ENRICO FUOCHI

 

              presentazione di Carla Corradi

 

Perché io?

Scrivere e fotografare

Processo creativo

La scelta degli argomenti e del B/N

L’osservatore

             La proiezione

 

        FOTO-GRAFIA

Perché io? Ho conosciuto Enrico perché ha partecipato con la fotografia l’avarizia alla mostra sui Peccati del III millennio.

L’indice indica la cultura e l’indirizzo ideologico , politico, religioso di Enrico che sta a suggerire senza invadere o indottrinare il lettore.

La scelta dell’argomento ci porta a conoscere l’autore che si interroga su tanti temi dell’esistenza, ma non sono riuscita a trovare un unico filo conduttore che non sia quello di farci partecipi dei suoi pensieri delle sue emozioni distribuiti nell’arco di 30 anni, ma alcuni molto attuali.

La scelta del Bianco/nero farebbe pensare a un tentativo di escludere quello che nelle arti visuali, e non solo, significa il colore: esso è in stretto rapporto con il vissuto delle emozioni. Da qui forse il bisogno di descriverle con le parole.

Scrivere e dipingere o fotografare leggere pag. 85

Enrico usa l’immagine e la parola. Da quanto sappiamo sulla neurofisiologia del cervello le immagini si formano nell’emisfero destro, le parole nell’emisfero sinistro. Si attua allora una forma di pensiero creativo che scaturisce dalla sinergia o simultaneità dei due impulsi che possono coesistere o sovrapporsi e che in un secondo tempo trovano la loro collocazione e il loro legame nell’atto della realizzazione. (Processo translogico)

Pretesto sono l’immagine e il testo scelto per esprimere sensazioni e idee.

Cos’è l’arte? L’arte è anche una forma di comunicazione e io direi un bisogno. Le opere di Enrico si possono definire formali in quanto ritrae prevalentemente forme, ma anche il concettuale ha un suo spessore che lui traduce dando un significato a quanto il suo obbiettivo ha ritratto.

Molte immagini ci obbligano a un interpretazione personale che può essere corretta dal testo per cui è proprio vero che il fotografo come il pittore ritrae mandando un messaggio che tocca gli archetipi, suscita pensieri o emozioni altre da quelle che consciamente l’autore voleva rappresentare e che così la realtà interiore di ognuno si completa, anche divergendo da quella proposta. (es. Infinito, Ultima cena).

Quello che vedo può essere altro per me più o meno di quello che la macchina fotografica ha voluto cogliere o pensato di cogliere.

Ma questo vale anche per l’artefice dell’opera che si stupisce a volte di ritrovarsi sulla carta stampata quello che non aveva visto al momento dello scatto o quello che il pittore non sapeva di rappresentare, mentre lo spettatore proiettando i suoi contenuti di coscienza e la sua esperienza lo coglie.

Così il fruitore completa l’opera che non è tale finché non è esposta.

Spesso c’è un celare voluto, un rimando a qualcos’altro, troppo privato per essere espresso, ma che può solo essere intuito e che a volte è solo mal celato, a volte troppo nascosto, ma non per questo non presente e facente parte della realtà psichica di ognuno: il mistero insomma che anche l’autore propone e cerca di sviscerare, senza esporsi troppo. (la stanza n. 27)

Manichini