Ancora una donna vittima delle furia omicida di un compagno che non accetta di essere abbandonato. Che cosa arma la mano di questi uomini, la gelosia, oppure la paura dell'abbandono?

 

Siamo ad un nuovo fatto di cronaca che scuote per qualche giorno le coscienze e allora ci chiediamo perché. Per fare in modo che la ricerca di una spiegazione non risulti solo tardiva , a posteriori, in risposta alla sua domanda cercherò di ipotizzare le cause che troppo spesso hanno come epilogo il delitto, di una donna in questo caso, ma le stesse cause  altrettanto spesso hanno il suicidio.

Ci sono spesso le avvisaglie o i sintomi  che possono portare ad atti così estremi e questi vanno cercati in gran parte nella psiche di ognuno, nelle sue modalità di risposta a una frustrazione che può essere la gelosia, la paura dell’abbandono e con esso  la caduta drammatica delle aspettative di un progetto di vita che è stato disatteso e per il quale non si riesce a trovare adattamenti, accettazione, capacità di ricominciare. Questo, a mio parere è da far risalire alla mancata educazione a reagire al ”No”.Il No è il limite posto alla soddisfazione immediata del desiderio e comporta il rispetto della libertà altrui, della sua vita, dei suoi sentimenti. Il No può anche essere stimolo alla creatività, quando porta a imboccare altre strade per raggiungere lo scopo, che non passino attraverso la semplice e immediata violenza.

 Se però la persona in oggetto soffre di qualche patologia, come la malattia bipolare (alternanza di stati maniacali e stati depressivi) o, nel caso della vittima, di depressione, il discorso si fa più allarmante, ma anche più prevedibile.

Se è prevedibile c’è anche una responsabilità che coinvolge forze dell’ordine, medici, psichiatri, psicologi, ai quali la coppia sembra aver chiesto aiuto.

 Perché non si è fatto ricorso alla legge del 28 aprile 2001 n. 154 (Misure contro la violenza nelle relazioni familiari)?

Può però coinvolgere anche il vicino di casa che sente urlare, o sa che si consuma una violenza nel privato.

 

Che cosa porta queste persone a gesti così definitivi e drammatici?

 

La causa scatenante non è la sola causa e non è solo psicologica: c’è una mancanza a frenare l’impulso distruttivo che passerebbe dal desiderio all’atto, una mancanza di riflessione sugli effetti delle proprie azioni (in questo caso almeno il bene del figlio, rimasto senza madre e senza padre, non è stato preso in considerazione), un egocentrismo di tipo infantile spinto dall’istinto del piacere (tutto e subito) e non dal senso di realtà, che va appreso con l’educazione.

  

Ma ci sono anche cause culturali: dare per scontato la superiorità dell’uomo sulla donna e il considerare quest’ ultima più un oggetto da possedere che un individuo da rispettare; visione di violenza sul debole che ormai ci accompagnano dai cartoni animati, alla TV al cinema, alla realtà.

 

 

 Spesso in questi delitti compare un coltello. Perché quest'arma?

 Il coltello è un arma penetrante, per Freud è un simbolo fallico, forse i delitti con sfondo sessuale prediligono questa arma di offesa, che soddisfa il bisogno di sangue e coinvolge la forza fisica atta a sottolineare la superiorità almeno muscolare del maschio.

Una donna se pensa ad un omicidio, pensa al veleno.

 

Perchè le vittime delle tragedie familiari sono sempre le donne?

 Non sempre, ma molto più frequentemente. Ci sono poi i bambini che subiscono le devastanti tensioni fra i genitori e sono a volte vittime essi stessi (è di questi giorni, ma non solo, il caso di madri che si uccidono assieme ai loro piccoli).

 

I figli che diventano motivo scatenante (in questo caso il bambino era affidato al padre), e la contesa per il mantenimento. Questioni affettive o economiche?

 Purtroppo i figli sono strumentalizzali contro l’uno o l’altro dei genitori e portati a schierarsi da una parte o dall’altra dei due contendenti, cosa che il bambino non può sopportare, sia perché avrebbe il diritto di contare e di essere amato da entrambi, sia perché è trascinato a giudicare su fatti che non conosce e che non lo riguardano, ma che possono portare a un senso di colpa assolutamente immotivato, che lo accompagnerà nella sua vita futura oltre ad altre deleterie conseguenze che investono il vissuto della donna per il bambino e dell’uomo per la bambina.

 

 Spesso ci sono dei segnali, l'uomo soffriva di depressione e assumeva dei farmaci. Si poteva intuire un disagio così profondo?

 Sì, i segnali ci sono, sta a saperli leggere e a utilizzarli per evitare l’irreparabile, anche se  uno dei limiti alla loro conoscenza è la vergogna che un essere umano prova a dire che è trattato tanto male. Sta in parte a ciascuno di noi essere vicino a chi soffre e a consigliargli di rivolgersi ai centri antiviolenza (a Trento è in via Dogana, 1 tel: 0461220048),  a un’assistente sociale, alle forze dell’ordine, all’autorità giuridica, allo psichiatra, allo psicologo. Da anni mi interesso di violenza psichica, premessa inderogabile a quella fisica, dove i sintomi sono essi stessi causa di sofferenza e di incapacità a sottrarsi all’aggressore, invito il lettore a consultare il mio sito con il  quale ho potuto raggiungere e in parte aiutare centinaia di persone.