PAOLO OBER

 

              presentazione di Carla Corradi

 

 

Lo conosco da molti anni, ho lavorato con lui per la costruzione del video Autunno…, abbiamo fondato la DIGITALART

Parlare di lui non è facile anche perché è molto eclettico: per citare solo alcune delle sue attività artistiche dirò che dal disegno pubblicitario è passato alla fotografia, alla video-arte, continuando però a dipingere in un suo stile inconfondibile. Ogni tanto fa anche l’attore.

Già da piccolo gli dicevano: "Scendi dal pero.", intendendo con questo invito a fargli prendere contatto con la realtà di tutti i giorni, e a lasciare il mondo dei sogni. Credo che questa caratteristica lo invada ancora, perché si sente la fatica che fa a parlare di cose materiali. Non a realizzarle quando si tratta della sua pittura, costruisce da solo perfino le cornici.

Paolo è quindi un sognatore, ma un sognatore che trae ispirazione sia dalla musica nella quale si immerge prima di creare, sia dalle emozioni che prova nelle piccole cose come nei grandi temi dell’esistenza sui quali continuamente si interroga, sia nei concetti che da tali situazioni emergono e che si estrinsecano poi nell’immagine che infine dipinge. Processo che comporta un lavorio interiore in parte inconscio, istintivo e in parte concettuale, nonché tecnologico in quanto è assolutamente padrone sia della tecnica pittorica sia della fotografia che del digitale.

Non è facile perciò nemmeno caratterizzarlo anche solo come pittore (espone dal 1988) e ancor meno come uomo, pur essendo io psicologa.

Ma perché? Perché la psicoanalisi, essendo un’arte anch’essa, può solo in parte afferrare il significato di simboli e concetti, se non equiparandola al sogno e come tale cercare di interpretare quanto l’artista vuol comunicare. O meglio, quando i dilemmi diventano immagine, possono venir accostati dalla parola e dall’interpretazione. Ma attenzione: in ogni opera d’arte c’è un bisogno di comunicare e un bisogno di celare, per cui mai quello che si vede è quello che si vuole vedere e tanto meno quello che l’artista vuol celare.

Eppure tutto questo è appeso a un muro, come un pezzo di Anima, lacerata e ritrosa a manifestarsi, nella disperata ricerca di riempire un vuoto, il vuoto e nel contempo di comunicare la sua solitudine.

Possiamo considerare Paolo sia astratto, sia figurativo: astratto perché in questo lavorio assurge infine all’idea, quindi opera un’astrazione, dove anche il colore (che pure indica la parte emozionale) è asservito ai contenuti che vuole esprimere; sia figurativo perché utilizza una forma quasi sempre in movimento, sia l’omino, (ma è un omino o è una via di mezzo tra l’uomo e l’angelo? Quelle braccia sembrano ali spiegate), sia il fiore, sia volumi geometrici… che sono comunque lontani da una realtà immediatamente percepibile in quanto rappresentano altro e quindi anche la figura diventa astrazione.

Chiediamo a lui perché utilizza la pastina per minestra (anellini, stelline) o ancora perché dopo aver dipinto il quadro sente il bisogno di continuare nella cornice il suo tema, forse per una sensazione di non aver detto tutto o per unificare l’interno con l’esterno o ancora per delegare all’immagine ciò che la parola non riesce a dire?

Perché si potrebbe definire l’arte come animata dal sogno di una trasgressione, dalla tensione a oltrepassare l’invalicabile barriera che condanna a non poter mai attingere i segni interni direttamente, privandoci di quella visione pura e totale che solo il linguaggio degli angeli possiede. In questa prospettiva, l’arte è ambizione di poter essere angeli in quanto in essa l’espressività dell’uomo sembra acquisire una capacità quasi angelica di lasciar trasparire se stessa, vale a dire il suo indicibile, inafferrabile e personale movimento interno.