IL MIGRANTE CON LA SUA DIVERSITA’ DIVENTA PROMOTORE DI UNA CONQUISTA CULTURALE NUOVA.

 

              di Carla Corradi

 

 

 

Poesia della nonna Maria.

 

Lamento.

Perché quando m’incontri per la via

Mi guardi con quell’aria diffidente

Con in viso un’impronta d’ironia

Com’io non fossi come l’altra gente?

 

…se a Levico venisse un poveretto

scacciato dalla terra ov’era nato

io gli darei il mio pane ed il mio tetto…

 

 

C’è in questa poesia di  mia nonna esiliata in Moravia  (datata 23.04.1916) lo spunto per introdurre il mio breve intervento. Vi parlerò  del perché è necessario fare questo incontro sull’emigrante e sulla sua diversità.

 

 Il percorso che abbiamo fatto per crescere  è quello che ha fatto il bambino che dal sentimento di fusione con la madre ha costruito l’io verso i tre anni, non a caso a questa età dice io, mentre prima parla di sé in terza persona, e contemporaneamente dice “No” per opporsi all’adulto. Si differenzia dall’altro, scoprendosi una persona, e percependo che l’altro è non io.

 

 

Inserisce poi il concetto di mio, tutto quello che gli appartiene, madre, padre, fratelli, giocattoli, ambiente, cose, concetto che va ampliandosi  nella propria  lingua,  nel suo territorio, nella conoscenza della sua storia, della sua  cultura,  ma anche  nelle sue abitudini,  nei costumi, nel proprio Dio, nelle norme morali, nel colore della pelle, in una parola il PROPRIUM.

 Perché abbiamo difficoltà ad accettare il diverso?

Perché abbiamo imparato che il diverso, il non io o non mio è un pericolo per la nostra identità, è il nemico che invade il nostro territorio, è il cattivo da allontanare o da sottomettere, è una minaccia alla nostra identità faticosamente costruita.

L’ALTRO è l’alieno, l’estraneo, l’avverso, il contrario su cui abbiamo proiettato il male, il pericolo, la minaccia.

 

 

Ci sono molti Altro nella storia: 

ibridi fantastici del passato: chimera, centauri, sirene, il Minotauro… o più recenti Il dottor Jeyll e il dott. Hyde, il ritratto di Doryan Gray,  Frankestein (carne morta riportata in vita) e il robot (uomo industriale, meccanico nella mente e nel cuore) Batmann, Supermann, l’Uomo Ragno, fino al CYBORG.

Queste creazioni della mitologia e della letteratura rappresentano il doppio, cioè la coniugazione di sé e del suo contrario e sono conseguenza del bisogno dell’uomo di distanziare il male dal bene  (il doppio di Dio è il diavolo) e producono insieme il sosia, distruggendo con esso l’unicità della persona, se si presenta speculare, introduce il pericolo di una vulnerabilità remota e imprevedibile. Il doppio è il diverso in noi e fuori di noi (straniero). Viene da pensare a Eros e Thanatos, di Freud, ma anche  a inconscio, quell’ aspetto di noi che non conosciamo e che temiamo emerga a nostra insaputa, o all’ Ombra, alla schizofrenia, alla possessione. Si può interpretare come la proiezione esterna di  un io diviso. Si manifesta sotto forma animale nei sogni, nei simboli, nell’arte.

 E’ una CRAZIONE DELL’ALTRO da sé e sente la necessità di dare un corpo al diverso, all’altro da me (la donna per l’uomo e viceversa)

Abbiamo introiettato l’altro, il diverso da me, forse per sopperire a un’identità sempre più minacciata, come i confini dell’Io che  la TECNOLOGIA ha invaso per proporre  UNA NUOVA FORMA di ibrido, l’uomo meccanico, il robot fatto in serie che la letteratura di fantascienza prima, i film poi continuano a proporre.

Si assiste non alla fine del corpo, ma alla sua trasformazione in un connubio con la meccanica e la tecnica, la medicina. Ciò porta a nuove forme d’ identità cibernetiche, e alla perdita graduale dell’identità dell’io alla quale la psicologia e noi tutti con essa avevamo dato tanta importanza. E’ stato violato il confine tra animale e umano, tra organismo e macchina, tra fisico e non fisico, tra natura e cultura. Ciò porta ad un’indeterminazione delle identità tradizionali, che diventano transitorie e fluide e devono essere continuamente negoziate, ricontattate per mezzo delle tecnologie della comunicazione e della vita.

 

Ancorarsi però solo all’identità e alla memoria è il rovescio sanguinoso della globalizzazione. La paranoia dell’identità e  della fissazione alle radici, alla religione non porta che alle guerre e alla pulizia etnica.

 

In questa situazione penso che il migrante  ci metta a disagio perché ci richiama ad un rapporto prevalentemente umano che abbiamo gradualmente dimenticato di condurre.

 

 

Nel processo di crescita individuale è necessario ampliare il proprium, dalla madre ai parenti, alla casa, alla strada, al paese… così come in era di globalizzazione si supera  il concetto di paese, di stato come luogo di appartenenza nel quale ci riconosciamo, per passare all’ identità di europeo,  di occidentale, fino a quella di cittadino del mondo. Questo percorso iniziato con la colonizzazione, nella quale era necessario conoscere il popolo da sottomettere, ha come  processo inevitabile la conoscenza di culture diverse da quella dell’invasore o del dominatore, senza la quale si arriva solo allo sterminio di intere culture (Tibet, Indiani d’America).

Ma il problema che ci riguarda ora sembra inverso, sono loro a venire da noi, in realtà non lo è poi tanto, perché loro e noi dobbiamo attuare un processo psicologico analogo.

Pur mantenendo le nostre identità dobbiamo cercare di vivere l’altro  con noi,  non contro di noi

Passare dal DUALISMO ALLA DUALITA’, cercando con  la conoscenza reciproca i punti di uguaglianza e quelli di diversità.

La nostra identità nella quale ci riconosciamo (sono trentina, non milanese,  sono un uomo, non un animale, sono bianco, non nero, credo in Dio, non in Allah…) è spesso enfatizzazione della differenza.

 

 

 

 

E’ una rivoluzione psicologica  e culturale quella che dobbiamo realizzare.

Non è facile, perché bisogna rivedere gli stereotipi, primo fra tutti quello che fa continuamente sentire il diverso da noi come nemico da combattere, detentore di tutto quanto abbiamo rimosso per paura: l’usurpatore, l’invasore, il cattivo, l’inferiore (tutto il sud del mondo è considerato inferiore,  Sud Tirolo, Italia del sud  l’Africa, il  sud-America…) e in base a una graduatoria di valori che mette al primo posto il denaro, il sud è inferiore. Dobbiamo però chiederci chi l’ha reso tale o lo mantiene  così.

Non solo questo però perché nella nostra cultura che non prevede il grigio, per un bisogno di economia psichica abbiamo attuato un processo di rimozione di tutto quanto giudichiamo cattivo o male,  lo abbiamo relegato nell’inconscio e poi proiettato fuori di noi, l’altro da me o meglio l’altro di me, non mi appartiene,  lo  nego, lo combatto all’esterno invece che analizzarlo come parte di me.

MA LA DIVERSITA’ NON E’ SINONIMO DI MALE.

 

Ho scritto un libro sui conflitti umani intitolato Un caffè macchiato freddo, titolo che è un’ immagine (potenza delle immagini!) scelto per rappresentare l’unione dei contrari, dove il caffè caldo e nero e il latte freddo e bianco coesistono nella stessa tazzina. Vi lascio questa immagine.

 

 

E’ anche una rivoluzione dei valori che ognuno può fare nell’incontro, anche se la politica mondiale, o forse proprio per questo, continua infantilmente a cercare il nemico da abbattere con terrorismo, sopraffazione, sfruttamento, genocidio, nel completo  misconoscimento dei diritti umani e  del rispetto della vita e DELLA CULTURA DI OGNI POPOLO.

Se le risorse fossero equamente distribuite, se intere popolazioni non fossero costrette ad emigrare per non morire.

Un bambino direbbe che tutto ciò è assurdo e troverebbe ovvio fare uno scambio: tu hai il petrolio, io ho la tecnologia.

Non è facile  perché tutti abbiamo bisogno di  afferrarci a una identità, di conoscere il nostro passato, purché non rimanga l’unico modo di identificazione

 

Immaginare di essere l’Altro è una tecnica terapeutica utile nella soluzione dei conflitti interpersonali, sarebbe un gioco immaginale che aiuterebbe a mettersi nei panni di chi  sentiamo come lontano, alieno o nemico e faciliterebbe la conoscenza, nonché la comprensione di noi stessi.

Perché? Perché L’IMMAGINE  è psiche (Jung), è il primo movimento dell’azione. Ci sono immagini esterne a noi che mentre colpiscono i nostri occhi e quindi la nostra mente, creano immagini dentro di noi e queste sono simboli  e come tali destano emozioni e pensieri, toccano la dimensione interiore, gli archetipi  (es: nel Tibet il viaggiatore occidentale vede un panorama fantastico, il Tibetano vede la manifestazione della divinità;  in altre culture animiste un animale o un albero non hanno il nostro significato, ma rappresentano l’anima dell’uomo, nel burqa o nel ciador noi vediamo chiusura e arretratezza, chi  lo porta lo ritiene un simbolo di appartenenza e di identità)

 

Le cause dell’immigrazione sono il frutto di una politica mondiale che costringe intere popolazioni ad espatriare per non morire, in un ultimo tentativo disperato di reazione; li muove anche il bisogno di esplorare, quello dell’avventura che sempre ha accompagnato l’uomo dai suoi primordi, della conquista di una vita migliore per sé  e la propria famiglia.  Anche noi sentiamo il bisogno di esplorare, di conoscere modi di pensiero diversi dal nostro, di filosofie di vita che danno più serenità di quelle che abbiamo costruito sull’avere, sul potere, sulla tecnologia.

Se per noi è difficile accettarli, per loro è difficile inserirsi.

 Per entrambi necessita una conoscenza che è arricchimento reciproco, superamento degli stereotipi, costruiti per un’economia mentale, sforzo di ricerca delle similitudini, dell’umanità che non è pietismo, ma  riconoscimento del valore di ogni essere umano  e dei suoi diritti alla vita,