A chi spara il cacciatore?

 

      articolo di Carla Corradi

 

 

Il collega Giuseppe Raspadori nel suo fondo su questo giornale in data 1 settembre ripete più volte questa domanda che è anche il titolo del libro che ho scritto diversi anni fa, il cui contenuto diventa attuale all’ inizio di ogni stagione venatoria.

Raspadori conosce la risposta, perché ha letto tutto il libro, ma è come se non volesse darla lui direttamente, usa delle metafore che riflettono in parte i risultati a cui sono giunta, ma che non sono statisticamente  obbiettivi.  Per questo devo rispondere a questa provocazione.

Lo ringrazio comunque di questo stimolo che mi obbliga a reagire, perché nei giorni scorsi ho cercato di frenare il mio desiderio-dovere di intervenire.

Avevo portato a termine un’analisi profonda, accurata e obbiettiva della personalità dei cacciatori trentini, interrogandoli  e studiandoli con mezzi inconfutabili  e cercando di conoscere il loro mondo, andando perfino a caccia con loro, nell’impegno di cercare di capire, senza giudicare.

La mia lunga fatica ha dato risultati sorprendenti anche per me, opposti a quelli che avevo ipotizzato nella ricerca: I cacciatori hanno rilavato un grossa problematica (60-70 %) che è elevatissima se confrontata con il gruppo di controllo (0).

Visto comunque che Raspadori enfatizza la caccia come passione (alcuni cacciatori la definiscono tale) sono andata a consultare il vocabolario etimologico  e quello della lingua italiana per verificare se mai mi fossi sbagliata a non ritenerla una passione: “deriva da passio, soffrire” e in italiano: “effetto subito, contrapposto ad azione; stato di un soggetto che si trova sotto l’influsso di un principio estrinseco. Alterazione o mutamento, secondo la qualità, sia nell’ordine fisico, sia, specialmente, in quello psichico…attrazione e repulsione verso un oggetto..le cui manifestazioni denunciano un difetto di autocontrollo”.

La caccia non è una passione, nel significato che la lingua italiana dà a questo termine, né lo è in termini psicoanalitici, perché manca sia la passività, sia la sofferenza cosciente. Per definire la caccia solo una passione, bisogna spostare la sofferenza sull’animale e lasciare il piacere al cacciatore (27%).

Il conflitto in realtà c’è ed è massivo, ma non è vissuto come tale, perché in gran parte è  stato relegato nell’ inconscio, sia per la difficoltà di affrontarlo,  sia perché solo la passione con sofferenza cerca nell’introspezione una trasformazione, una soluzione, mentre i simboli assunti dal cacciatore,  natura da amare e animale da uccidere, creano un circolo chiuso tra pulsione di amore e di morte, dove la vittima sta al posto di qualcun altro introiettato.

Non intendo in questa sede ridurlo a due parole, perché mancherebbe la motivazione e il processo e farei torto ai cacciatori e a me stessa, che li ho così faticosamente cercati.

  

Aggiungo invece due parole per rispondere ad altre persone che si sono alternate su questo giornale.

Forse è poca cosa discutere della legittimità che l’uomo cacciatore si arroga quando va a uccidere gli animali, quando nel mondo si uccidono i bambini, si stuprano le donne, si affamano popoli interi per fame, malattie, mancanza d’acqua, quando in una parola il diritto alla vita e al rispetto di essa viene misconosciuto su scala mondiale.

Il principio che sta alla base della violenza è però lo stesso: l’uomo si ritiene superiore e come tale in diritto di nuocere al più debole, sia esso un animale o un altro essere vivente. Si è cercato l’avvallo di questo diritto perfino nella Bibbia, dove c’è un Dio che accetta sacrifici  di agnelli, ma è anche lo stesso Dio che dice nel Genesi: ”Non ti ciberai degli animali che hanno sangue”. E nel settimo comandamento: “Non uccidere!” Ci si aspetterebbe che almeno i preti  possano astenersi  dall’attività venatoria, evidentemente anche per alcuni di loro il bisogno è più forte della morale, o la problematica ancora più acuta. Anche se fosse stato lecito 2000 anni fa, anche se è ancora legale, non vedo perché non si possa cambiare, alla luce di un’ideologia diversa, di un diritto alla vita esteso  alle  più deboli tra le creature .

 

 Dubito che animalisti e cacciatori possano trovare un accordo, almeno fintanto che la generazione dei cacciatori non sarà estinta (dai 12000 sono passati a 7400 iscritti alla Federcaccia nella provincia di Trento e  la media è superiore ai 50 anni).

 

I giovani sono più sensibili  e meno strutturati gerarchicamente in una visione homocentrica della realtà e c’è da augurarsi che le nuove generazioni  non abbiano bisogno di compensare un’ambivalenza con un’ attività che ha come prezzo la morte.

 

Inoltre  dal mio studio sono emerse problematiche tali che non c’è bisogno di andare a cercare nel DNA le ragioni della caccia, come un chirurgo trentino tempo fa ha asserito in una trasmissione televisiva. Crederò alla presenza di un gene della caccia solo se la scienza lo troverà almeno nel serial killer o nello stupratore o nell’ animalista.