivenza pacifica sono, anche qui, le due facce di una stessa medaglia.

    Se in una Comunità a prevalere sarà l’approccio ideologico fondamentalista o xenofobo che vede nella diversità dello straniero un potenziale nemico da discriminare e combattere, il conflitto e la violenza saranno assicurati.

    Se invece a prevalere sarà lo spirito della cultura del dialogo e del «compromesso» di cui abbiamo parlato, si apre la strada a quella cultura della convivenza globale di cui l’umanità ha estremo bisogno per affrontare una nuova fase di autentica Civiltà umana.

    Evidente che per il dialogo è necessaria una disponibilità reciproca. Reciprocità non significa rimanere neutrali o aspettare l’iniziativa dell’altro, ma precedere l’altro, essere il primo a porgere la mano.  In questo senso il dialogo deve essere intrapreso in maniera trasversale da tutte le donne e gli uomini di buona volontà presenti in ogni cultura di maggioranza o di minoranza che sia. 

    Stare in pace con l’altro non significa certo subirne passivamente le eventuali angherie. Se uno ti dà uno schiaffo, «porgi anche l’altra guancia» indica il messaggio sublime di Gesù, ma forse per chi non è vocato al martirio, è bene evitare di essere colpito un’altra volta.

    Non sarà in linea con l’integralismo pacifista ma se la teocrazia religiosa o qualsiasi altra dittatura, mettono in pericolo la libertà e la democrazia, è legittimo il diritto-dovere di ribellarsi e opporsi con tutta la determinazione e forza possibile: la libertà di pensiero e di coscienza come diritto fondamentale dell’essere umano e patrimonio della democrazia, sono valori che non si possono barattare. Quando si è abbassata la guardia l’Europa è caduta sotto la dittatura nazista e fascista.

    Di grande importanza è la politica di ogni Comunità per creare le condizioni e fornire gli strumenti del dialogo nelle politiche dell’accoglienza, della scuola, della non discriminazione sul lavoro, dei diritti e dei doveri civili nel rispetto della legislazione nazionale. In altri termini, se si assume l’obiettivo della piena integrazione sociale, nel rispetto delle rispettive culture e culti religiosi al fine della convivenza pacifica. O al contrario se si voglia alimentare il fanatismo, l’odio xenofobo e il conflitto.

    Il nemico della convivenza pacifica è quindi il fanatismo. Come la violenza crea violenza, così il fanatismo si nutre del fanatismo opposto e il dialogo rimane l’unica medicina disponibile per una pace condivisa.       

    Nella nostra storia globalizzata non si può sfuggire dal multiculturalismo e dalla multietnicità. Che il fenomeno si trasformi in conflitto, guerre o convivenza di pace, dipende solo da noi stessi.

    Ogni persona sviluppa la propria conoscenza-esperienza e di conseguenza «il proprio metro di giudizio» dall’ambiente in cui è nato e vissuto. Dialogo significa mettersi in relazione con «il metro di giudizio dell’altro» nato e vissuto in ambiente culturale diverso e lontano dal proprio.

     Il relativismo volto al bene comune è il lievito del dialogo e della pace.

     L’assolutismo, l’integralismo, il fondamentalismo, il fanatismo di chi ha la presunzione di possedere l’unica verità fino a volerla imporre agli altri che non la pensano nello stesso modo, è il lievito del conflitto e della guerra.    

    Gli aspetti più eclatanti del fanatismo si riscontrano, non a caso, nei regimi teocratici islamici dove il potere è rappresentato dalla gerarchia religiosa e la legge unica è quella dettata dall’interpretazione del dettato supremo, unica verità assoluta, del proprio codice religioso che non tollera e punisce la benché minima libertà di pensiero o di comportamento sociale che non ne osserva le regole.

     Dopo l’11 settembre lo spettro del fanatismo dell’estremismo terrorista islamico ha aperto uno scenario di guerra ideologica tra Civiltà, che con la caduta del muro di Berlino si sperava superata.  

    L’ingrediente principale del nuovo terrorismo è il fanatismo religioso, la divinizzazione dell’azione violenta vista come l’unica via di salvezza per il resto dell’umanità.

    Per il fanatismo islamico il kamikaze non è né un suicida né un assassino ma un shahid (un martire-testimone) in quanto in nome della fede cieca e assoluta nella Jihad (la guerra santa) il suo sacrificio colpisce il nemico-miscredente non importa se militare o semplicemente civile. Per questo lo shahid che si fa esplodere come una bomba umana in mezzo ai nemici-miscredenti è convinto di guadagnarsi la felicità massima del Paradiso.

    Questo tipo di fanatismo-terrorista è la negazione di qualsiasi libertà di pensiero, di spirito critico, di dialogo e induce nel fronte opposto risposte violente e fanatiche per alimentare una spirale che porta allo scontro tra Civiltà.

    La risposta più sbagliata è voler combattere questo fanatismo con un fanatismo diametralmente opposto, in nome del proprio Dio, della propria Civiltà e della forza militare che finisce per ricadere sulla popolazione civile.

    Per guadagnare la pace occorre rompere la spirale della guerra e della violenza, evitare di considerare in blocco l’islamismo come un mondo compatto di fanatismo da combattere. Al contrario è necessario sviluppare la reciproca conoscenza e il dialogo con le culture più moderate e disponibili al confronto, individuando i compromessi possibili della convivenza pacifica.

    La cultura islamica è una realtà variegata, non solo negli Stati dove è presente, ma anche all’interno degli Stati teocratici per eccellenza, come dimostra il drammatico scontro politico-culturale popolare aperto in Iran.

     Il mondo che viviamo è sull’orlo del collasso ambientale e demografico. Distruggendo foreste e inquinando cielo, acqua e terra, l’Umanità sta scavando con le proprie mani la sua stessa fossa. Nell’indifferenza quasi generale, gli ecosistemi e la biodiversità sono colpiti a morte. I fiumi, i laghi, i mari e gli oceani non riescono più a rigenerarsi e sulla Terra avanza desertificazione e cementificazione.

    La biodiversità, che sarebbe meglio chiamare biovarietà, ogni giorno che passa viene falcidiata. Un numero sterminato di esseri vegetali e animali sono già estinti. Ora è vicinissima la sorte di prestigiosi mammiferi come: gorilla, orsi polari, elefanti, ippopotami, rinoceronti, tigri, leoni, balene o di pesci come gli stessi squali, di uccelli, di migliaia di specie di anfibi, rettili, insetti...       

    In questo continuo sterminio la spietatezza umana sembra non aver limiti. Gli animali, la cui stessa parola riconosce loro un’«anima», sono «i nostri cugini di viaggio» per di più incapaci delle perfide crudeltà di cui si è dotato l’uomo. E pensare che, ai giorni nostri, il cinismo dell’homo venator è ancora tale da considerare uno sport ammazzare liberi animali con i loro potenti  fucili di precisione.

     La voracità dell’homo stultus è tale da distruggere la propria «casa», da uccidere la propria Madre Natura che con pazienza infinita del tempo lo ha partorito. La stoltezza umana è tale da devastare le bellezze del paesaggio, abbattere gli alberi secolari, privarsi dell’incanto del regno dei fiori spontanei dei prati e da inquinare la purezza delle acque che beviamo e dell’aria che respiriamo.

    Per la pace interiore la persona umana ha bisogno di essere in armonia con se stessa e vivere in armonia con la bellezza della Natura che lo circonda: amarla, seguirne i ritmi, mettere in sintonia il pulsare della propria vita con il respiro della Terra, della Luna, del Sole. Significa ascoltare la musica dell’infinità delle stelle e dell’eternità del tempo, la stessa che anima la più intima vibrazione del nostro pensiero.

    Chi non è in armonia e in pace con se stesso e con la Natura difficilmente può essere in armonia con gli altri. Non ci sono due tempi: un prima e un dopo. L’umanità per trovare l’armonia e la pace, deve scoprirla dentro sé stessa, realizzare «il dialogo autentico» con la Natura e con ogni essere umano e vivente che la popola.

    

 

La guerra di Troia, a dodicianni-e-un po'.

Raspadori Giuseppe

 

“Cantami, o  Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti lutti addusse agli Achei”: a dodicianni-e-un po’, quando ogni pomeriggio, chiusa la porta/vetrata dell’ingresso grande, almeno sette metri per quattro, della grande casa di via Mentana dove vivevo a Imola con mia madre e le mie sorelle, per almeno due ore mi avvinghiavo in una sudata lotta corpo a corpo, stile greco-romana, con un mio amico, Vittorio Manara, più forte e maggiore di me di un anno, e quando, con curiosità e confusa sorpresa, avevo iniziato a svegliarmi, nel cuore della notte, col seme di improvvise polluzioni che sgorgava nell’eccitazione di sogni che non avrei mai raccontato, se non vent’anni dopo all’analista con cui svolgevo il mio training di formazione psicoanalitica, a dodicianni-e-un po’, dicevo, Omero, nella bella ed unica traduzione esistente allora di Vincenzo Monti, mi accompagnava, con l’Iliade, all’ingresso della mia vita adulta.

Sono queste le tre immagini che mi tornano alla mente di quella stagione che segnò il battesimo alla vita nuova della mia identità di uomo, mentre, via via, sfumavano i giorni solo gioiosi della “pace” dell’infanzia.

Già, l’Iliade, l’epica della lotta infinita per la donna, proposta, a mo’ di viatico, in quella mia stagione di dodicianni-e-un po’ quando il bisogno di misurare la mia forza nella competizione e nell’incontro si coniugava con l’inizio della mia sessualità matura.

Non è un caso, penso, che la lungimirante scuola di Giovanni Gentile ponesse al centro degli studi del secondo anno delle scuole medie la simbologia del primo dei poemi Omerici.

Un’opera che, se vogliamo, e se voliamo liberi con la mente, ci spiega anche il perché del “bullismo” tipico di quella breve stagione in cui improvvisamente esplode la tua aggressività, prima di passare, in capo a un anno, all’Odissea della tua vita, quando sei chiamato a dimostrare che “fatti non fummo per viver come bruti ma per seguire virtude e conoscenza”.

La stagione dell’Iliade, intendo dire, è una stagione di “bullismo” e di coraggio, di gesti onnipotenti e di talloni deboli d’Achille, di sfide leali e di vendette meschine, di furbizie e sotterfugi, di patti di amicizia fino al sangue, di solitudine e di branchi, di sogni e di violente ideazioni.

E questo grande rito di iniziazione avviene proprio sotto l’immanente presenza dentro di te di una “Elena” vera, di femminilità fatta di carne e di piacere, non più la fatina in cima alle guglie  dei castelli in aria dell’infanzia, “Elena” che, là, lontana, invisibile ma presente, oltre le mura di una lunga lotta, si congiungerà con chi lei riterrà migliore.

Ed é solo dopo che hai acquisito il senso e la sicurezza di potercela fare e non soccombere, che inizierà il tuo viaggio avventuroso di scoperta, perennemente tra Scilla e Cariddi, in mari a volte veloci ed altri di bonaccia ed altri ancora burrascosi, in cui conoscerai, sempre con la voglia di fermarti, però poi di proseguire il giorno dopo, la stregata bellezza demoniaca della tua maga Circe, la musicalità sottile della seduzione delle Sirene che ti colpisce e incanta, i dolci ed accoglienti lidi di Nausicaa delle cui grazie tu ti nutrirai fino alla noia. Ma questa è un’altra storia. Che viene dopo. Dopo l’Iliade, intendo. E’ lì, sotto le mura di Troia, che matura il segreto del desiderio e della guerra, il meglio di ciò che siamo e buona parte dei nostri mali.

  

 

 

L’anima nera dell’umanità?

Stefano Fait

 

Questo grande male... da dove proviene? Come ha fatto a contaminare il mondo? Da che seme, da quale radice è cresciuto? Chi ci sta facendo questo? Chi ci sta uccidendo, derubandoci della vita e della luce, beffandoci con la visione di quello che avremmo potuto conoscere? La nostra rovina è di beneficio alla terra, aiuta l'erba a crescere, il sole a splendere? Questo buio ha preso anche te? Sei passato per questa notte?

                                                                 Terrence Malick, “La sottile linea rossa”

 

Il più grande messaggero di pace della storia, Gesù il Cristo, ammoniva: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra. Non sono venuto a portare la pace, ma una spada” (Mt 10, 34; cf. 12, 51-53). Altrove, precisava: “Non sanno che sono venuto a portare il conflitto nel mondo: fuoco, ferro, guerra” (Tommaso, 16). Dichiarazioni piuttosto paradossali. Che cosa intendeva dire? Immagino fosse pienamente consapevole del fatto che il pensiero pacifista sarebbe stato ostacolato in ogni modo. Così è stato. I martiri della pace sono stati numerosi, i nemici della pace anche di più. Realisticamente, poteva avere successo la satyāgraha gandhiana, se posta di fronte a gente come Martin Bormann – “Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico” (Memorandum, 1942) – e come Henrich Himmler – “I più di voi sanno cosa significa trovarsi davanti a cento cadaveri, a cinquecento o a mille. Aver provveduto a tutto questo e, a parte le eccezioni costituite da alcuni episodi di umana debolezza, essere rimasti ugualmente corretti: ecco cosa ci ha resi duri” (discorso di Posen, 1943)? O avrebbe invece causato il sacrificio di altri milioni di persone disarmate? Siamo come le pecore tra i lupi? Il colmo dell’ironia è scoprire che Hitler stesso lodava il pacifismo: “In verità, l’idea pacifista umanitaria va forse abbastanza bene una volta che l’uomo del più alto livello abbia conquistato ed assoggettato il mondo a tal punto da essere diventato il padrone assoluto di questo globo”. La pace totalitaria, l’annichilimento del dissenso e della diversità.

La vita del corpo e quella dell’anima non è una faccenda di pacifica contemplazione e quieta devozione. Spesso, dentro e fuori di noi, c’è un terribile caos, una lotta disarmante e crudele. Non è sempre facile affrontarla ed esiste il pericolo che il senso di impotenza che pervade la gente con forza sempre crescente ci porti a credere disfattisticamente che la guerra non possa essere evitata perché è il risultato di una mania di distruzione, propria della natura umana. Come vedremo, però, l’intensità degli impulsi distruttivi non significa che essi siano invincibili o persino prevalenti. In fondo, se ci pensiamo bene, le democrazie entrano in conflitto quasi sempre proclamando che si tratta di una guerra difensiva. Generalmente gli esseri umani non sembrano contenti di assumere il ruolo di aggressori. Qualcosa vorrà pur dire. Ma allora perché continuiamo a farci prendere per i fondelli?

La mia ipotesi è che non ci sia niente di irrimediabilmente sbagliato nella natura umana e che il problema sia invece che noi tutti viviamo in oligarchie camuffate da democrazie liberali e laiche. La pace non ha alcuna chance in questo tipo di società che non condanna apertamente l’egocentrismo, il narcisismo, il distacco emotivo, l’indifferenza, il nepotismo, l’egoismo, la meschinità, la volgarità, la superficialità, la manipolazione delle menti, la propaganda, l’arrivismo, l’anti-intellettualismo, ecc. Questi vizi primari e secondari sono tollerati ed in certi ambienti sono persino additati ad esempio, come segno di pragmatismo ed avvedutezza. Queste false democrazie che ignorano lo spirito delle loro carte costituzionali, dei loro valori fondanti, sono terreno fertile per tutte le tragiche debolezze umane, dall’egotismo all’autoinganno, dalla propensione alla fallacia logica al bisogno di appartenenza e fusione, dalla dipendenza nei confronti delle figure autoritarie al manicheismo, al conformismo, all’orgogliosa ignoranza, alla percezione selettiva, all’inerzia ed all’isterilimento psichico e spirituale. Per questo continuano a farci fessi.

Non siamo malvagi per natura.

Nessuno sa definire cosa sia la natura umana, eppure ci sono scienziati e filosofi che continuano ad imputarle ogni nefandezza, sebbene il diritto e la dottrina dei diritti umani possano fondarsi solo su una visione positiva dell’umanità. Si attacca non solo la consapevolezza di quel che potremmo realizzare se solo mettessimo a frutto le conoscenze scientifiche già disponibili, ma soprattutto la fiducia nell’essere umano in quanto tale e nelle sue capacità di scegliere con raziocinio e buon senso, che è poi l’essenza della cultura umanista ed illuminista.

Secondo Konrad Lorenz tutti i nostri mali sono causati dalla cessazione della selezione naturale. Siamo animali auto-addomesticati, e come tali ci siamo degradati. Il sociobiologo Edward Wilson auspica interventi genetici sulla nostra specie mirati ad imitare l’armoniosa comunità delle api. Il filosofo politico britannico John Gray ha dichiarato che “chi ama la terra non sogna di diventare il saggio custode del pianeta, sogna un’epoca in cui gli umani non contino più nulla”. Richard Wrangham, docente di bioantropologia ad Harvard, reputa che dentro ciascuno di noi alligni un Uomo Selvaggio, un atavismo, un retaggio del nostro passato preistorico che condiziona il nostro comportamento. Secondo lui “se presupponiamo che gli esseri umani siano fondamentalmente simili agli scimpanzé…questa intuizione biologica (sic!) ci insegna che gli uomini continueranno a cercare nuove opportunità per massacrare i propri rivali e che non dobbiamo mai abbassare la guardia. La brutta notizia è che dobbiamo lavorare sodo per impedire agli uomini di coalizzarsi per uccidere gli avversari”. La misantropia “scientifica” è gravida di questo genere di stravaganti asserzioni. Esse partono da una premessa che la quotidianità stessa rivela essere manifestamente errata, e cioè che gli esseri umani passino il tempo ad aggredirsi invece di badare agli affari loro o cooperare tra loro. Se le cose stessero davvero così nessuna società umana potrebbe operare. Questo abbaglio nasce dall’attaccamento a due dogmi ben precisi: quello dell’innata malvagità dei maschi umani e degli scimpanzé maschi e quello secondo cui la civiltà umana è solo una sottile patina che fatica a trattenere le pulsioni spesso incontrastabili della biologia evolutiva, inscritte nel nostro corredo genetico, che ci ha resi eterni predatori e carnefici. Tutto questo naturalmente elude il problema delle considerevoli variazioni nell’incidenza di comportamenti violenti tra individui e tra culture ed il dato di fatto che la stragrande maggioranza degli uomini non ha mai assalito, violentato o ucciso qualcuno nella sua intera esistenza. Forse questi pensatori ritengono con tragica supponenza di essere tra i pochi esemplari della specie umana in grado di tenere a bada il selvaggio vigore dei loro geni.

Eppure, lo studio del comportamento dei soldati in combattimento dimostra che la gran parte degli esseri umani non prova alcun piacere nell’uccidere o usare violenza contro un proprio simile. Anzi, la necessità di un rigido, meticoloso e prolungato addestramento, che si avvale di ogni possibile tecnica inventata dagli scienziati del comportamento per placare le remore ed ansie di una coscienza colpevole (bestializzazione del nemico, trasferimento della responsabilità verso le autorità, cameratismo, uso di psicofarmaci ed alcolici, ecc.), è la prova migliore del fatto che la guerra non è un “fatto naturale”. Patriottismo ed idealismo non sono mai stati sufficienti a convincere i soldati a massacrare e farsi massacrare, a vincere le inibizioni, l’ansia, i rimorsi ed i sensi di colpa (Bourke, 1999). Si è stimato infatti che, durante i due conflitti mondiali, solo il 15-20 per cento dei soldati al fronte sparava contro il nemico ed in molti di questi casi si sparava in aria. Percentuali analoghe sono state riscontrate dall’esercito inglese nella guerra delle Falkland. A Gettysburg, dei 27.574 fucili recuperati, il 90 per cento non aveva sparato un sol colpo, ed altri 6000 avevano sparato solo qualche colpo. In uno scontro con gli Zulu, 12 pallottole inglesi su 13, pur sparate a bruciapelo, riuscirono a mancare il bersaglio. A Rosebud Creek, nel 1876, furono sparate 252 pallottole per ogni nativo americano colpito. Quando si abbandonano le chiacchiere e ci si affida ai dati empirici, ai fatti, si scopre che quel che ci hanno fatto credere erano sciocchezze.

Di norma, quindi, gli esseri umani non sono capaci di uccidere un altro essere umano a distanza ravvicinata, neppure quando è in gioco la loro stessa sopravvivenza (Grossman, 1995). Il costo psicologico dell’uccidere un proprio simile e, più in generale, del fare la guerra, è fatale alla psiche di milioni di soldati. I soli Stati Uniti, nella Seconda Guerra Mondiale, dovettero rimpatriare oltre mezzo milione di uomini in seguito a collasso psichico. Dopo due mesi di combattimento continuo il 98 per cento dei soldati subiva danni psicologici tali da ridurli ad uno stato vegetativo. Le allarmanti statistiche sui suicidi, divorzi, dipendenze, accattonaggio, ecc. tra i veterani del Vietnam parlano chiaro e molti psicologi temono che l’uso di psicofarmaci in Iraq ed Afghanistan produrrà un’epidemia di sociopatia tra i veterani. Per questo gli strateghi consigliano di usare armi automatiche, l’aviazione, armi a lunga gittata (obici, cannoni, missili) ed armi robotiche. I fatti danno loro ragione: l’efficienza di combattimento è cresciuta stabilmente. Insomma l’unico modo per convincere gli esseri umani ad uccidersi tra loro è quello di robotizzarli e di distanziarli fisicamente e psicologicamente il più possibile, oggettificandoli. Per poter fare la guerra una società deve prima desensitivizzare e de-umanizzare chi la combatterà, nonché il fronte interno. Si deve sopprimere l’empatia.

Chi è normale?

Le discipline scientifiche che si interessano della specie umana hanno raggiunto un punto di convergenza nell’affermazione dell’unicità dei singoli individui. Per la genetica ogni organismo è un prodotto squisitamente univoco dell’interazione dei geni con l’ambiente in ogni istante della vita di ciascuna persona. I genetisti di popolazione concordano nel dire che se c’è da fare una suddivisione della specie umana, l’unica distinzione netta e significativa è quella tra individui. I neurologi hanno dimostrato che non esistono due cervelli che siano identici, neppure tra gemelli omozigoti, perché le variazioni microscopiche di ogni cervello sono enormi. Secondo i linguisti le parole e le frasi, nella loro struttura e significato, hanno una storia che varia a seconda dell’esperienza e del contesto di ciascuna persona. Insomma, l’evidenza empirica demolisce ogni tentativo di essenzializzare e negare la straordinaria diversità dell’umano nelle sue innumerevoli espressioni, cioè il suo fascino e bellezza. Idee e valori personali potrebbero essere di enorme beneficio per la collettività, se fossero re-indirizzati in una direzione costruttiva e non distruttiva. Quel che conta è che, stando ai dati scientifici disponibili, non esiste un’anima nera dell’umanità. La malvagità, la crudeltà, l’egoismo, l’aggressività sono fenomeni comuni all’intera specie ma in forme ed intensità sensibilmente diverse, in diretta correlazione con il grado di soppressione dell’intelligenza emozionale (cognizione sociale) e del pensiero morale, cioè dell’empatia – la capacità di sentire e fare propri gli stati emotivi altrui – e della capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni. La propensione ad una condotta morale deriva dalla capacità empatica ed è importante indirizzare la nostra attenzione e i nostri sforzi in quella direzione.

Su questo pianeta esistono decine di milioni di esseri umani completamente privi di empatia e coscienza o con una coscienza residua, ridotta o menomata (narcisisti, psicotici, psicopatici, sadici, istrionici, schizoidi, pedofili, ecc.). Sono nati così o, più spesso, lo sono diventati in certi ambienti familiari caratterizzati da negligenza o abuso. Gli individui privi di empatia si definiscono psicopatici. Esistono diversi modelli eziologici che spiegano l’insorgere della psicopatia, ma quello che mi convince di più considera la psicopatia come una variazione estrema di certi tratti distintivi di una personalità normale (qualunque sia il significato attribuibile a “normale”). È altamente probabile che all’origine di questa patologia vi sia una disfunzione o lesione del lobo frontale che determina la differenziazione tra psicopatia/sociopatia congenita o acquisita. Non esistono stime univoche sulla percentuale di psicopatici: il valore oscilla tra il 2 per cento ed il 6 per cento della popolazione nei paesi del Nord America e dell’Europa settentrionale e sembra diminuire gradualmente procedendo oltre gli Urali e verso il Mediterraneo o il Centro-America. Gli psicopatici possono avere un grado elevato di intelligenza cognitiva ma sono incapaci di interpretare gli stati emotivi altrui e di discriminare fra bene e male. Pongono invariabilmente il proprio interesse davanti a tutto il resto. Di conseguenza tendono ad essere seduttori, bugiardi patologici, manipolatori, privi di scrupoli, rimorsi e di autocontrollo, emotivamente superficiali, irresponsabili, sessualmente promiscui, impulsivi, narcisi e megalomani. Insomma, sono dei perfetti predatori di esseri umani che mirano ai più alti livelli di affermazione sociale in termini di status e di potere. Il loro successo dipende dal grado di tolleranza di una società nei confronti di questo tipo di personalità. Per fortuna sono anche molto deboli nei ragionamenti contro-fattuali, quelli che consentono di immaginare scenari alternativi derivanti da scelte comportamentali diverse. Poiché non riescono a visualizzare una sufficientemente ampia selezione di opzioni, è possibile sfuggire alle loro trame.

Il rischio però, com’è evidente, è quello di creare una categoria umana di intoccabili sospettati di psicopatia. Questo rischio non sussisterebbe se arrivassimo a capire che ci dovremmo tutti collocare lungo uno spettro di anomalie psichiche e cognitive, essendo tutti fili della stessa trama, passeggeri della stessa barca. Ciò detto, pur tenendo conto del fatto che molti di noi non hanno le capacità e le competenze necessarie a diagnosticare un disturbo mentale e che quindi non ha senso etichettare questa o quella persona, bisogna comunque essere consapevoli del fatto che il problema esiste. Secondo una dozzina di studi condotti in Nord America e nell’Europa settentrionale e centrale, mediamente fino al 14-15 per cento della popolazione soffre di disordini mentali, spesso più di uno (ossessivo-compulsivi, schizoidi, paranoidi, antisociali, dipendenti ed evitanti, istrionici, narcisisti, sadici e masochisti, schizotipici, passivi-aggressivi, borderline). Quasi una persona su sette non è in grado di pensare e vivere bene, serenamente. E queste statistiche non includono anoressia, bulimia, psicopatia e le varie malattie mentali che limitano drasticamente le normali attività delle persone.

La maggior parte delle persone non riesce a concepire l’idea che altri esseri umani possano ragionare e sentire in un modo sensibilmente diverso dal loro senza essere necessariamente “pazze”. È altrettanto difficile accettare l’idea che le ideologie attivino solo ciò che è latente. Non sono infatti le idee a deformare la personalità di un individuo, ma il contrario. Le idee tirano semplicemente fuori quel che di buono o cattivo c’è già dentro. Purtroppo la maggior parte di noi ha bisogno di credere che tutto sia sotto controllo perché la nostra autostima, la nostra psiche, necessitano di conferme, mentre l’ammissione di errori di giudizio o di deficienze cognitive e morali distruggerebbero le nostre fragili certezze e l’immagine di noi stessi che ci siamo creati negli anni.

Come uccidere l'empatia in tre mosse

La pace si uccide sopprimendo l’empatia. La prima mossa è quella di creare una rete di persone tendenzialmente anempatiche in un ambiente tossico per l’empatia, cioè impregnato di stimoli esterni che indirizzano la società verso una condizione di sociopatia prevalente. Chi ha letto le sconvolgenti pagine della fondamentale ed informatissima inchiesta “Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri”, della giornalista canadese Naomi Klein, non potrà fare a meno di sospettare che l’assetto socio-economico della cosiddetta civiltà occidentale renda più facile l’inserimento e la promozione di individui dalla coscienza molto debole. Questi, favoriti dall’assenza di scrupoli e dal maniacale perseguimento di obiettivi categorici, riescono ad esercitare un notevole ed insospettato potere di influenza sulla società. Contemporaneamente questa stessa civiltà sembra altresì votata a contribuire all’emergere di tendenze psicopatiche o schizoidi in persone altrimenti psicologicamente “sane”. Klein dimostra che i vizi e le dottrine di pochi hanno causato una buona fetta del male nel mondo negli ultimi decenni. Stiamo parlando di esseri umani di vasto potere ed ingenti risorse che si comportano esattamente come un branco di avvoltoi o iene, avventandosi sull’animale ferito per scarnificarlo. L’aggressione avviene attraverso guerre, colpi di stato, omicidi eccellenti, torture, ricatti, indebitamenti coatti, controllo dell’informazione e manipolazioni varie. Non è certamente un male “banale”, quotidiano. Realisticamente, la maggior parte delle persone non si comporterebbe così. Sono ricchi, sono istruiti ma commettono il male e non sentono rimorsi. Non è falsa coscienza, è assenza di coscienza. Perché? Numerosi studi sulla responsabilità imprenditoriale hanno rivelato che le multinazionali tendono a seguire le logiche e norme di condotta tipiche degli psicopatici. Sono genuinamente amorali, guidate unicamente dall’esigenza di generare profitto, programmate per crescere costantemente e distruggere i concorrenti più deboli. Non appena il sistema giuridico non può perseguirle, l’impunibilità si traduce in violazione sistematica delle leggi e dei diritti. Gli esempi sono ormai innumerevoli. In generale un essere umano si astiene dall’uccidere qualcuno non perché ci siano leggi che lo vietano e puniscono gli assassini, ma perché sa che è sbagliato. Il giroscopio interiore della coscienza stabilisce quali siano gli imperativi categorici e mantiene il più possibile fisso il baricentro morale. Le grandi aziende, specialmente le multinazionali, non possiedono questo senso morale ed è legittimo chiedersi se ce lo abbiano le nazioni, per quanto intensi siano gli sforzi di ammantarsi di una qualche legittimità superiore. È difficile discernere la differenza tra l’esportazione della democrazia e quella di un prodotto. Nel caso iracheno la differenza la fanno le centinaia di migliaia di vittime.

Gli ambienti patogenetici come questo sono il terreno di coltura ideale del fanatismo. Il fanatico, diceva George Santayana, “è un uomo che raddoppia gli sforzi quando si dimentica dei fini”. Comune a tutti i fanatici è l’amore per l’odio: “Odio, dunque sono”, oppure “ci odiano, dunque siamo”. C’è il fanatico che non tollera critiche al governo perché sono antipatriottiche e lui si identifica con la patria. C’è il fanatico che denuncia complotti internazionali contro la sua terra, la sua fede, il suo stile di vita. Ci sono poi i fanatici dalla “coscienza infelice”, quelli che detestano il loro tempo e la gente che li circonda e si sentono ostaggi nati troppo presto o troppo tardi. Vorrebbero stravolgere la loro epoca, muovendo la storia in avanti più celermente, oppure ricreando il tempo che fu, e sono disposti a sacrificare del “materiale umano” nel farlo. Ci sono fanatici che credono che ciascuno di noi sia stato plasmato dalla propria cultura e tradizione e che per questo esiste un rapporto quasi mistico tra noi ed i nostri antenati che va preservato ad ogni costo. Ogni fanatico si ritiene prima di tutto una vittima – piccola, fragile e vulnerabile – e per questo è innocente, puro ed infallibile per definizione. Le vittime sono incolpevoli e non riconoscono o non si curano del dolore che causano agli altri. Ma in fondo l’odio nasce proprio dal disprezzo per se stessi e da un senso di colpa represso. Il fanatico ha bisogno di un nemico che ripristini la fiducia in se stesso, nel significato della sua esistenza e nella giustezza della sua casa. Perde di vista l’obiettività, confonde il bene con i suoi desideri ed il male con tutto ciò che si oppone alla loro realizzazione, si aggrappa al dogmatismo e rifugge il dialogo. I politici più cinici e scaltri sanno fare buon uso dei fanatici, che sono facilmente sedotti dalla trappola dell’autorità e potere. Li asserviscono educandoli all’odio, che annulla la personalità ed impedisce la comunicazione fra gli uomini, e li ricompensano con altro odio, un odio che ha bisogno di essere costantemente alimentato, pena il rischio di rivolta contro i loro stessi compagni d’odio o persino i loro capi. È un odio mistificante che si fa passare per amore e lealtà, quando invece non è altro che l’impulso egoistico e materialista di chi tenta disperatamente di garantirsi stabilità psichica e la certezza della sopravvivenza fisica. I suoi sforzi sono condannati al fallimento e svelano la sua mediocrità e l’ordinaria immoralità del suo contesto, popolato da mostri – i nazionalismi, i razzismi, i campanilismi, gli integralismi – che torcono l’anima delle loro vittime, per poi tramutarle in carnefici. È fin troppo facile per noi esseri umani ripudiare un comportamento morale razionalizzando le nostre azioni.

Il Golem

La seconda mossa necessaria ad ingannare l’opinione pubblica incline alla pace ed indebolire l’empatia consiste proprio nel dar vita ai summenzionati mostri ideologici, i golem. Abbiamo visto che in cima alla piramide dell’iniquità risiedono solitamente gli individui cronicamente privi di coscienza o dalla coscienza affievolita – a causa del mancato sviluppo della corteccia cingolata anteriore o per ragioni biografiche (es. infanzia traumatizzante). Al livello inferiore s’incontrano i fanatici, quelli che una coscienza ce l’hanno ma l’hanno consegnata ad un Moloch ideologico (Razza, Etnia, Fede, Classe, Patria, Corporazione, ecc.). Ancora più in basso sono collocati gli utili idioti, masse di conformisti de-individuati disposti a servire il maschio-alfa o il “comune sentire”. Hanno una mentalità autoritaria, quella di chi è forte coi deboli e debole coi forti. Anche il loro è male, ma solo questo è il male superficiale denunciato da Hannah Arendt, un male di ordine inferiore, appunto, che si può spiegare antropologicamente e sociologicamente senza ricorrere alle categorie della patologia mentale o dell’estremismo. Non sono fanatici o psicopatici a tempo pieno, ma agiscono in un contesto che genera tendenze di questo tipo. Sarebbero perfettamente in grado di comprendere i loro errori e pentirsi, una volta che le circostanze lo consentissero. Il problema è che troppe persone continuano a credere che la Patria, lo Stato, l’Azienda, la Marca, la Squadra siano entità reali, vive, animate, con una propria identità e coscienza. Come umanizziamo gli animali, così antropomorifizziamo istituzioni, imprese, organizzazioni, ecc., cioè oggetti ed astrazioni. Riversiamo in loro affetti, risentimenti, sogni, aspettative, paure, desideri, ecc. e non ci accorgiamo che non è diverso dal credere in Babbo Natale. Soprattutto, non ci accorgiamo che ognuno di questi golem è un mortale nemico dell’empatia perché per sua natura tende a dividere, a rendere le società più fredde, centripete, irreggimentate, rigide, turgide, confinate. I golem avversano la fluidità, la sensualità, l’eterogenea frammentazione del reale, sono programmati per devivificare e desensitivizzare la realtà, per narcotizzare l’empatia. I golem non amano la vita, perché questa scorre ed è promiscua, mentre la società fredda è intransigentemente moralista, convinta di detenere la verità definitiva, in tutta la sua interezza, di rappresentare la purezza, l’autenticità assoluta, l’innocenza incarnata. Pur di vivere, pur di preservare la sua forma materiale, l’amante delle astrazioni (patria, etnia, lingua, cultura, società, stato, ecc.) tende a reificarle, a crederle vere, concrete, tangibili, dotate di volontà e coscienza. Un muro di auto-inganni, idolatria e feticci si frappone tra lui e la verità. Paradossalmente ed autolesionisticamente si lega a ciò che non è mai stato vivo, nell’illusione che lo sia. Tutto questo in luogo dell’amore per ciò che è vitale, spontaneo, creativo, evolvente, caldo, amorevole, fluido, imprevedibile, cangiante, liquido, sensuale, impuro, promiscuo come lo è la vita – panta rei, tutto scorre. Le società calde, femminee, sono in perenne ebollizione, amano la complessità, la pluralità, la malleabilità, la sofficità, la liquidità, la costante trasformazione, l’ignoto e rifuggono ciò che è inturgidito, fisso, immobile, definito, tassidermico, tassonomico, corazzato, aggressivo, granitico, immutabile, ecc. Sono attratte dal vivente, dall’impulso vitale d’amore, dall’integrazione del tutto.

I suddetti golem dipendono dal nostro consenso per la loro esistenza; se non li rigenerassimo continuamente, si estinguerebbero. Eppure non ce la sentiamo di lasciarli morire, lasciamo che assorbano le nostre energie creative e vitali, ci lasciamo dominare da questi despoti, senza ribellarci. Facciamo loro indossare delle maschere allegre e giovali, benevole e rassicuranti, ma mostri sono e mostri rimarranno, perché è nella natura dello scorpione pungere la rana che lo sta aiutando a guadare il corso d’acqua. La sopravvivenza di questi mostri dipende dalla quantità di energia che riescono a strappare a chi li venera. Sono espressioni di quella forma di vita che nella lingua hopi si chiama Powaqqatsi “la vita che consuma le forze vitali di altri esseri per promuovere la propria vita”. Sono come l’Anticristo di Solovev, che “credeva in Dio ma nel profondo del suo cuore preferiva se stesso”. 

L’adoratore del golem commette un grossolano errore di falsa coscienza: percepisce un io insufflato, ma si tratta di un’illusione. Beandosi della sua “meritata” grandezza, non muove un dito per irrobustire l’individualità reale. Si autoinfantilizza e permette che il sistema ne tragga beneficio, mantenendolo in quello stato per addomesticarlo meglio. Perde la capacità di prendere le distanze, di ponderare la sua situazione e guardare la società in cui vive con un certo distacco, con l’occhio di un forestiero o di un nemico. Perde la capacità di essere un agente di pace e non di guerra. Finisce per lasciarsi arruolare in progetti che non sono mai stati suoi, magari autodistruttivi, ma ai quali si accoda per senso del dovere e sconfinata fiducia nella logica retrostante. È l’alienazione finale: non è più sé stesso, ma l’idea che qualcuno si è fatto di lui; è pronto per essere sacrificato, magari in una guerra tra golem.

Il Terrore

Chi ha paura di morire non si cura della sorte del prossimo, non si cura della pace. “E quando tornate a casa, date una sberla a vostro figlio e ditegli è la sberla del Ministro della Paura... guardatevi con sospetto, odiatevi, sparatevi...è straordinario...”. Questa è una battuta tratta da uno sketch del magnifico Antonio Albanese, ma rappresenta accuratamente la realtà. L’insicurezza induce alla regressione, la frustrazione all’aggressività, l’ansia all’autoritarismo, sino all’insorgere delle dittature che sanciscono quella che Fromm ha chiamato la fuga dalla libertà, che è anche una fuga dalla pace. L’ex agente dell’organizzazione clandestina Gladio Vincenzo Vinciguerra ha svelato sotto giuramento qual è la terza mossa della strategia volta all’annichilimento dell’empatia, ossia la disseminazione della paura di morire: “Si dovevano attaccare i civili, la gente, donne, bambini, persone innocenti, gente sconosciuta molto lontana da ogni disegno politico. La ragione era alquanto semplice: costringere ... l’opinione pubblica a rivolgersi allo stato per chiedere maggiore sicurezza”. Lo scaltro Agente di Guerra sa che i golem operano al meglio solo se la parte “sana” della popolazione teme di morire e perciò si aggrappa ai golem per fare in modo che la loro estinzione non sia priva di significato. La gente ha un’enorme paura della propria insignificanza, della propria fragilità e vulnerabilità. Troppe persone non vedono l’egocentrismo come un problema perché sono ossessionate dalla sopravvivenza personale, che rimane l’obiettivo primario della nostra componente animale. Abbiamo paura di morire ed il modo migliore di controllarci è attraverso il terrore (ed il senso di colpa). Tutti noi ci troviamo a lottare per conciliare la realtà della nostra mortalità fisica e la speranza (o fede) nell’immortalità dello spirito, in modo da riaffermare il significato della nostra esistenza in un universo apparentemente assurdo. I golem sono dei crudeli tiranni che produciamo per aprirci un varco di senso in un cosmo apparentemente indifferente alle vicende umane e soprattutto dall’oblio che segue il decesso di chi non ha lasciato un segno indelebile nella storia. Un antropologo statunitense, Ernest Becker, ha esaminato questo secondo fattore, la paura dell’estinzione fisica e storica, ed è giunto alla conclusione che molte delle nostre azioni siano dettate dalla necessità di produrre un’interconnessione di significati e simbologie in grado di generare l’illusione della trascendenza della morte (Becker, 1982). Quindi non si tratta della semplice reazione di chi si sente fisicamente vulnerabile. Tutti noi vogliamo che la nostra esistenza abbia un senso, che conti qualcosa, che dia un contributo significativo ad un’entità durevole – la Chiesa, la Scienza, l’Etnia, la Società, la Razza, la Nazione o la Patria, la Comunità, la Cultura, l’Arte, la Rivoluzione, la Storia, l’Umanità, la Professione, ecc. – e la prospettiva della nostra morte rende quest’esigenza ancora più pressante. Scrivere un libro di successo può essere un buon modo di placare l’ansia esistenziale, ma in generale si opta per la fusione delle identità personali in miti collettivizzanti – progetti d’immortalità – che negano la morte: l’ossessione per l’estinzione della propria cultura ed identità di popolo coincide con l’ossessione per la propria morte e per la possibile mancanza di significato della propria esistenza e dell’ordine cosmico. Il culto per le celebrità rappresenta forse, inconsciamente, un mezzo per continuare a vivere fondendosi nel mito dell’eroe, sperando di acquisirne le proprietà magiche della permanenza ed invulnerabilità. Il problema è che questi progetti di immortalità sono indissociabili dall’affermazione di una verità assoluta che ci gonfia di un orgoglio narcisistico ed acritico e ci scherma da prospettive alternative, giudicate invariabilmente false, spingendoci ad attaccare i promotori di sistemi di immortalità diversi dai nostri. È la guerra.


L'avvocatura dell'umanità

Come si contrastano le strategie empatocide? Come si possono tutelare delle oasi di pace negli anni a venire? Abbiamo una vera scelta? C’è sempre una scelta, anche se ci conforta l’illusione che sia tutto predeterminato o troppo più vasto e potente di noi per subire la nostra influenza. Innanzitutto è indispensabile astenersi dal dare ai suoi corifei e paladini ciò che vogliono, ciò che pretendono, in special modo la nostra anima. La crudeltà, la tortura distruggono la coscienza/anima dei responsabili e feriscono quella delle vittime. Occorre mantenere le distanze, per quanto possibile. L’antropologo francese René Girard ci ricorda che non si deve mai scherzare col fuoco: “Hanno la violenza dalla loro, ma non possono esercitarla apertamente. L’importante è ottenere il libero consenso della vittima al suo supplizio – spezzare la resistenza di Giobbe, ma senza costrizione apparente. – l’esigenza di una vittima consenziente caratterizza tanto il totalitarismo moderno quanto certe forme religiose e parareligiose del mondo primitivo”. Per questo è essenziale giovarsi della nostra conoscenza del fenomeno per auto-immunizzarci. La ponerocrazia, il “governo dei malvagi” (dal greco ponēros, “malvagio, nocivo”), odia visceralmente la vita spirituale ed odia l’empatia, che è l’alimento della vita più elevata, quella spirituale. Dunque si può sconfiggere attraverso l’amore per l’umanità, la coscienza e la natura, l’integrità (la volontà di essere onesti con se stessi e con gli altri rispetto alle proprie motivazioni), l’indipendenza di giudizio, la forza di volontà, l’assertività e la libertà, l’immedesimazione nell’altro e non la proiezione della propria auto-percezione nell’altro. Si devono coltivare il senso di indignazione, di oltraggio, di risentimento di fronte ad infamie ed ingiustizie. Si deve ricercare la giustizia e tutelare il libero arbitrio. La volontà di seguire la voce della ragione, della conoscenza e della coscienza contro la voce delle passioni irrazionali è l’unica che ci permetta di approssimare la verità, la comprensione obiettiva della realtà e del proprio ruolo in essa. Bisogna cercare la verità sopra ogni altra cosa. La vigilanza, la circospezione e la curiosità, che portano alla conoscenza sono la nostra miglior difesa, l’autocompiacimento il nostro peggior punto debole. La conoscenza ci protegge perché più si conosce, meno si ha paura, meno ci si angoscia e meno pericoli si corrono perché si capisce cosa sia necessario per proteggersi. La conoscenza è sconfinata, non ha limiti, dunque il suo valore è infinito.

La sapienza e la volontà di pace sono le virtù primarie di avvocati dell’umanità come Pitagora, Socrate, Gesù il Cristo, Bartolomé de las Casas, Clarence S. Darrow, Etty Hillesum. In tutti loro c’è il desiderio di lottare non-violentemente contro l’iniquità (un’ingiustizia cronicizzata, istituzionalizza, deliberatamente malvagia) e di difendere l’immagine della specie umana dai suoi detrattori. Non è un’impresa erculea o, peggio ancora, sisifea. Qualunque persona di buona volontà sente, dentro di sé, che la via della pace solidale non è la via della debolezza ma quella della forza, una forza che può ispirare gli altri e vincere le loro paure, in un contagio virtuoso. Una forza che pervade quelli che hanno una coscienza individualizzata (sono autodeterminati), cercano di tenersi informati, simpatizzano per il prossimo e non potrebbero tradire se stessi neppure se si sforzassero di farlo. L’occasione non fa di loro dei sociopatici, non rimangono indifferenti di fronte al male. Le condizioni strenue li rendono vigorosi ed intuitivi, accrescendo lo spessore della loro personalità e del loro carattere. Queste persone vanno sensibilizzate, invitate a non abbassare la guardia. Albert Camus ci ricorda che una genuina rivolta dev’essere umanista, deve prendere in considerazione l’umanità nella sua interezza. La ribellione dev’essere non solo non-violenta ma anche fondata sull’amore per l’umanità e non sull’odio verso il violento, il guerrafondaio. La libertà e la pace cercate dal ribelle pacifista, valgono per tutti. “Mi ribello, quindi esistiamo”. Il ribelle non desidera la distruzione dell’Altro, spera che l’Altro si renda conto dell’uguaglianza che li lega, evita di imporre questa consapevolezza a chi non sa cosa farsene. Il ribelle non ha paura perché sa che un aggressore la cui vittima non si difende e non mostra di avere paura – in modo tale che non sussistono dubbi sul fatto che non è la paura a motivare la non-resistenza – si sente sempre un po’ disarmato.

I ribelli della pace, i resistenti non-violenti, sono i cosiddetti “Giusti” e sono molti, più di quanti immaginiamo. Non sono angeli caduti dal cielo – di quelli è sempre meglio diffidare -, sono più simili ai sileni. I sileni erano le statuette greche che ritraevano dei satiri, esseri di orribile aspetto. Una volta aperte però, esse rivelavano all’interno i ritratti degli dèi. Ecco come Alcibiade descriveva Socrate nel Simposio di Platone: “Quando diventa serio e la statuetta si apre, io non so se avete mai visto che immagini affascinanti contiene. Io le ho viste, simili agli dèi, preziose, perfette e belle, straordinarie”. Socrate, come buona parte degli esseri umani, era un fauno, all’apparenza brutto e grottesco fuori ma divino ed ammirevole dentro, un involucro grezzo che celava un’anima risplendente, un presente ingrato rischiarato dal ricordo di quel che l’umanità a volte è stata capace di essere e dalla visione di un’umanità possibile, una volta che essa avrà spalancato gli occhi della coscienza e del cuore.

 

  

WELCOME 2010

Alda Baglioni

 

Welcome amico,

trovati un amore,

i poliziotti non guardano

ragazzi che si baciano.

Sei minore e straniero

che diritti pretendi?

 

Welcome amico,

non te la prendere,

non è come nelle strade di Pechino,

legato al palo da tuo padre

per non perderti

mentre lui lavora in nero.

 

In Uganda saresti

un soldato che spara a suo padre,

con il  kalascnikof 

uccideresti  le tue radici

e senza futuro

ti giocheresti  la vita a carte.

 

Welcome amico,

sei nero

guardati alle spalle.

A Nairobi saresti uno street-child

che sniffa, spaccia

 e si prostituisce.

 

Nella terra afgana

un elicottero di pace

ti avrebbe mitragliato

e tu bambino profugo,

correndo senza meta,

saresti macchia rossa nella terra.

 

Welcome amico,

stai alle nostre leggi.

Il più forte mangia il più debole

e nessuno

muove un dito.

E poi non ci servi più.

 

 Cosa fai amico

lungo il guard-rail dell’Aurelia?

Perché credi ancora alle fiabe?

E’ buio e non ci sono nemmeno le lucciole.

Inventati un altro mondo

amico.  Welcome.

 

PERCHÈ LA GUERRA?

Carteggio Albert Einstein - Sigmund Freud  1)

Lettera di Einstein a Freud -

Caro signor Freud,


La proposta, fattami dalla Società delle Nazioni e dal suo “Istituto internazionale di cooperazione intellettuale” di Parigi, di invitare una persona di mio gradimento a un franco scambio d’opinioni su un problema qualsiasi da me scelto, mi offre la gradita occasione di dialogare con Lei circa una domanda che appare, nella presente condizione del mondo, la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà. La domanda è: C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? E’ ormai risaputo che, col progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta, eppure, nonostante tutta la buona volontà, nessun tentativo di soluzione è purtroppo approdato a qualcosa.
Penso anche che coloro cui spetta affrontare il problema professionalmente e praticamente divengano di giorno in giorno più consapevoli della loro impotenza in proposito, e abbiano oggi un vivo desiderio di conoscere le opinioni di persone assorbite dalla ricerca scientifica, le quali per ciò stesso siano in grado di osservare i problemi del mondo con sufficiente distacco. Quanto a me, l’obiettivo cui si rivolge abitualmente il mio pensiero non m’aiuta a discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano. Pertanto, riguardo a tale inchiesta, dovrò limitarmi a cercare di porre il problema nei giusti termini, consentendoLe così, su un terreno sbarazzato dalle soluzioni più ovvie, di avvalersi della Sua vasta conoscenza della vita istintiva umana per far qualche luce sul problema. Vi sono determinati ostacoli psicologici di cui chi non conosce le scienze mentali ha un vago sentore, e di cui tuttavia non riesce a esplorare le correlazioni e i confini; sono convinto che Lei potrà suggerire metodi educativi, più o meno estranei all’ambito politico, che elimineranno questi ostacoli.
Essendo immune da sentimenti nazionalistici, vedo personalmente una maniera semplice di affrontare l’aspetto esteriore, cioè organizzativo, del problema: gli Stati creino un’autorità legislativa e giudiziaria col mandato di comporre tutti i conflitti che sorgano tra loro. Ogni Stato si assuma l’obbligo di rispettare i decreti di questa autorità, di invocarne la decisione in ogni disputa, di accettarne senza riserve il giudizio e di attuare tutti i provvedimenti che essa ritenesse necessari per far applicare le proprie ingiunzioni. Qui s’incontra la prima difficoltà: un tribunale è un’istituzione umana che, quanto meno è in grado di far rispettare le proprie decisioni, tanto più soccombe alle pressioni stragiudiziali. Vi è qui una realtà da cui non possiamo prescindere: diritto e forza sono inscindibili, e le decisioni del diritto s’avvicinano alla giustizia, cui aspira quella comunità nel cui nome e interesse vengono pronunciate le sentenze, solo nella misura in cui tale comunità ha il potere effettivo di impone il rispetto del proprio ideale legalitario. Oggi siamo però lontanissimi dal possedere una organizzazione sovrannazionale che possa emettere verdetti di autorità incontestata e imporre con la forza di sottomettersi all’esecuzione delle sue sentenze. Giungo così al mio primo assioma: la ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua libertà d’azione, vale a dire alla sua sovranità, ed è assolutamente chiaro che non v’è altra strada per arrivare a siffatta sicurezza.
L’insuccesso, nonostante tutto, dei tentativi intesi nell’ultimo decennio a realizzare questa meta ci fa concludere senz’ombra di dubbio che qui operano forti fattori psicologici che paralizzano gli sforzi. Alcuni di questi fattori sono evidenti. La sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale. Questo smodato desiderio di potere politico si accorda con le mire di chi cerca solo vantaggi mercenari, economici. Penso soprattutto al piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità.
Tuttavia l’aver riconosciuto questo dato inoppugnabile ci ha soltanto fatto fare il primo passo per capire come stiano oggi le cose. Ci troviamo subito di fronte a un’altra domanda: com’è possibile che la minoranza ora menzionata riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere? (Parlando della maggioranza non escludo i soldati, di ogni grado, che hanno scelto la guerra come loro professione convinti di giovare alla difesa dei più alti interessi della loro stirpe e che l’attacco è spesso il miglior metodo di difesa.) Una risposta ovvia a questa domanda sarebbe che la minoranza di quelli che di volta in volta sono a1 potere ha in mano prima di tutto la scuola e la stampa, e perlopiù anche le organizzazioni religiose. Ciò le consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica.
Pure, questa risposta non dà neanch’essa una soluzione completa e fa sorgere una ulteriore domanda: com’è possibile che la massa si lasci infiammare con i mezzi suddetti fino al furore e all’olocausto di sé?
Una sola risposta si impone: perché l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. In tempi normali la sua passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva. Qui, forse, è il nocciolo del complesso di fattori che cerchiamo di districare, un enigma che può essere risolto solo da chi è esperto nella conoscenza degli istinti umani.
Arriviamo così all’ultima domanda. Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione? Non penso qui affatto solo alle cosiddette masse incolte. L’esperienza prova che piuttosto la cosiddetta “intellighenzia” cede per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l’intellettuale non ha contatto diretto con la rozza realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata.
Concludendo: ho parlato sinora soltanto di guerre tra Stati, ossia di conflitti internazionali. Ma sono perfettamente consapevole del fatto che l’istinto aggressivo opera anche in altre forme e in altre circostanze (penso alle guerre civili, per esempio, dovute un tempo al fanatismo religioso, oggi a fattori sociali; o, ancora, alla persecuzione di minoranze razziali). Ma la mia insistenza sulla forma più tipica, crudele e pazza di conflitto tra uomo e uomo era voluta, perché abbiamo qui l’occasione migliore per scoprire i mezzi e le maniere mediante i quali rendere impossibili tutti i conflitti armati.
So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile. Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d’azione.
Molto cordialmente Suo
Albert Einstein



La risposta di Freud

Caro signor Einstein,
Quando ho saputo che Lei aveva intenzione di invitarmi a uno scambio di idee su di un tema che Le interessa e che Le sembra anche degno dell’interesse di altri, ho acconsentito prontamente. Mi aspettavo che Lei avrebbe scelto un problema al limite del conoscibile al giorno d’oggi, cui ciascuno di noi, il fisico come lo psicologo, potesse aprirsi la sua particolare via d’accesso, in modo che da diversi lati s’incontrassero sul medesimo terreno. Lei mi ha pertanto sorpreso con la domanda su che cosa si possa fare per tenere lontana dagli uomini la fatalità della guerra. Sono stato spaventato per prima cosa dall’impressione della mia - starei quasi per dire: della nostra - incompetenza, poiché questo mi sembrava un compito pratico che spetta risolvere agli uomini di Stato. Ma ho compreso poi che Lei ha sollevato la domanda non come ricercatore naturale e come fisico, bensì come amico dell’umanità, che aveva seguito gli incitamenti della Società delle Nazioni così come fece l’esploratore polare Fridtjof Nansen allorché si assunse l’incarico di portare aiuto agli affamati e alle vittime senza patria della guerra mondiale. Ho anche riflettuto che non si pretende da me che io faccia proposte pratiche, ma che devo soltanto indicare come il problema della prevenzione della guerra si presenta alla considerazione di uno psicologo. Ma anche a questo riguardo quel che c’era da dire è gia stato detto in gran parte nel Suo scritto. In certo qual modo Lei mi ha tolto un vantaggio, ma io viaggio volentieri nella sua scia e mi preparo perciò a confermare tutto ciò che Lei mette innanzi. nella misura in cui lo svolgo più ampiamente seguendo le mie migliori conoscenze (o congetture).
Lei comincia con il rapporto tra diritto e forza. È certamente il punto di partenza giusto per la nostra indagine. Posso sostituire la parola “forza” con la parola più incisiva e più dura “violenza”? Diritto e violenza sono per noi oggi termini opposti. È facile mostrare che l’uno si è sviluppato dall’altro e, se risaliamo ai primordi della vita umana per verificare come ciò sia da principio accaduto, la soluzione del problema ci appare senza difficoltà. Mi scusi se nel seguito parlo di ciò che è universalmente noto come se fosse nuovo; la concatenazione dell’insieme mi obbliga a farlo.
I conflitti d’interesse tra gli uomini sono dunque in linea di principio decisi mediante l’uso della violenza. Ciò avviene in tutto il regno animale, di cui l’uomo fa inequivocabilmente parte; per gli uomini si aggiungono, a dire il vero, anche i conflitti di opinione, che arrivano fino alle più alte cime dell’astrazione e sembrano esigere, per essere decisi, un’altra tecnica. Ma questa è una complicazione che interviene più tardi. Inizialmente, in una piccola orda umana, la maggiore forza muscolare decise a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse essere portata ad attuazione. Presto la forza muscolare viene accresciuta o sostituita mediante l’uso di strumenti; vince chi ha le armi migliori o le adopera più abilmente. Con l’introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza muscolare bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle sue forze, deve essere costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni od opposizioni. Ciò è ottenuto nel modo più radicale quando la violenza toglie di mezzo l’avversario definitivamente, vale a dire lo uccide. Il sistema ha due vantaggi, che l’avversario non può riprendere le ostilità in altra occasione e che il suo destino distoglie gli altri dal seguire il suo esempio. Inoltre l’uccisione del nemico soddisfa un’inclinazione pulsionale di cui parlerò più avanti. All’intenzione di uccidere subentra talora la riflessione che il nemico può essere impiegato in mansioni servili utili se lo s’intimidisce e lo si lascia in vita. Allora la violenza si accontenta di soggiogarlo, invece che ucciderlo. Si comincia così a risparmiare il nemico, ma il vincitore da ora in poi ha da fare i conti con la smania di vendetta del vinto, sempre in agguato, e rinuncia in parte alla propria sicurezza.
Questo è dunque lo stato originario, il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall’intelligenza. Sappiamo che questo regime è stato mutato nel corso dell’evoluzione, che una strada condusse dalla violenza al diritto, ma quale? Una sola a mio parere: quella che passava per l’accertamento che lo strapotere di uno solo poteva essere bilanciato dall’unione di più deboli. L’union fait la force. La violenza viene spezzata dall’unione di molti, la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo. Vediamo così che il diritto è la potenza di una comunità. È ancora sempre violenza, pronta a volgersi contro chiunque le si opponga, opera con gli stessi mezzi, persegue gli stessi scopi; la differenza risiede in realtà solo nel fatto che non è più la violenza di un singolo a trionfare, ma quella della comunità. Ma perché si compia questo passaggio dalla violenza al nuovo diritto deve adempiersi una condizione psicologica. L’unione dei più deve essere stabile, durevole. Se essa si costituisse solo allo scopo di combattere il prepotente e si dissolvesse dopo averlo sopraffatto, non si otterrebbe niente. Il prossimo personaggio che si ritenesse più forte ambirebbe di nuovo a dominare con la violenza, e il giuoco si ripeterebbe senza fine. La comunità deve essere mantenuta permanentemente, organizzarsi, prescrivere gli statuti che prevengano le temute ribellioni, istituire organi che veglino sull’osservanza delle prescrizioni - le leggi - e che provvedano all’esecuzione degli atti di violenza conformi alle leggi. Nel riconoscimento di una tale comunione di interessi s’instaurano tra i membri di un gruppo umano coeso quei legami emotivi, quei sentimenti comunitari sui quali si fonda la vera forza del gruppo.
Con ciò, penso, tutto l’essenziale è gia stato detto: il trionfo sulla violenza mediante la trasmissione del potere a una comunità più vasta che viene tenuta insieme dai legami emotivi tra i suoi membri. Tutto il resto sono precisazioni e ripetizioni.
La cosa è semplice finché la comunità consiste solo di un certo numero di individui ugualmente forti. Le leggi di questo sodalizio determinano allora fino a che punto debba essere limitata la libertà di ogni individuo di usare la sua forza in modo violento, al fine di rendere possibile una vita collettiva sicura. Ma un tale stato di pace è pensabile solo teoricamente, nella realtà le circostanze si complicano perché la comunità fin dall’inizio comprende elementi di forza ineguale, uomini e donne, genitori e figli, e ben presto, in conseguenza della guerra e dell’assoggettamento, vincitori e vinti, che si trasformano in padroni e schiavi. Il diritto della comunità diviene allora espressione dei rapporti di forza ineguali all’interno di essa, le leggi vengono fatte da e per quelli che comandano e concedono scarsi diritti a quelli che sono stati assoggettati. Da allora in poi vi sono nella comunità due fonti d’inquietudine - ma anche di perfezionamento - del diritto. In primo luogo il tentativo di questo o quel signore di ergersi al di sopra delle restrizioni valide per tutti, per tornare dunque dal regno del diritto a quello della violenza; in secondo luogo gli sforzi costanti dei sudditi per procurarsi più potere e per vedere riconosciuti dalla legge questi mutamenti, dunque, al contrario, per inoltrarsi dal diritto ineguale verso il diritto uguale per tutti. Questo movimento in avanti diviene particolarmente notevole quando si danno effettivi spostamenti dei rapporti di potere all’interno della collettività, come può accadere per l’azione di molteplici fattori storici. Il diritto si può allora conformare gradualmente ai nuovi rapporti di potere, oppure, cosa che accade più spesso, la classe dominante non è pronta a tener conto di questo cambiamento, si giunge all’insurrezione, alla guerra civile, dunque a una temporanea soppressione del diritto e a nuove testimonianze di violenza, in seguito alle quali viene instaurato un nuovo ordinamento giuridico. C’è anche un’altra fonte di mutamento del diritto, che si manifesta solo in modi pacifici, cioè la trasformazione dei membri di una collettività, ma essa appartiene a un contesto che può essere preso in considerazione solo più avanti.
Vediamo dunque che anche all’interno di una collettività non può venire evitata la risoluzione violenta dei conflitti. Ma le necessità e le coincidenze di interessi che derivano dalla vita in comune sulla medesima terra favoriscono una rapida conclusione di tali lotte, e le probabilità che in queste condizioni si giunga a soluzioni pacifiche sono in continuo aumento. Uno sguardo alla storia dell’umanità ci mostra tuttavia una serie ininterrotta di conflitti tra una collettività e una o più altre, tra unità più o meno vaste, città, paesi, tribù, popoli, Stati, conflitti che vengono decisi quasi sempre mediante la prova di forza della guerra. Tali guerre si risolvono o in saccheggio o in completa sottomissione, conquista dell’una parte ad opera dell’altra. Non si possono giudicare univocamente le guerre di conquista. Alcune, come quelle dei Mongoli e dei Turchi, hanno arrecato solo calamità, altre al contrario hanno contribuito alla trasformazione della violenza in diritto avendo prodotto unità più grandi, al cui interno la possibilità di ricorrere alla violenza venne annullata e un nuovo ordinamento giuridico riuscì a comporre i conflitti. Così le conquiste dei Romani diedero ai paesi mediterranei la preziosa pax romana. La cupidigia dei re francesi di ingrandire i loro possedimenti creò una Francia pacificamente unita, fiorente. Per quanto ciò possa sembrare paradossale, si deve tuttavia ammettere che la guerra non sarebbe un mezzo inadatto alla costruzione dell’agognata pace “eterna”, poiché potrebbe riuscire a creare quelle più vaste unità al cui interno un forte potere centrale rende impossibili ulteriori guerre. Tuttavia la guerra non ottiene questo risultato perché i successi della conquista di regola non sono durevoli; le unità appena create si disintegrano, perlopiù a causa della insufficiente coesione delle parti unite forzatamente. E inoltre la conquista ha potuto fino ad oggi creare soltanto unificazioni parziali, anche se di grande estensione, e sono proprio i conflitti sorti all’interno di queste unificazioni che hanno reso inevitabile il ricorso alla violenza. Così l’unica conseguenza di tutti questi sforzi bellici è che l’umanità ha sostituito alle continue guerricciole le grandi guerre, tanto più devastatrici quanto meno frequenti.
Per quanto riguarda la nostra epoca, si impone la medesima conclusione a cui Lei è giunto per una via più breve. Una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un’autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti di interessi. Sono qui chiaramente racchiuse due esigenze diverse: quella di creare una simile Corte suprema, e quella di assicurarle il potere che le abbisogna. La prima senza la seconda non gioverebbe a nulla. Ora la Società delle Nazioni è stata concepita come suprema potestà del genere, ma la seconda condizione non è stata adempiuta; la Società delle Nazioni non dispone di forza propria e può averne una solo se i membri della nuova associazione - i singoli Stati - gliela concedono. Tuttavia per il momento ci sono scarse probabilità che ciò avvenga. Ci sfuggirebbe il significato di un’istituzione come quella della Società delle Nazioni, se ignorassimo il fatto che qui ci troviamo di fronte a un tentativo coraggioso, raramente intrapreso nella storia dell’umanità e forse mai in questa misura. Essa è il tentativo di acquisire mediante il richiamo a determinati princìpi ideali l’autorità (cioè l’influenza coercitiva) che di solito si basa sul possesso della forza. Abbiamo visto che gli elementi che tengono insieme una comunità sono due: la coercizione violenta e i legami emotivi tra i suoi membri (ossia, in termini tecnici, quelle che si chiamano identificazioni). Nel caso in cui venga a mancare uno dei due fattori non è escluso che l’altro possa tener unita la comunità. Le idee cui ci si appella hanno naturalmente un significato solo se esprimono importanti elementi comuni ai membri di una determinata comunità. Sorge poi il problema: Che forza si può attribuire a queste idee? La storia insegna che una certa funzione l’hanno pur svolta. L’idea panellenica, per esempio, la coscienza di essere qualche cosa di meglio che i barbari confinanti, idea che trovò così potente espressione nelle anfizionie, negli oracoli e nei Giuochi, fu abbastanza forte per mitigare i costumi nella conduzione della guerra fra i Greci, ma ovviamente non fu in grado di impedire il ricorso alle armi fra le diverse componenti del popolo ellenico, e neppure fu mai in grado di trattenere una città o una federazione di città dallo stringere alleanza con il nemico persiano per abbattere un rivale. Parimenti il sentimento che accomunava i Cristiani, che pure fu abbastanza potente, non impedì durante il Rinascimento a Stati cristiani grandi e piccoli di sollecitare l’aiuto del Sultano nelle loro guerre intestine. Anche nella nostra epoca non vi è alcuna idea cui si possa attribuire un’autorità unificante del genere. È fin troppo chiaro che gli ideali nazionali da cui oggi i popoli sono dominati spingono in tutt’altra direzione. C’è chi predice che soltanto la penetrazione universale del modo di pensare bolscevico potrà mettere fine alle guerre, ma in ogni caso siamo oggi ben lontani da tale meta, che forse sarà raggiungibile solo a prezzo di spaventose guerre civili. Sembra dunque che il tentativo di sostituire la forza reale con la forza delle idee sia per il momento votato all’insuccesso. È un errore di calcolo non considerare il fatto che il diritto originariamente era violenza bruta e che esso ancor oggi non può fare a meno di ricorrere alla violenza.
Posso ora procedere a commentare un’altra delle Sue proposizioni. Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in loro ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all’odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un’istigazione siffatta. Di nuovo non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all’esistenza di tale istinto e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni. Mi consente, in proposito, di esporLe parte della teoria delle pulsioni cui siamo giunti nella psicoanalisi dopo molti passi falsi e molte esitazioni?
Noi presumiamo che le pulsioni dell’uomo siano soltanto di due specie, quelle che tendono a conservare e a unire - da noi chiamate sia erotiche (esattamente nel senso di Eros nel Convivio di Platone) sia sessuali, estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità, - e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva.
Lei vede che propriamente si tratta soltanto della dilucidazione teorica della contrapposizione tra amore e odio, universalmente nota, e che forse è originariamente connessa con la polarità di attrazione e repulsione che interviene anche nel Suo campo di studi. Non ci chieda ora di passare troppo rapidamente ai valori di bene e di male. Tutte e due le pulsioni sono parimenti indispensabili, perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto. Ora, sembra che quasi mai una pulsione di un tipo possa agire isolatamente, essa è sempre legata - vincolata, come noi diciamo - con un certo ammontare della controparte, che ne modifica la meta o, talvolta, solo così ne permette il raggiungimento. Per esempio, la pulsione di autoconservazione è certamente esotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all’aggressività per compiere quanto si ripromette. Allo stesso modo la pulsione amorosa, rivolta a oggetti, necessita un quid della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del suo oggetto. La difficoltà di isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ci ha impedito per tanto tempo di riconoscerle.
Se Lei è disposto a proseguire con me ancora un poco, vedrà che le azioni umane rivelano anche una complicazione di altro genere. E’ assai raro che l’azione sia opera di un singolo moto pulsionale, il quale d’altronde deve essere già una combinazione di Eros e distruzione. Di regola devono concorrere parecchi motivi similmente strutturati per rendere possibile l’azione. Uno dei Suoi colleghi l’aveva già avvertito, un certo professor G. C. Lichtenberg, che insegnava fisica a Gottinga al tempo dei nostri classici; ma forse egli era anche più notevole come psicologo di quel che fosse come fisico. Egli scoprì la rosa dei moventi, nell’atto in cui dichiarò: “I motivi per i quali si agisce si potrebbero ripartire come i trentadue venti e indicarli con nomi analoghi, per esempio ‘Pane-Pane-Fama’ o ‘Fama-Fama-Pane’.” Pertanto, quando gli uomini vengono incitati alla guerra, è possibile che si destino in loro un’intera serie di motivi consenzienti, nobili e volgari, quelli di cui si parla apertamente e altri che vengono taciuti. Non è il caso di enumerarli tutti. Il piacere di aggredire e distruggere ne fa certamente parte; innumerevoli crudeltà della storia e della vita quotidiana confermano la loro esistenza e la loro forza. Il fatto che questi impulsi distruttivi siano mescolati con altri impulsi, erotici e ideali, facilita naturalmente il loro soddisfacimento. Talvolta, quando sentiamo parlare delle atrocità della storia, abbiamo l’impressione che i motivi ideali siano serviti da paravento alle brame di distruzione; altre volte, trattandosi per esempio crudeltà della Santa Inquisizione, che i motivi ideali fossero preminenti nella coscienza, mentre i motivi distruttivi recassero loro un rafforzamento inconscio. Entrambi i casi sono possibili.
Ho qualche scrupolo ad abusare del Suo interesse, che si rivolge alla prevenzione della guerra e non alle nostre teorie. Tuttavia vorrei intrattenermi ancora un attimo sulla nostra pulsione distruttiva, meno nota di quanto richiederebbe la sua importanza. Con un po’ di speculazione ci siamo convinti che essa opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita. La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l’aiuto di certi organi, si rivolge all’esterno, verso gli oggetti. L’essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone una estranea. Una parte della pulsione di morte, tuttavia, rimane attiva all’interno dell’essere vivente e noi abbiamo tentato di derivare tutta una serie di fenomeni normali e patologici da questa interiorizzazione della pulsione distruttiva. Siamo perfino giunti all’eresia di spiegare l’origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell’aggressività verso l’interno. Noti che non è affatto indifferente se questo processo è spinto troppo oltre in modo diretto; in questo caso è certamente malsano. Invece il volgersi di queste forze pulsionali alla distruzione nel mondo esterno scarica l’essere vivente e non può non avere un effetto benefico. Ciò serve come scusa biologica a tutti gli impulsi esecrabili e pericolosi contro i quali noi combattiamo. Si deve ammettere che essi sono più vicini alla natura di quanto lo sia la resistenza con cui li contrastiamo e di cui ancora dobbiamo trovare una spiegazione. Forse Lei ha l’impressione che le nostre teorie siano una specie di mitologia, in questo caso neppure festosa. Ma non approda forse ogni scienza naturale in una sorta di mitologia? Non è così oggi anche per Lei, nel campo della fisica?
Per gli scopi immediati che ci siamo proposti da quanto precede ricaviamo la conclusione che non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. Si dice che in contrade felici, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, ci sono popoli la cui vita scorre nella mitezza. presso cui la coercizione e l’aggressione sono sconosciute. Posso a malapena crederci; mi piacerebbe saperne di più, su questi popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a far scomparire l’aggressività umana, garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza sotto tutti gli altri aspetti tra i membri della comunità. Io la ritengo un’illusione. Intanto, essi sono diligentemente armati, e fra i modi con cui tengono uniti i loro seguaci non ultimo è il ricorso all’odio contro tutti gli stranieri. D’altronde non si tratta, come Lei stesso osserva, di abolire completamente l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra.
Partendo dalla nostra dottrina mitologica delle pulsioni, giungiamo facilmente a una formula per definire le vie indirette di lotta alla guerra. Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra. Questi legami possono essere di due tipi. In primo luogo relazioni che pur essendo prive di meta sessuale assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto d’amore. La psicoanalisi non ha bisogno di vergognarsi se qui parla di amore, perché la religione dice la stessa cosa: “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Ora, questo è un precetto facile da esigere, ma difficile da attuare. L’altro tipo di legame emotivo è quello per identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni. Su di esse riposa in buona parte l’assetto della società umana.
L’abuso di autorità da Lei lamentato mi suggerisce un secondo metodo per combattere indirettamente la tendenza alla guerra. Fa parte dell’innata e ineliminabile diseguaglianza tra gli uomini la loro distinzione in capi e seguaci. Questi ultimi sono la stragrande maggioranza, hanno bisogno di un’autorità che prenda decisioni per loro, alla quale perlopiù si sottomettono incondizionatamente. Richiamandosi a questa realtà, si dovrebbero dedicare maggiori cure, più di quanto si sia fatto finora all’educazione di una categoria superiore di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia. Che le intrusioni del potere statale e la proibizione di pensare sancita dalla Chiesa non siano favorevoli ad allevare cittadini simili non ha bisogno di dimostrazione. La condizione ideale sarebbe naturalmente una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita pulsionale alla dittatura della ragione. Nient’altro potrebbe produrre un’unione tra gli uomini così perfetta e così tenace, perfino in assenza di reciproci legami emotivi. Ma secondo ogni probabilità questa è una speranza utopistica. Le altre vie per impedire indirettamente la guerra sono certo più praticabili, ma non promettono alcun rapido successo. E’ triste pensare a mulini che macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina.
Vede che, quando si consulta il teorico estraneo al mondo per compiti pratici urgenti, non ne vien fuori molto. E’ meglio se in ciascun caso particolare si cerca di affrontare il pericolo con i mezzi che sono a portata di mano. Vorrei tuttavia trattare ancora un problema, che nel Suo scritto Lei non solleva e che m’interessa particolarmente. Perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita? La guerra sembra conforme alla natura, pienamente giustificata biologicamente, in pratica assai poco evitabile. Non inorridisca perché pongo la domanda. Al fine di compiere un’indagine come questa è forse lecito fingere un distacco di cui in realtà non si dispone. La risposta è: perché ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i singoli individui in condizioni che li disonorano, li costringe, contro la propria volontà, a uccidere altri individui, distrugge preziosi valori materiali, prodotto del lavoro umano, e altre cose ancora. Inoltre la guerra nella sua forma attuale non dà più alcuna opportunità di attuare l’antico ideale eroico, e la guerra di domani, a causa del perfezionamento dei mezzi di distruzione, significherebbe lo sterminio di uno o forse di entrambi i contendenti. Tutto ciò è vero e sembra così incontestabile che ci meravigliamo soltanto che il ricorso alla guerra non sia stato ancora ripudiato mediante un accordo generale dell’umanità. Qualcuno dei punti qui enumerati può evidentemente essere discusso: ci si può chiedere se la comunità non debba anch’essa avere un diritto sulla vita del singolo; non si possono condannare nella stessa misura tutti i tipi di guerra; finché esistono stati e nazioni pronti ad annientare senza pietà altri stati e altre nazioni, questi sono necessitati a prepararsi alla guerra. Ma noi vogliamo sorvolare rapidamente su tutto ciò, giacché non è questa la discussione a cui Lei mi ha impegnato. Ho in mente qualcos’altro, credo che la ragione principale per cui ci indigniamo contro la guerra è che non possiamo fare a meno di farlo. Siamo pacifisti perché dobbiamo esserlo per ragioni organiche: ci è poi facile giustificare il nostro atteggiamento con argomentazioni.
So di dovermi spiegare, altrimenti non sarò capito. Ecco quello che voglio dire: Da tempi immemorabili l’umanità è soggetta al processo dell’incivilimento (altri, lo so, chiamano più volentieri questo processo: civilizzazione). Dobbiamo ad esso il meglio di ciò che siamo divenuti e buona parte di ciò di cui soffriamo.
Le sue cause e origini sono oscure, il suo esito incerto, alcuni dei suoi caratteri facilmente visibili. Forse porta all’estinzione del genere umano, giacché in più di una guisa pregiudica la funzione sessuale, e già oggi si moltiplicano in proporzioni più forti le razze incolte e gli strati arretrati della popolazione che non quelli altamente coltivati. Forse questo processo si può paragonare all’addomesticamento di certe specie animali; senza dubbio comporta modificazioni fisiche; tuttavia non ci si è ancora familiarizzati con l’idea che l’incivilimento sia un processo organico di tale natura. Le modificazioni psichiche che intervengono con l’incivilimento sono invece vistose e per nulla equivoche. Esse consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsionali. Sensazioni che per i nostri progenitori erano cariche di piacere, sono diventate per noi indifferenti o addirittura intollerabili; esistono fondamenti organici del fatto che le nostre esigenze ideali, sia etiche che estetiche, sono mutate. Dei caratteri psicologici della civiltà, due sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto, che comincia a dominare la vita pulsionale, e l’interiorizzazione dell’aggressività, con tutti i vantaggi e i pericoli che ne conseguono. Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di un’intolleranza costituzionale, per così dire della massima idiosincrasia. E mi sembra che le degradazioni estetiche della guerra non abbiano nel nostro rifiuto una parte molto minore delle sue crudeltà.
Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori - un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.
La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L’hanno delusa.
Suo Sigm. Freud

 

1) Gaputh (Potsdam), 30 luglio 1932

 

 

HO DIPINTO LA PACE

 T. Sorek

 

 Avevo una scatola di colori
brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso
per il sangue dei feriti.
Non avevo il nero
per il pianto degli orfani.
Non avevo il bianco
per le mani e il volto dei morti.
Non avevo il giallo
per la sabbia ardente,
ma avevo l'arancio
per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste dei chiari cieli splendenti,
e il rosa per i sogni e il riposo.
Mi sono seduta e ho dipinto la pace.

 

 

UN DONO
di Mahatma Gandhi


 

Prendi un sorriso,
regalalo a chi non l'ha mai avuto.
Prendi un raggio di sole,
fallo volare là dove regna la notte.
Scopri una sorgente,
fa bagnare chi vive nel fango.
Prendi una lacrima,
posala sul volto di chi non ha pianto.
Prendi il coraggio,
mettilo nell'animo di chi non sa lottare.
Scopri la vita,
raccontala a chi non sa capirla.
Prendi la speranza,
e vivi nella sua luce.
Prendi la bontà,
e donala a chi non sa donare.
Scopri l'amore,
e fallo conoscere al mondo.