Prosa poesia pittura fotografia

 PECCATI DEL III° MILLENNIO

 A cura di Carla Corradi e collaborazione di Paolo Ober.

 

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Ringrazio:

 

Il Presidente del Consiglio Provinciale  Mario Magnani che ha concesso la Sala di Rappresentanza della Regione Trentino Alto Adige.

Il Presidente della Regione Lorenzo Dellai che ha  offerto di far stampare il testo-catalogo dal Centro Stampa della Regione.

Paolo Ober che ha curato il catalogo su CD-rom.

Aldo Pancheri  che ha tenuto i collegamenti con gli artisti di Milano.

Tilly Meazzi che ha scritto la prefazione artistica

Gianna Vecchietti. Gli operatori del Centro Stampa della Regione.

 

Un particolare ringraziamento va infine a  tutti gli scrittori, poeti, pittori e fotografi  cha hanno  partecipato a questo evento, nonché a coloro che vorranno diffonderne il contenuto.

                                                                                         Carla Corradi

 

 

Saluto del Presidente della Regione.

Scrittori, pittori, fotografi e poeti che riflettono in tanti modi diversi sui “peccati del III millennio”. L’idea alla base di questo catalogo e della mostra che ne è scaturita è indubbiamente suggestiva, perché ci stimola a comprendere quale sia il nostro livello di assuefazione al male.

La forza dell’arte, come strumento di indagine sociale, ci offre un’occasione importante per avviare una riflessione individuale sulla nostra capacità di critica e di reazione al male. L’apatia, che spesso genera indifferenza, è uno dei “peccati” più pericolosi per la società moderna, perché l’indifferenza inibisce la nostra capacità di giudizio morale e soffoca anche l’istinto di autodifesa. L’arte dunque, con i suoi stimoli e le sue provocazioni, può oggi rappresentare un antidoto a quella pigrizia mentale che nutre tutti i conformismi ed i luoghi comuni che indeboliscono il nostro senso critico.

Gli scritti e le opere raccolte in questo catalogo sono un piccolo, ma significativo contributo affinché ognuno di noi possa avvertire la necessità di tornare ad indignarsi e a reagire di fronte al male in tutte le sue forme.

Ringrazio i curatori e gli artisti che hanno dato vita a questa originale iniziativa che non mancherà di ottenere il giusto successo.

Lorenzo Dellai

Presidente della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol

 

 

 

 

 

Quando soffro per gli uomini indifesi, non soffro forse per il lato indifeso di me stessa? (Etty Hillesum)

 

 

Considerato secondo le categorie bibliche il mondo moderno, anche se è disgrazia per l’uomo che lo abita, non è perfetta alienazione che non si confronta più con nulla, ma è il tragico fallimento di una misericordiosa speranza. (Sergio Quinzio)

           

 

 

Quali  peccati?

di Carla Corradi.

 

L’idea di organizzare questa manifestazione sui peccati del III millennio è nata nell’agosto 2006, mese fecondo per le idee. Ho prima pensato ai sette peccati capitali, ma, alla luce di tutto il male che c’è nel mondo oggi, mi sono sembrati subito  irrisori  (gola, superbia, lussuria, avarizia, invidia, accidia, ira).

La gola è diventata obesità o nelle sue due varianti anoressia e bulimia. L’accidia si chiama ora depressione, l’ira è diventata violenza privata e tanto poco rabbia collettiva, l’invidia è figlia del consumismo e del possesso di beni che danno una forma di identità basata sull’avere non sull’essere.1)

 La lussuria è un incessante passaggio dal linguaggio della visione a quello del tatto dove il corpo nudo perde la sua specificità di attrarre se non c’è artificio, costruzione, identificazione con i canoni di bellezza imposti, e dove la relazione maschio-femmina è mutata sia per la liberalizzazione della procreazione, dell’aborto, della transessualità, dell’omosessualità.

 

Inoltre, effettuando un’analisi più approfondita a livello psicoanalitico dei  sette peccati capitali in Freud 2) e concordando con quanto sostiene Quirino Zangrilli 3) si può pensare che essi in realtà fossero uno solo: l’uccisione del Padre primigenio e la consumazione del pasto totemico del quale è rimasta traccia sia nella paura di castrazione che affiora nel lavoro psicoanalitico in individui di ogni razza, cultura e credo religioso, sia nei riti di offerta al dio dell’agnello sacrificale proprio nel tempo pasquale.

 

Ho usato il termine “peccato” invece di male solo per attrarre l’attenzione con una parola che è molto usata anche nel linguaggio corrente non solo in quello religioso.

 

Riflettendo poi su 30 anni di professione (psicoterapeuta) mi sono accorta che, tra gli elementi che per diversi anni costituivano materia di approfondimento, il senso di colpa appariva assai spesso, mentre negli ultimi dieci anni è andato gradualmente sfumando, fino a esaurirsi. Come a dire che anche nelle malattie dell’anima il narcisismo 4) è subentrato alla colpa e nella percezione individuale e collettiva quasi più niente è considerato come errore, se non  ciò che intralcia la realizzazione egoistica del  profitto nella corsa ai beni materiali. In altre parole c’è una regressione al  principio del piacere  che vuole tutto e subito e una fuga dal principio di realtà. La realtà stessa è ormai inquinata  e confusa con la realtà  virtuale.

 

Scopo di questa iniziativa è invitare a riflettere per uscire dall’assuefazione, dall’apatia, dall’abitudine al male, nonché dalla saturazione della nostra recettività ad esso; è analizzare con mente critica i suoi vari aspetti e se possibile scoprire la nostra se pur parziale responsabilità per gran parte di esso; trovare con idee geniali (ecco perché ho invitato gli artisti che sono notoriamente creativi) una qualche forma di cambiamento  a livello individuale prima e planetario poi. Non rassegnarci, non abituarci alla violenza, non stare a guardare impotenti come se tutto fosse ormai normale.

 

L’invito a partecipare è iniziato a settembre 2006 ed è stato esteso anche fuori dai confini provinciali, essendo stato pubblicato oltre che sulla stampa locale anche su internet, per questo motivo hanno risposto all’appello scrittori, poeti, fotografi, pittori da diverse regioni d’Italia e anche dall’estero, portando ciascuno una personale interpretazione del “peccato del III millennio”. Questo mi ha fatto piacere perché temevo che dovendo descrivere il male, l’assuefazione, l’inerzia,  l’indifferenza che ci pervade a volte (anche se è una normale difesa) demotivasse molti ad aderire, perché restii ad effettuare una ricerca dentro di sé e nel mondo di quel lato oscuro di cui non si ha più voglia di parlare.

E’ stato per me un arricchimento notevole  costatare  in quali diversi modi l’argomento è stato sviscerato, sia come contenuti, sia come modalità artistiche.

Cercando una possibile sintesi dirò che gli argomenti più sentiti si distribuiscono su quattro grandi filoni: la violazione dei diritti dei più deboli, la guerra, la violenza alla natura e agli animali 5) il sesso (non la sessualità) in qualche sua forma  ancora vissuto come peccato.

Emerge in quasi tutti i lavori un dualismo evidente tra la situazione reale del mondo  e il desiderio o il sogno di come potrebbe essere o la nostalgia di com’era: dualismo tra natura e cultura, tra razionalità e intuizione, tra ricchezza e povertà, tra emozione e ragione, tra umanità e tecnologia, tra libertà e condizionamento, tra gioia negata e sofferenza, tra vita e morte. Anzi la morte, sia quella inflitta che quella subita è la protagonista nascosta  a cui si  demanda spesso metaforicamente il lettore o lo spettatore.

Denunciando il male, molti hanno anche  suggerito, come mi auguravo, la sua possibile soluzione.

 

I lavori pubblicati, tra testi, poesie e immagini sono 90, ma  9 autori hanno presentato sia un testo, sia un’immagine, manifestando forse  il bisogno di esplicitare anche con la parola il lavoro di sintesi che  la realizzazione del quadro o della fotografia  comporta. L’età dei partecipanti va da 21 ad oltre i 70.

Il testo è corredato da un CD-rom realizzato egregiamente da Paolo Ober.

 

Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno dato un apporto significativo al progetto e chi mi ha aiutata a realizzarlo, ma chiedo ancora che questa opera venga diffusa il più possibile e susciti riflessioni e partecipazione anche oltre i confini della nostra Regione .

 

1)Umberto Galimberti (I sette peccati capitali La Repubblica)

2)Sigmund Freud: Totem e tabù. Psicologia delle masse ed analisi dell’io. L’uomo Mosè e la religione monoteistica: tre saggi.

3) Quirino Zangrilli  (Lezioni sui sette peccati capitali)

4) M. Arcangeli-O. Rossi: Gli otto peccati capitali

5) Giorgio Celli. I sette peccati capitali degli animali

 

 

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L’opera d’arte è l’enigma più grande che esista,

ma l’uomo ne è la soluzione”.  

(Joseph Beuys)

 

di Tilly Meazzi.                        

 

Chi oggi si occupa dell’arte e della sua presentazione al pubblico si trova ad affrontare fenomeni complessi e spesso contraddittori. In generale si nota come le visioni o i programmi unitari cedano sempre più alla frammentarietà, vissuta positivamente come pluralità e molteplicità dell’arte.

L’obiettivo di un orizzonte culturale unitario, segno nella storia evolutiva dell’uomo di quella che veniva chiamata civiltà, è indice oggi di perdita e di inutile limitazione.

Come ho già avuto modo di riflettere, nella società si possono ravvisare due orientamenti: uno la cui tonalità di fondo è data dal culto dell’indifferenza e un secondo la cui tonalità fondamentale è il culto della possessione. Sia per il primo che per il secondo esiste la stessa esperienza di farsi cosa, un perdere se stessi, un sentirsi solo tramite fra sé e il mondo. In ciò è evidente un appiattimento dell’esperienza sull’attualità, sul suo aspetto puramente pragmatico, e l’interferenza delle sottoculture spettacolari e della loro rappresentazione esasperata nei media.

Ma se si parla di contributi validi, e non di quella frenetica attività ripetitiva e banalizzante che purtroppo spesso occupa le pagine delle riviste patinate d’arte, si nota come il fattore della pura visione si è inesorabilmente spostato verso quello dell’arte come oggetto del pensiero. Indice di un profondo desiderio di ritrovare un contesto spirituale più vasto, spinta che era stata abbandonata dalle varie ricerche sperimentali che volevano l’innovazione ad ogni costo.

A prima vista, abituati come siamo al gioco elastico delle mostre “a tema”, anche questa rassegna non si sottrae al criterio di essere un raccoglitore di esperienze artistiche diverse e anche contrastanti. La stessa questione del “peccato” che qui si solleva, e certamente non si risolve, indica l’impulso a raccogliere alcuni esempi della concezione del “peccato” nell’arte attuale, ben sapendo che il confine della sua definizione sarebbe scivolato inesorabilmente in quelli di “colpa”, di “responsabilità” e di “denuncia”.

Osservando l’insieme delle opere esposte si delinea però un senso che non ammette una dimostrazione della teoria artistica del “peccato” o del suo mito, ma che mira ad individuarne nessi e tracce al confronto.

Si tratta insomma di pensare ad un modello di esposizione, né storica né cronologica,  nè sperimentale, che sfugge costantemente dalle definizioni retoriche che gli vengono richieste per porre l’accento sul tono emotivo, sul processo di riconoscimento di pensieri, sulle trasformazioni degli elementi del linguaggio visivo al fine di interrogarsi ed interrogarci su quanto persiste di questa concezione nella cultura visiva contemporanea.

Si tratta allora di sbarazzarci di alcuni luoghi comuni sul “peccato”, di allontanarne le iconografie, i contenuti e i rapporti ormai divenuti anacronistici : poiché la qualità del “peccato” è dinamica, conviene tararne le molteplici temperature d’immagine e procedere con differenti materiali.

Esistono infatti molteplici modi di figurare il “peccato”, di occultarlo, di renderlo percepibile entro il segreto della visione. E’ attraverso lo scambio di energie, osservava Dorfles, che l’arte realizza nuovi rapporti simbolici e sociali, nuovi modi di essere e di agire, di organizzare i segni della comunicazione. 

Interessante così il susseguirsi di sovrapposizioni, di sostituzioni, d’intrecci tra l’esplicitarsi del tema del “peccato” e la costruzione di miti propri dell’arte, non solo contemporanea. Si passa dalla forma più diretta della narrazione simbolica citazionista alla sua versione onirica, dalla perenne contrapposizione Eros- Thanatos  alla Natura naturans, dalle suggestioni visionarie al negativo della realtà.

Se le nuove icone di massa non fanno che sostituire le divinità eroiche, e questo ci fa riflettere sul mito della novità che avvince certa arte contemporanea, come esprimersi superandone i limiti?

Ma forse l’importante è che le opere siano in grado di travalicare l’ambito estetico, stimolando risposte nel pubblico, riportando i pensieri all’ultima cronaca di guerra, di sfruttamento, di quotidiana violenza …

 e ribaltino progressivamente la stasi, l’assopimento del rapporto tra la libertà e il mondo, facendo dell’arte il crocicchio di  gesti, memorie, urla, eventi legati al presente ma anche alla volontà di entrare nel futuro.

L’uomo può riscattarsi se prende coscienza del suo essere al centro di molteplici relazioni, di quelle tensioni che mirano a trasformare l’organismo sociale, ed è ben consapevole  che i  “giochi” si possono cambiare, come ricordava Wittgenstein, se e solo se si conoscono bene le regole che li rendono praticabili.

 

 

 

 

Temi e problemi estetici.

                                                                          Un’ipomea alla mia finestra

                                                                          mi dà maggiore soddisfazione

                                                                          della metafisica dei libri.                                                                                                  (Walt Whitman)

 

 

Un’analisi  puntuale delle singole opere non potrebbe certo aspirare ad essere completa, per ovvie ragioni numeriche, da qui la scelta di analizzare gli intenti che  ne stanno alla base.

I lavori che  vengono proposti dagli artisti, che si legano certamente alle loro personali ricerche ma che sono stati realizzati per il tema dell’esposizione, raccolgono un “catalogo” di “peccati” riconducibile a due filoni principali: il tema del vivente e quello dell’artificiale. Al primo si possono certamente ricondurre tutte le espressioni e impressioni che raccolgono il grido e il monito ecologista, pacifista, umanista  ed etico; al secondo invece quelle che denunciano i linguaggi e le comunicazioni disumanizzate, i miti mercificati, le ridondanze vuote di “contenitori” privi di senso e di funzione, tutto ciò che in modo strisciante ma pervicace si va sostituendo all’uomo come centro d’interesse. Entrambi però si intrecciano continuamente nelle singole opere creando un cortocircuito d’espressione che ne arricchisce profondamente l’impatto visivo.

Perchè in questa scissione sta il “peccato” di aver perduto il legame tra l’uomo faber e il proprio prodotto e di conseguenza la responsabilità che ne derivava.

Il Logo stesso dell’esposizione si propone come fenditura, separazione acuminata che lacera e incombe, ferita in un universo cupo e solitario attraversato da figure evaporate, rese prive di densità corporea e di identità spirituale.

Sebbene le tecniche siano diverse, il tema ecologista è quello che si esprime volentieri attraverso la fotografia: l’occhio fissa scenari un tempo incontaminati per preservarne memoria, si fema sul particolare, si divincola nella claustrofobia della ricerca scientifica, si indigna ironico sulle garanzie che il conformismo ci offre nell’afono progetto di omologare i maestri dell’arte alle produzione del nostro balcone metropolitano.

Ma trova voce anche in piccole installazioni narrative di afasici erbari, in simboliche rivolte forse ormai tardive che si sgretolano nel profilo gessoso di città-prigioni.

Sia che si  scelga l’infomale materico o segnico, il  collage concettuale, la fotografia al negativo, l’iperrealismo o i teatrini (come nel linguaggio critico si definiscono istallazioni contenute nella cornice di un quadro),  al tema pacifista non mancano purtroppo argomenti di denuncia: non ultimi il guerreggiare del linguaggio, sempre più crudo e sempre più sordo,  gli scenari in cui i simboli perdono il valore di monito o l’infanzia abusata e negata negli scenari di guerra civile.

Molto variegata anche la scelta di stili e materiali per il tema umanista ed etico, anche se prevale la pittura figurativa densa di riferimenti puntuali ai vizi  (i peccati capitali), non mancano ironiche rappresentazioni del loro aggiornamento: nell’infinita ripetitività dell’immagine e dei gesti si ricalca una coazione a ripetere fuori da ogni controllo.

Anche il ritorno alla densità del mito, alla sua pluralità di significati, alla coabitazione dei contrari che in essi permane, diventa materia d’espressione di “peccati” che riaffiorano in abitus diversi ma non per questo meno pervicaci di un tempo: la negazione della vita, il disprezzo della privatezza, l’umiliazione e il rifiuto, i pregiudizi…a cui si affianca inesorabile il male di vivere che attrae nel suo vuoto progressivamente ogni significante e significato. E lontano, di fronte ad un impervio confine che può farsi frontiera, il vento muove  vessilli, preghiere?, a cui bisogna ormai dar risposta.

 

 

 

Sommario autori

 

Claudia Andriollo

Alda Baglioni

Paolo Baldessarini
Thomas Berra

Adalberto Bonora

Marisa Brun

Renata Candotti

Duccio Canestrini

Corrado Carlin

Francesca Carolli

Michelina  Corazzola

Arianna Corradi

Lorenzo Cosso

Ivan Croce

Federico De Benedetti

Paolo De Benedetti

Francesco De Ficchy

Marcello Farina

Giusi Ferrari

Grazia Fonio

Enrico Fuochi

Maria Rosa Franzoi Del Dot

Piera Graffer

Paolo Grezzi

Aldo Maurina

Tilly Meazzi

Marzia Mazzavillani

Delio Pace

giuseppe raspadori
Anna Rebecca Rebecchi

Alessandra Righi
Maria Salvati

Paul Sark

Giovanna Sartori De Vigili

Sandro Schmid

Walter Sebastiani

Rhut Sivard

Pietro Spadafina

Gino Tomasi

Riccarda Turrina

 

 

 

Il peccato fra responsabilità e buona fede.

 Delio Pace

 

            Il tema proposto mi avvince, inducendo a meditazioni in controcorrente rispetto alla mentalità attualmente vigente, che induce la generalità degli abitanti,  salvo poche eccezioni, a prescindere da ogni valutazione etica dei propri comportamenti, essendo ormai invocato come unico valore il profitto economico e materiale.

            Già risulta difficile oggi definire il peccato, che ha avuto nella storia dell’uomo influenze enormi e, per me, deleterie. Infatti il concetto catechistico (ogni azione vietata dalla legge morale) appare desueto, sia perchè nessuno ricorda quale sia la legge morale cui si deve obbedire, essendosi sempre più esteso il relativismo, sia perché la vita si è così superficializzata che gli affari e gli interessi hanno assunto una priorità assoluta che sottende ogni altra valutazione. Lo dimostra il fatto che la maggior parte della popolazione si dichiara appartenente ad una religione, mentre di fatto pochissimi la praticano

            Cominciamo col dire che, in campo commerciale, non si riesce più a dividere nettamente il buon affare dalla usura. Che nel diritto corrente è sempre più evidente la realtà del proverbio “ summum jus, summa iniuria”; che non accettiamo più le sentenze della magistratura, perchè riteniamo che siano solo ipotesi di giustizia, tanto che anche alcuni processi in corso o appena conclusi, vengono rifatti in televisione, imponendo una valutazione “morale” diversa da quella giudiziaria; che constatiamo che il diritto internazionale è sempre più evidentemente tutela di interessi economici; che è giustificata la guerra preventiva, cioè quanto più lontano dal diritto possa concepirsi; infine che non riusciamo più a seguire gli indirizzi morali della nostra stessa religione o quella di altri, sostituendola con altre convinzioni, che riteniamo più eque, nonostante siano in contrasto col dettato religioso (vedi ad. es. aborto, eutanasia, matrimonio ecc.)

            Il “peccato” (che si traduce in una condanna sociale) è pertanto oggettivamente concepito come deviazione o disobbedienza a norme non di una morale predeterminata, ma di un comune sentire, di una cultura collettiva,

            E soggettivamente? E’ comune convinzione che ogni azione, anche vietata dalla legge morale, sia giustificata dalla buona fede, tanto che va perdonata se appare compiuta con una intenzione buona, o per ottenere una utilità maggiore di quella che si otterrebbe seguendo le norme.

            Si va invece affermando una nuova etica secondo la quale ogni azione deve esser valutata secondo le conseguenze prevedibili che ad essa sono legate. Questo implica la condanna (il ritenere peccato) le violazioni dell’ambiente, lo sfruttamento del lavoro, le politiche aggressive verso paesi sottosviluppati, i commerci internazionali basati sullo sfruttamento dei lavoratori o valutati senza rispettare le norme ambientali e di sicurezza sociale.

            Dobbiamo constatare che è ormai è tramontata la morale che giustifica le azioni solo in rapporto alle intenzioni, morale che ha permesso alle chiese di benedire inaugurandole tutte le  compromissioni ambientali, assertamente motivate da esigenze di sviluppo economico della popolazione [così si sono benedette le dighe elettriche (Vaiont), le fabbriche di veleni,  le rapine territoriali (Fassalaurina), la distruzioni del paesaggio e dell’ambiente, fatti noti a tutti, per ricordare solo gli avvenimenti recenti].

Esiste invece una vasta gamma di filosofie non religiose, che ormai ispirano l’etica corrente, che vanno da Max Weber allo spiritualismo, da Kant all’esistenzialismo cristiano, dall’idealismo razionalistico, all’idealismo postkantiano ed al moderno  relativismo, eccetera, tutti movimenti aconfessionali di altissimo valore etico e spirituale.

Movimenti dai quali è derivata l’etica moderna, nella quale l’uomo non è responsabile solo in rapporto alla intenzione delle azioni che compie, ma risponde moralmente anche del risultato dei suoi interventi, specie se prevedibili (ma a certi livelli, anche se non sono prevedibili).

            Allora il peccato deve esser ridefinito, o cambiando la legge morale che l’uomo deve seguire, cosa estremamente difficile, non essendo possibile trovare un accordo sulla definizione puntuale delle norme, oppure prescindendo dalla intenzionalità dell’azione, per sottolineare invece  le conseguenze del nostro comportamento. Quindi sarà peccato la commissione (o la omissione) di azioni che provochino conseguenze nocive per la corretta esistenza dell’uomo, o danni all’ambiente o allo sviluppo dell’umanità.

            Valutazione delle conseguenze che deve esser basata su una concezione  razionale dello sviluppo della vita nostra ed altrui, attuale o futura. Tanto che potremmo dire che vita etica coincide con attività razionale.

            Mi rendo conto che ridurre ad una striminzita  clausola un tema che ha tormentato per secoli intere generazioni di filosofi può apparire pretenzioso.

            Ma in fondo il riassuntivo assioma esplicita sintetizzandolo  il pensiero e la morale, o meglio l’etica, della parte più avanzata dei più illuminati filosofi laici moderni.

 

 

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Qualche scheggia di pensiero naturalistico.

 Gino Tomasi

 

1. Lo strappo evolutivo.

La nostra attuale forma di civiltà ha deformato a livello mondiale i rapporti della remota alleanza-conflitto tra l'uomo e la natura, lasciando di essa l'inconscia sete delle primitive forme di colloquio. Le non molte generazioni che ci separano nel tempo da questo stacco partecipativo con l'ambiente, considerato come frutto di un collaudo di lunghi assestamenti nel tempo, non sono bastate a creare equilibrati adeguamenti genetici alle nuove condizioni fisiopsichiche nelle quali l'uomo è stato trapiantato in tempi troppo rapidi, restii ad accettare una armonica sedimentazione dei passi evolutivi.

 

2. La natura sofferente.

L'avvertimento e la rispondenza alle presenze della natura, sia essa contemplata, mercificata o asservita alle attività sportive, è ben distante dall'armonia di un rapporto sereno. Come infatti un organo del nostro corpo dà dimostrazione sensoriale della sua esistenza solo nel momento in cui esso duole, così i vari corpi del teatro fisico e biologico richiamano imperiosamente l'attenzione dell'uomo allorché la loro compostezza subisce qualche deterioramento. L'attenzione nei loro confronti sarà perciò e fin troppo frequentemente un atto di presa di coscienza di uno stato patologico, per cui l'uomo che intende soccorrerla dovrà spesso configurarsi come un patologo o un traumatologo della natura.

 

3. Il prezzo del distacco.

Al di là di limitati innesti di mutazioni evolutive, l'odierna situazione di compromissione nel rapporto con la natura presenta gravi scompensazioni di fronte a quella "normalità", intesa solo come stato ipotetico, che comporta un diretto legame consequenziale con il divenire del nostro patrimonio genetico. Una grande massa di individui sono costretti a non potersi realizzare secondo le regole naturali, a causa della mancanza di luce, spazio, silenzio, tempo, alterazione dei ritmi diurni, notturni e stagionali, diminuizione delle azioni semplici e concrete, costrizione ad atti complessi, astratti e sempre utilitaristici, decadenza del valore del "gratuito" ecc.

 

4. La conquista elusa.

Tali costrizioni alteranti sono di regola correlate con l'assoluta facilità attualmente raggiunta di partecipazione a quei modi di appagamento culturale, istintivo e ludico che tuttora vengono riproposti in forza al ricordo del richiamo che un tempo esercitavano, quando essi erano accompagnati e favoriti da stimolanti conquiste, che richiedevano impegnative prestazioni fisiche e psichiche. Così lo sforzo per il loro raggiungimento è ora sostanzialmente abolito, ogni cosa è a portata di mano, predisposta dalla tecnologia e da essa svilita. Ne nasce quel senso di annoiata saturazione, di frustrata inutilità che è dipinto sulle facce scontente di troppi, infelici per incapacità di cimentarsi in qualsiasi anche piccola personale appagante conquista. Tra questi irrealizzati si riconoscono le forme più basse dell'odierno troppo esteso avvilimento culturale, accompagnato da abbandoni alla droga e alla violenza, che divengono simboli di una tendenza al ripiegamento evolutivo della specie umana. L'ignavo inflaccidito è sempre esistito, ma mai come ora, nella civiltà del benessere che appaga apparentemente, e del consumo, che delude l'umana necessità di attorniarsi di cose che si soffermino affettivamente, il problema ha assunto una veste di così urgente riordino morale.

 

5. La coscienza ritrovabile.

Forse come inavvertita compensazione di questo stato di cose, stanno ora manifestandosi insorgenze di nuovi atteggiamenti, che mirano ad attingere dalla salute della natura anche la propria salute, con forme di concreto avvicinamento che in passato erano dominio solamente di certe produzioni letterarie. L'elemento costante di questa tendenza è lo sforzo di  ricollegarsi alla naturalità degli ambienti scelti con la ricerca del loro primitivo assetto potenziale ed avvicinati soprattutto attraverso forme di godimento interpretativo e contemplativo. Nella contradditorietà della nostra epoca e pur nel generale deterioramento ambientale, questo è uno dei fattori che ci autorizzano ad intravvedere i segni premonitori per l'avvento di una futura aurora culturale.

 

6. La seduzione del conoscere.

In molte sedi di verifica si assiste ad una ulteriore inaspettata mutazione di gusto e di percezione delle cose di natura: di fronte anche alla più conquistante spettacolarità visiva, sempre più si richiede la complessa e faticosa penetrazione delle motivazioni interpretative delle sembianze esteriori. Tra i vari punti di osservazione di questo fatto (musei, periodici, televisione, pubblicità ecc.), uno si presta ad una chiara esemplificazione: la continua produzione e affermato successo nella diffusione editoriale di tematiche naturalistiche, spesso con veste prestigiosa, i cui contenuti, anche se non sempre celebrabili, sono diretta e incontrovertibile espressione di una ben precisa richiesta sociale.

 

7. I partecipi, i fautori, i profeti, gli assenti.

Nel novero delle impalcature sociali, la concettualità e la prassi per la protezione della natura è insufficiente e in gran parte disattesa da parte delle pubbliche Amministrazioni nazionali e locali, fortemente condizionate dalle richieste di rapido sfruttamento del territorio. Essa è  sostanzialmente non considerata, per motivi dottrinali e storici, nelle problematiche religiose, mentre risulta più vivace e consapevole da parte degli educatori a tutti i livelli, ma in ogni caso non bastante a creare un nuovo clima di pensiero e comportamento. Forti e convinte correnti di opinione pubblica sono dovute a libere associazioni e gruppi culturali a carattere regionale, nazionale e internazionale. Costituiscono le correnti protezionistiche più sollecite e si traducono in una rilevante incidenza nella collettività. Frequentemente però il flusso continuativo e molteplice di allarmi variamente motivati e la necessità di immediata rispondenza al loro appello, a cui si aggiunge qualche reclutamento nelle loro fila di appassionati troppo impetuosi (spesso giustificati dal tepore che li attornia), li costringe a non tenere conto in maniera sufficiente delle motivazioni scientifiche e della loro dimostrabilità, fattori questi che creano il supporto indispensabile per ogni seria impostazione e promozione operativa.

 

Di fronte a queste divaricazioni culturali, avvertite dai più con maggiore o minore consapevolezza, s'impone perciò con grande urgenza che tutto il novero di ideologie, sensibilità e passionalità nei rapporti con la natura, sia trasferito a costituire una vera e propria disciplina scientifica, sommatoriale di tutta la vasta gamma di fattori culturali coinvolti, dei quali deve creare equilibrata confluenza. E che la prassi dettata non sia soggetta ad una regìa partitica, elitaria o esasperata, ma sia gestita da uomini equanimi e preparati, ma soprattutto convinti, come asseriva Samivel che "le soluzioni degli assillanti problemi del secolo non sono di natura economica, ma di natura educativa".

 

 

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Il peccato contro Ishtar.

Piera Graffer

 

Ishtar è la prima divinità adorata dall'umanità. Ishtar era la dea della natura, della terra, della fertilità, dell'amore e del sesso, ma anche della guerra.

Il suo culto iniziò nella culla dell'umanità fra i due grandi fiumi, il Tigri e l'Eufrate, la Mesopotamia, verso l'ottavo millennio a.C.

Ogni religione che seguì ne ereditò il culto.

Gli egiziani la trasformarono in Isis, i fenici in Tanit, i greci in Afrodite e Demetra, i romani in Venere e Cerere, i Cristiani in Maria.

I millenni videro il culto per la dea del sesso mutarsi in quello per la Madre-Vergine. 

Però le guerre, con o senza la sua benedizione, continuarono.

 

Quelle di oggi hanno assunto una dimensione assente da quelle del passato: i loro effetti chimici, biologici, climatologici dureranno per sempre.

  

Uno dei peggiori è quello derivato dall'uranio impoverito (U-238).

Esso è il metallo delle le bombe scaricate sulla Jugoslavia, sull'Afghanistan, sull'Iraq, sul Medio Oriente.

L'uranio impoverito  (U-238) è il materiale di scarto prodotto dalle centrali nucleari. Si tratta dell'isotopo dominante nell'uranio naturale ed è quanto rimane dopo che l'U-235 è stato estratto dal metallo naturale con la produzione di energia. l'U-238 è solo debolmente radioattivo, quindi le sue radiazioni non sono in grado di danneggiare un essere umano a meno di venire immesso in notevole quantità nell'organismo e rimanervi per anni. Infinitamente più significativo è che, come il piombo, l'U-238 è un metallo pesante e, come il piombo, è altamente tossico e costituisce un potenziale disastro ecologico. Ciò avviene nel modo seguente: l'esplosione ne polverizza le molecole, che assumono ossigeno dall'umidità (cioè dall'acqua) contenuta nell'aria e si ossidano, trasformandosi in sali idrosolubili che si depositano sul suolo. La pioggia li scioglie e li trasporta nel terreno avvelenando i raccolti e inquinando le falde acquifere. L'U-238 non solo è più pesante del piombo, ma è anche molto più velenoso. Le sue conseguenze sul mondo animale, e quindi sull'uomo, sono cancro e teratogenia, cioè morte, malattia, nascite deformi.

Poichè la sua metà-vita corrisponde a quattro miliardi e cinquecento milioni di anni, cioè l'età del nostro pianeta, le sue conseguenze sono destinate a durare all'infinito.

Non si conoscono metodi di decontaminazione.

 

Nelle nostre guerre sono stati usati anche fosforo bianco (servizi e filmati di Sigfrido Ranucci su RAInews24), armi chimiche (gas mostarda per esempio, uguale a quello scaricato da Saddam Hussein in Kurdistan), armi a radiazioni, armi che creano il vuoto, armi atomiche relativamente grandi (come quelle di Hiroshima e Nagasaki nello scorso millennio) e più piccole, come le 'daisy-cutters' o 'taglia-margherite', e 'cluster bombs' cioè bombe a grappolo.

In quest'ultimo caso si tratta di bombe-contenitore che esplodono ad una certa altezza dal suolo, spargendo migliaia di piccole bombe-mina a distanza di parecchie centinaia, a volte migliaia, di metri. Esse si depositano sul terreno esplodendo in parte. Quelle inesplose rimangono attive indefinitamente, uccidendo e mutilando le popolazioni civili anche decenni dopo essere state sganciate. 

Secondo una recente inchiesta di RAInews24 ne sono state sparse a milioni sia in Jugoslavia, che in Afghanistan, che in Iraq, che in Medio Oriente. 

L'Italia le ha messe al bando nel 1997, ma rimane fra i paesi che la producono (la Simmel Difesa, dopo aver oscurato il proprio catalogo online ne continua l'esportazione).  

Queste sono solo alcune della serie di armi nuove del cui uso l'uomo della strada non viene informato ma, quand'anche lo fosse, non ci capirebbe nulla.

 

Anche gli attacchi alla natura in tempo di pace sono destinati a non essere meno catastrofici, sebbene i loro effetti si sviluppino più lentamente.

L'esplosione demografica umana sta invadendo ogni recesso del pianeta a discapito di tutte le altre specie animali. Gli scienziati ne denunciano la scomparsa definitiva di decine al giorno. 

 

Oggi ci sono 414 mega-città con popolazione superiore a un milione di abitanti. Ma molte superano i 10, e anche i 20 milioni. Per mantenere tutta questa gente aumentandone continuamente il benessere stiamo consumando le risorse del pianeta a ritmi superiori alle sue capacità di rigenerarle e inquinando aria ed acqua.

 

Le nostre attività hanno portato a un surriscaldamento del clima con conseguenti picchi di siccità e alluvioni, e aumento del livello degli oceani.

 

La conseguenza del surriscaldamento del clima più paventata dagli scienziati è il possibile rallentamento o addirittura l'arresto della Corrente del Golfo. 

La conseguenza potrebbe essere una nuova glaciazione.

Gli studiosi ci spiegano che la vita in Europa viene resa possibile dalla Corrente del Golfo, che trasporta fino a noi calore dal Golfo del Messico. Immense quantità di acqua si spostano in base a principi molto precisi. Un motore immenso viene messo in moto al Polo Nord, dove l'acqua di scioglimento dei ghiacci, essendo priva di salinità e più pesante di quella salina del mare, scivola sul fondo. Un immenso fiume sottomarino di acqua dolce scorre sotto quella salata dall'Artico, lambendo i fondali delle coste atlantiche dall'America del Nord all'America del Sud fino all'Antartide dove, avendo assunto salinità, perde di peso e riemerge in superficie dirigendosi verso il Golfo del Messico e da lì verso l'Europa. Dopo lambisce le nostre coste fino ai limiti settentrionali della Norvegia, dove, ceduto il suo calore, scivola sul fondo, unendosi all'acqua di scioglimento dei ghiacci artici e iniziando un nuovo ciclo. Questo fenomeno è contemporaneamente termico e chimico. L'accelerazione impressionante dello scioglimento recente dei ghiacci del polo dovuta al surriscaldamento del clima ne altera i delicati equilibri, facendo sì che la quantità di acqua dolce immessa nell'oceano atlantico stia superando quella dell'acqua salata. Così, essendovi sempre meno acqua salata da spostare, il fiume di acqua dolce rallenta sempre di più. Misurazioni della Nasa fatte un decennio fa al largo delle coste irlandesi segnalavano già un rallentamento del 20% della Corrente del Golfo. Da allora il surriscaldamento del pianeta è aumentato in modo drammatico.

I carotaggi nei ghiacci della Groenlandia eseguiti dalla Nasa hanno dimostrato che l'ultima grande glaciazione (quella che ha scavato a U la Valle dell'Adige e lasciato dietro di sè, come traccia del suo passaggio, il Lago di Garda) è avvenuta proprio a causa del rallentamento, o dell'arresto  della Corrente del Golfo.

Questo porterebbe in tempi brevi a una nuova glaciazione.

 

Secondo me IL PECCATO DEL III MILLENNIO è l'insieme dei nostri attacchi contro la natura.

 

 

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Il grande fratello.

 Aldo Maurina

 

Una mostra d’arte visiva cerca di selezionare autori ed opere in base ad un concetto  che possa risultare interessante,  permettendo ai visitatori di creare relazioni tra opere  ed  impulsi creativi. Gli scritti, che generalmente l’accompagnano, tendono a loro volta a mettere in evidenza ulteriori significati non visibili.

Nel caso della scultura a parete “Il Grande Fratello” va chiarito che il titolo non si riferisce tanto ai “reality show” o alle omonime trasmissioni televisive, quanto al fantomatico Presidente, descritto nelle pagine del noto romanzo fantascientifico “ 1984”, scritto dal britannico George Orwell nel 1949.

Nel romanzo si ipotizza l’uso delle più svariate forme di video-sorveglianza e di psico-controllo degli individui e si descrive la conseguente limitazione della libertà personale per garantire al potere del “Grande fratello” l’esercizio incontrastato del governo della società.

 In sintesi, il “Grande Fratello” vuole controllare le azioni delle persone tramite le tecnologie della comunicazione ed i mass media e manipola le menti dei cittadini con l’alterazione delle notizie di attualità, grazie a numerosi trucchi ben conosciuti dai professionisti della comunicazione, ed anche con la revisione fraudolenta della storia, dell’arte, della cultura e la distruzione delle prove contrarie.

La denominazione “Grande Fratello” è ormai entrata nell’uso comune con tale significato.

L’opera di scultura esposta fa riferimento, dunque, al problema sempre più pressante della salvaguardia della privacy e quindi della libertà individuale, della democrazia partecipata (o democrazia sostanziale), del pluralismo dell’informazione e della libertà di stampa. Si tratta di questioni fondamentali per i cittadini e per una società democratica.

In occidente, infatti, si è riusciti faticosamente nel corso dei secoli a costruire un sistema originale di valori grazie all’influsso delle culture dei vari popoli, valori le cui radici profonde si trovano nella civiltà greco-romana, in quella cristiana, nelle influenze arabo-musulmane e nell’impronta più recente, ma assai importante, della cultura illuminista. Si tratta di radici culturali che permettono di definire la nostra identità personale, quella occidentale ed europea, il nostro comune spazio culturale d’appartenenza, sempre mal delineato dai confini fisici o politici.

 Da tali radici culturali ne sono scaturiti valori centrati sulla persona, sulle libertà individuali di uomo e donna, sul reciproco rispetto e sul primato del diritto.

E’ proprio su questi valori che l’Europa vive nelle coscienze e nelle menti come progetto futuro di civiltà, di pace e di sviluppo. Essi permettono alle persone di impegnarsi, entusiasmarsi, dare slancio e speranza all’azione nell’ Unione Europea, unica vera garanzia di pace, libertà e progresso economico per tutti i suoi cittadini.

 Questi principi e valori vengono però quotidianamente minacciati in vari modi dall’uso troppo spesso distorto, fraudolento, delinquenziale e quindi immorale delle tecnologie informatiche, telematiche e dell’informazione in generale.

Un primo ambito d’azione di tale comportamento “immorale” è quello descritto dal grande scienziato Noam Chomsky, coscienza critica della società statunitense  e di quella occidentale.

Con una visione globale dei problemi egli denuncia da tempo, in modo documentato, come sia attiva la macchina mondiale di indottrinamento al servizio di potentissimi ed occulti poteri finanziari. Questa situazione è per N.C. il vero Grande Fratello della società americana ed occidentale. Si tratta di un sistema perfetto di propaganda, ovviamente non evidente e quindi non facile da  individuarsi, che si regge su due pilastri.

 Il primo è quello televisivo che sforna programmi (fiction, reality show, sport, ecc.) per distrarre l’interesse della massa delle persone dai problemi reali al fine di far credere di vivere nel “migliore dei mondi possibili” o comunque in una situazione governata al meglio e per instillare in modo subliminale nelle menti determinati valori.

Il secondo pilastro su cui si basa il condizionamento delle menti tende ad indirizzare le opinioni dei lettori e degli spettatori, formando coerentemente le nuove classi dirigenti. I media d’élite, che appartengono ad una struttura di potere della grande economia privata inflessibilmente decisionista e ben occultata, stabiliscono le linee-guida entro cui operano gli altri mass media. La democrazia in tal modo diventa una luccicante scatola vuota molto conveniente in genere per una oligarchia già al potere o che mira ad impossessarsene. E’ evidente come tutti coloro che hanno a cuore le sorti della libertà personale e della democrazia e siano anche consapevoli di questa situazione debbano temere (anzi considerare inammissibile) qualsiasi concentrazione del potere televisivo, associato a quello della carta stampata, nelle mani di un solo uomo di Stato o di un gruppo oligarchico. La contraddizione tra valori proclamati ed azione politica non lo consente. Tutte le democrazie vere (non solo formali) sono molto attente a non accettare una simile situazione. Evitare tali concentrazioni di mass media è considerato infatti un prerequisito per l’esistenza e il buon funzionamento della democrazia stessa.

 Nella “fabbrica del consenso” conformistico la propaganda agisce sui modelli educativi, sul pensiero indipendente, sulla riflessione critica ed ha un ruolo centrale.  Vi sono stati ed esistono casi eclatanti in molti Stati dove  TV, radio, giornali, riviste si possono analizzare  nella loro azione di indottrinamento, di alterazione della realtà e di uso sofisticato delle più recenti tecniche di manipolazione del pensiero. N.C. ne analizza alcuni e giunge alla conclusione che il giornalismo onesto è una dura arte...Affermazione questa avvalorata da tanti episodi, anche recenti, che tutti conosciamo (giornalisti “venduti”, “comprati” e qualche volta uccisi).

L’altro grande ambito d’azione del Grande Fratello riguarda le banche dati, la tutela della riservatezza e della privacy.

L’informazione infatti con la diffusione capillare dell’informatica e della telematica riveste oggi un ruolo strategico. Le nuove tecniche hanno permesso di riorganizzare i processi produttivi e sono quindi divenute un bene economico vero e proprio che va custodito e protetto perché vulnerabile. Si pensi, ad esempio, come nella Pubblica Amministrazione le tecniche informatiche e le banche dati siano divenute una risorsa-chiave per una moderna gestione. Ma le banche dati si accumulano in tutti i settori dal commercio alla sanità, dai trasporti alla scuola e via dicendo. Contemporaneamente questa evoluzione tecnologica rende sempre più fragile e penetrabile la sfera della vita privata. Le banche dati in particolare rappresentano una “ proiezione” della persona, la quale può diventare vittima di vari soprusi.

La parte debole del sistema tecnologico, infatti, riguarda proprio la protezione dei dati, cioè la sicurezza informatica con le connesse questioni della riservatezza, segretezza, integrità, fruibilità, disponibilità, identificazione ed autenticazione.

 Sia il Consiglio d’Europa che l’Unione Europea, compresi vari Paesi extraeuropei, hanno legiferato a tutela della privacy, ma qualunque regolamentazione delle tecniche che riguardi il progresso tecnologico (Internet, cellulari, bancomat, banche dati, ecc.) si rivela ben presto insufficiente a prevenire l’uso distorto delle informazioni personali a fini di ricatto politico, di alterazione dei risultati elettorali, spionaggio economico e di concorrenza sleale. I casi che si possono analizzare, accaduti anche in Italia, sono vari sia a livello regionale che nazionale. Naturalmente coloro che perseguono fini illeciti si spacciano sempre per difensori della libertà e della persona…ma anche questo atteggiamento appartiene alla propaganda attiva, fraudolenta e manipolatrice delle persone.

E’evidente come tali azioni compromettano i diritti della persona, la libertà d’espressione e spesso anche le basi sostanziali della democrazia. Si tratta di crimini veri e propri.

E’ questo un sistema tentacolare con molte opzioni. In esso si possono inserire anche coloro che vivono di truffe e raggiri; quelli che ne hanno fatto una professione a livello tecnologico, intervenendo sui sistemi informatici generalmente “contro” e “per mezzo” di Internet (criminalità informatica e telematica in rapida espansione come gli hacher); funzionari e responsabili dei controlli corrotti o corruttibili.

Ma Internet è solo una piccola parte della sfida da affrontare per la protezione dei dati personali. Basti ricordare  i recenti scandali legati alle intercettazioni telefoniche oppure alle varie “deviazioni” da parte di organi di Paesi che hanno ignorato i loro stessi principi, pubblicamente proclamati, molte volte coperti dal “segreto di Stato”.

Negli USA, ad esempio, spiare senza autorizzazione i cittadini, leggendo la posta elettronica, registrando le telefonate dagli apparecchi mobili e fissi anche se va contro la privacy e la stessa Costituzione, viene giustificato con il motivo della sicurezza nazionale. Non si possono nemmeno chiedere spiegazioni e controlli, perché è nata una legislazione specifica (Patriot Act). Molti negli USA pensano che ciò costituisca un abuso di potere in conflitto con le libertà civili. Tale situazione però riguarda anche altri Stati nel mondo.

Ecelon è il sistema di intercettazione totale più grande del mondo, con basi in vari Paesi nel quadro del patto ufficioso “UKUSA” del 1947 (USA, Australia, Regno Unito, Nuova Zelanda ed altri) per le comunicazioni private ed economiche, in grado di controllare sia Internet che le comunicazioni radio-televisive e telefoniche. Si tratta di un sistema non esclusivo degli anglo-americani.

Il problema di questo e di altri sistemi, che agiscono a livello internazionale, concerne la mancanza di una valutazione indipendente sulla loro legalità.

Il contenzioso Europa-Usa su tale problematica, ad esempio, non ha portato, anche nelle voluminose  conclusioni della Commissione d’indagine, a risultati apprezzabili. Ai cittadini europei viene raccomandato solamente di criptare le e-mail…per tentare di ridurre lo spionaggio di cui si è parlato.

Il Grande Fratello dunque non si vede, ma ascolta, registra, riferisce.

E’ chiaro però che non spetta ai tecnici decidere ciò che è buono o cattivo, ciò che si deve o si può fare e ciò che va evitato. L’uso delle tecnologie informatiche e telematiche è nelle mani della società e degli Stati esattamente come l’utilizzazione delle tecnologie in campo medico, militare, alimentare.

Si tratta di equilibrare l’esigenza alla lotta alla criminalità con l’altra esigenza fondamentale della difesa della privacy, della libertà d’espressione e della democrazia, perché l’ombra del Grande Fratello, come si vede, incombe sulle persone e sulle società democratiche.

Condizionare attivamente le persone o violarne la privacy per scopi di potere politico-economico, mentre si proclama contemporaneamente la difesa della libertà personale e della società, appare dunque, soprattutto per la morale laica, come uno dei più gravi “peccati” del secolo appena iniziato.

 

 

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Lo sconfinato potere della parola.

Maria Rosa Franzoi Del Dot.

 

Il peccato del terzo millennio non è scolpito nelle tavole della legge che Jehowa consegnò a Mosè sul monte Sinai e nemmeno se ne trova traccia tra i vizi capitali. Eppure il peccato è antico, risale al tempo dell’Eden, Eva lo ha spiccato dall' albero della conoscenza e lo ha offerto ad Adamo, "sarai come Dio", gli ha detto.

Il peccato del terzo millennio ha la stessa natura di Proteo, il mitico indovino che per sfuggire alla presa di chi voleva i suoi vaticini si trasformava in mille forme, diventava acqua che scorre tra le dita, diventava fuoco che brucia la mano di chi ti vuole afferrare.

Come l'indovino Proteo il peccato del terzo millennio conosce mille trasformazioni, la serie dei suoi travestimenti è infinita.

E più sottile dell'aria, non conosce confini, entra nella mente dell 'uomo che nulla sospetta, ne prende la forma, ha cellule totipotenti che impongono il loro D.N.A. L'uomo diventa tutt'uno con il peccato e non ha modo di salvarsi.

"Ci par di vedere la natura umana spinta invincibilmente al male da cagioni indipendenti dal suo arbitrio e come legata in un sogno perverso e affannoso, da cui non ha mezzo di riscotersi, di cui non può nemmeno accorgersi"

Così il Manzoni nell'introduzione alla "Storia della colonna infame" dove racconta l'orrore dei processi contro gli untori, persone innocenti sacrificate al fanatismo di chi voleva la peste propagata dagli uomini, dagli "untori" che spargevano polverine per le strade e ungevano i muri delle case.

Peste manufatta, unguenti, polverine, untori e unzioni, parole tutte che venivano dai libri di Domenico Del Rio autore a quei tempi molto conosciuto e considerato in quanto esperto di magìa e stregoneria.

Parole che erano entrate nella mente degli uomini, l'avevano soggiogata e indotta al  delitto.

 

Ci sono parole ingannevoli che simulano una realtà che non esiste ma anche, in contrasto soltanto apparente, parole negate alla realtà dei fatti.

Don Ferrante cerca invano, nei testi di Aristotele, la parola "contagio", veicolo della peste, non la trova fra le "sostanze", e nemmeno fra gli "accidenti"unici ingredienti, secondo Aristotele, di tutto ciò che esiste. Ergo per Don Ferrante, cultore del grande filosofo, il contagio non esiste, non può esistere perché non figura nella descrizione aristotelica della realtà, il contagio non può che essere una pura invenzione dei medici. Giunto a queste conclusioni dopo una vana ricerca nei testi del “ipse dixit”, Don Ferrante rifiuta ogni precauzione e morirà di peste.

Siamo nel mezzo dei Promessi Sposi e il Manzoni insiste sul suo tema preferito, l'inganno della parola.

Prima del Manzoni. due secoli prima, era comparso sulla scena il Don Chisciotte di Cervantes, folle visionario in preda ai romanzi cavallereschi.

 

Un nuovo tipo di follia, una follia che viene dai libri, dalla parola.

Una follia che i grandi scrittori -e chi meglio di loro conosce le insidie della parola?­costringono allo scoperto.

L'ideologia, il fanatismo, il fascino di una "grande idea" per cui valga la pena di vivere o di morire, la tentazione è sempre dietro l'angolo, irresistibile. Ma le cose proseguono per il loro corso e chi vi si adatta, umilmente, custodisce la verità, la sottrae alla rapina dell'ideologia, alla ferocia del fanatismo.

 

Il secolo ventesimo ha conosciuto le grandi ideologie portatrici di sofferenza e di morte.

 

Uscita dal tunnel la Storia contava i suoi morti quando un fragore terribile la costrinse ad alzare lo sguardo: cadevano le torri gemelle e il sole, ancora basso sull'orizzonte, aveva il volto di un profeta che reggeva alto con la mano un libro.

 

 

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Non saremo più condannati.

Giusi Ferrari      

 

Non saremo più condannati, neppure noi, ultimi fra gli ultimi. Non saremo più isolati, ingabbiati, torturati, uccisi, scuoiati, divorati. Non saremo più meno di nessuno. Saremo invece il cuore del vento nel cuore di ogni petto che vibri. La convivenza delle diversità. Saremo nel caldo bacio del Sole che la Terra va costantemente anelando, nell’intreccio del verde audace dentro la polvere bruna. E saremo negli umani  ricordi, capaci di evocare nella nostra pura animalità, la pienezza del dialogo agognato dell’anima con la sua carne.

E voi umani che lo sapete: “Rendete il vostro pensiero visibile”.

(da AnimalMente)

 

 

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L’altro.

 Federico De Benedetti

 

Il mattino sorgeva sul grande prato, chiazzato qua e là da grandi massi biancastri. A occidente le stelle impallidivano e appariva il profilo tranquillo del monte, a oriente si affacciava il primo chiarore, fresco di rugiada. La brezza accarezzava i fili d'erba, la corsa dei cipressi sulle pendici della montagna e il vello delle pecore.

La schiena appoggiata a un grande sasso, il pastore masticava piano una pagnotta, spezzandone ogni tanto un boccone che lanciava in aria perché i cani inquieti lo afferrassero al volo con un balzo proteso verso il cielo.

Le pecore che formavano il gregge con i due arieti - quello vecchio ormai prossimo ai dieci anni, ed il giovane che di anni non ne aveva ancora uno ­brucavano l'erba, avanzando ogni tanto di un passo, con la stessa dolce lentezza con cui il padrone mangiava il pane. Le pecore, rivolte quasi tutte verso la cima del colle, tenevano gli occhi bassi, probabilmente per scegliere con cura, con i loro 1abbroni schiusi, i fili d'era più profumati; o forse per qualche strano pudore.

L'anziano ariete levò il capo a guardare con gli occhi opachi il giovane figlio, che brucava un po' più su, accanto alla madre. Anche lei aveva superato i nove anni, e ogni tanto sfregava con il fianco il ragazzo, offrendogli le mammelle, più che altro per abitudine, ben sapendo che lui le avrebbe respinte, preferendo accostare il muso alla coda delle pecore e aspirare il profumo di amore che ne veniva.

Quello era il suo figlio, pensava il vecchio ariete, l'erede da cui sarebbero nati a migliaia altri arieti e pecore, tanti da ricoprire da cima a valle il fianco del monte, rendendolo simile a un pendio ammantato di neve. Sentiva il peso degli anni, lo affaticavano anche i giochi con il ragazzo: le corse, i cozzi a testa bassa, gli facevano dolere le giunture, e non poteva non paragonare il proprio corpo, rinsecchito come una vecchia quercia, a quello dell' altro, cosi agile e pronto, forse più agile e più veloce del proprio stesso corpo di un tempo. Le gambe lo reggevano a stento e tutto era lento in lui, anche quelli che una volta erano gli scatti all'abbaiare di un cane ora si erano ridotti a movimenti torpidi e faticosi. Era stanco e capiva che la morte non sarebbe tardata, ma quel gregge già tanto vasto e destinato a aumentare a dismisura, e la vecchia compagna, e il ragazzo, soprattutto, gli riempivano l'animo di una viva emozione, di gratitudine.

Il cielo immenso sembrava non pesare, sospeso lassù chiaro e leggero, senza nemmeno una nuvola. Ma d'improvviso s'udì una specie di tuono e all'orizzonte apparve un turbine che risaliva il monte correndo come ubriaco, e già era lì in mezzo a loro, nel terrore del gregge intero e dei cani e del pastore ed ecco che come una belva ghermiva il giovane ariete - quasi che in tutto il gregge avesse scelto proprio lui - e lo sollevava e lo trascinava via in un gorgo che rimontava il colle, inseguito dal vecchio padre belante disperato, con le gambe che lo reggevano a mala pena e il fiato che gli mancava.

 

Correva, il vecchio montone, e correndo singhiozzava e disperato chiamava il figlio risalendo il monte con il cuore che gli batteva nel petto. Quanto era rimasto indietro?

Gli ultimi passi per raggiungere la cima li fece trascinandosi, e lassù si arrestò, pieni gli occhi di orrore: ai suoi piedi giaceva il giovane figlio, sgozzato: sotto il suo corpo ormai senza vita ardevano alcuni rametti di legno.

Il turbine era scomparso e subito si era creato un gran silenzio: gli uccelli nel cielo tacevano, e taceva il vento. Si udivano solo l'ansimare del vecchio montone, il crepitio dei legnetti e, più in basso, sull'altro versante del monte, le liete voci di due uomini, un ragazzo e un anziano, che correvano verso valle e per un istante apparvero ai suoi occhi sgomenti: il vecchio brandiva un coltello insanguinato e diceva all'altro: "Aspettami, aspettami Isacco, figlio dolcissimo, aspettami a valle con i nostri servi e gli asini che sono laggiù: io ornai sono lento, ma a casa, dalla mamma, voglio che arriviamo assieme". E già erano spariti.

 

Le morti dei giovani appaiono sempre tessute nel mistero, anche alle bestie, ma quella del figlio adorato per il vecchio ariete sarebbe stata in eterno non solo tanto orrendamente, dolorosa quanto sono tutte le scomparse delle nostre creature, ma se si può più inspiegabile ancora e assurda, e mille volte più ingiusta.

 

 

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Arianna e Teseo.

 Rebecchi Anna Rebecca.

 

Uno dei peccati del III millennio e sicuramente uno dei più gravi è quello dell’umiliazione dell’essere umano.

Nel mito di Teseo l’umiliazione deriva dal tradire  chi si fida di noi (vale la pena ricordare Dante e il profondo inferno in cui situa i traditori).

Abbiamo il peccato dell’eroe-Teseo che per continuare senza impicci nella sua via eroica, non esita a fuggire come un qualunque vigliacco, mentre Arianna dorme (troppo fiduciosa).

Teseo è assolutamente ingrato verso chi gli ha fornito il filo per uscire dal labirinto, per salvarsi la vita. Per l’eroe l’altro è soltanto uno strumento di cui liberarsi senza problemi, dopo averlo usato. Da qui nasce il peccato di degradare un essere umano a strumento, a cosa.

Ma anche Arianna commette un peccato, quello di affidare la sua vita nelle mani di altri, infatti segue l’eroe. Ci si può accompagnare a qualcuno, ma non si può credere di mantenere una qualche dignità, ponendosi passivamente al seguito di altri. Il peccato di Arianna è quello del conformismo, di aspettarsi quel che si dice debba avvenire, mentre la realtà va vista con occhi propri.

Dall’umiliazione nascono le peggiori reazioni, fino alle violenze più feroci, perché purtroppo l’umiliazione è sorella della paura.

 

 

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Società del benessere: fenomeni e problemi.

Michelina Corazzola

 

Il secondo millennio si è chiuso con la fine del così detto "secolo breve". Importanti e rapidi mutamenti hanno caratterizzato il novecento: ci sono state grandi e complesse innovazioni   nell'ambito tecnologico ed economico  che hanno  portato, come conseguenza, ad  un sostanziale cambiamento nel contesto socio-culturale.

La tecnologia negli ultimi anni del secolo  ha avuto sviluppi imprevedibili: si è passati dal treno all'aereo, dalla macchina da scrivere al computer, dal telefono fisso al cellulare.

Molte cose sono cambiate in meglio: si viaggia di più, si è molto informati su quanto succede nel mondo, si comunica con ogni angolo del pianeta.

Nel contesto  del nuovo benessere che ha coinvolto la nostra società moderna - definita dai sociologi - "società industriale avanzata",  l'uomo del terzo millennio  ha cambiato la propria "visione del mondo":  ciò che prima era considerato un valore, ora  non è più tale.  E’ nata una nuova concezione di  moralità.  Non vuol dire che non ci siano più valori, sono stati sostituiti da altri, ci sono altre mete da raggiungere, si verificano fenomeni nuovi.

Questa moderna  società del progresso, della tecnologia, del tempo veloce,   si trova coinvolta in problemi che sono prodotti dallo stesso benessere.

Si parla di alcuni  fenomeni emergenti, quali consumismo, violenza sui minori e tra i giovani consumo di droghe.

 

 

Consumismo

Le leggi del mercato dominano la vita quotidiana. I mass media ci tempestano di annunci che pubblicizzano gli ultimi prodotti usciti dalle industrie  delle varie multinazionali. Attraverso i molti mezzi di informazione, ci vengono proposte automobili super accessoriate, vestiti firmati, prodotti alimentari di ottima qualità e quanto d'altro.

Fino alla prima metà del secolo scorso si doveva risparmiare: un mobile si usava per tutta una vita, un vestito quanto più possibile, la casa d'abitazione accoglieva dalla nascita alla morte. Il risparmio era considerato un valore!

Tutto quello che non era più usato era tenuto e conservato con cura in cantina od in soffitta.

Ora non ci sono più, né cantine, né soffitte: i mezzi di comunicazione ci invitano a consumare il più possibile! Le mode cambiano velocemente, i mobili ed i vestiti sono scaduti in brevissimo tempo, l'automobile deve essere rottamata e sostituita con un modello più adeguato ed efficiente.

Tutto quanto è stato usato, anche per breve tempo, deve essere buttato, eliminato, per fare   spazio a nuovi acquisti che sostengano il mercato!

Anche le domeniche commercializzate fanno parte di questo fenomeno - chiamato consumismo - che da qualche anno dilaga dalle città alle campagne, dove molte persone trascorrono il tempo libero, entrando ed uscendo dai negozi dei grandi centri commerciali.

Il mercato è riuscito a monopolizzare anche le feste religiose. Gli opuscoli  natalizi assumono la connotazione di comunicati stampa del consumo: sembra che solo i regali costosi rendano felice l'uomo moderno!

 

Violenza sui minori e violenza giovanile.

Ogni epoca storica  ha conosciuto varie forme di violenza.

Nel terzo millennio la violenza è propagandata dalla televisione, dai giornali, che ci bombardano quotidianamente con le ultime  brutte notizie, da cui emergono  forme di brutalità che in altre epoche erano quasi sconosciute.

La pedofilia è una piaga che sta dilagando con sempre maggior forza. Il fenomeno era poco noto  in passato, o perlomeno molto occultato.

Oggi trova ampia diffusione anche attraverso i siti di Internet. Questa nuova ondata di male si riversa su molti bambini ed adolescenti che diventano vittime degli istinti sessuali dei pedofili.  Sembra che questi siano persone insospettabili, quali stimati professionisti, impiegati, persino educatori, per cui il problema assume aspetti molto inquietanti!

In questo contesto emerge anche il fenomeno del "turismo sessuale" , dove   bambini ed adolescenti delle società più povere - del terzo mondo - per sopravvivere alla miseria, si prostituiscono ai turisti provenienti dalle benestanti società europee.

Oggi la violenza e l'aggressività diventano spesso protagoniste negli ambiti sportivi: durante le partite di calcio, o in altre dispute di sport giovanili,  si assiste ad episodi di pestaggio tra i tifosi di squadre avversarie. Gli incontri sportivi che dovrebbero essere occasione di aggregazione  e di sano divertimento  tra giovani, si trasformano molte volte in momenti di distruzione e di morte. Sembra che molti giovani moderni non riescano a gestire in maniera equilibrata le proprie emozioni.

 

Consumo di droghe

Dalla lettura dei quotidiani locali e nazionali emerge che il consumo di droghe è diventato  un fenomeno di massa.

Secondo quanto scrive l'articolista di un quotidiano nazionale, sembra che le acque di scolo delle più grandi città italiane quali Roma, Torino, Milano, contengano residui di cocaina per decine di migliaia di dosi giornaliere. Molti sono i consumatori ed  appartengono a tutti i ceti sociali:  dirigenti, professionisti, manager, operai e studenti. I giovanissimi iniziano con l'uso di spinelli per poi finire nelle varie droghe pesanti, dove qualcuno resta vittima, trovando la morte per l'eccessivo consumo.

Tutte queste persone cercano nelle droghe una possibile soluzione ai problemi quotidiani. L'uomo del terzo millennio vive alla giornata, senza ricordi del passato o immagini del futuro, vive all'insegna della velocità, quindi pensa solo a sopravvivere ora per ora e spesso usa gli strumenti sbagliati. 

Questi sono alcuni dei fenomeni negativi che investono la nostra società complessa, ma non esistono solo fatti negativi: oggi si assiste all'emergere di molte associazioni di solidarietà. Organizzazioni nazionali ed internazionali si impegnano per ridurre e contenere i danni di uno sviluppo squilibrato,   organismi di solidarietà - a livello nazionale e mondiale -  intervengono dove accadono catastrofi, si sono affermate istituzioni benefiche che si occupano, per quanto possibile, di soccorrere l'infanzia abbandonata.

Nel terzo millennio non esistono solo "peccati", ci sono anche "virtù"!

 

 

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Vita negata

Spadafina Pietro

 

Rose rosse appassite

rimpiangete la linfa dispersa.

Dalle ferite di bisturi lucidi

sono evaporate

sofferte emozioni

Il tempo dell’amore

è trascorso senza frutto

e rughe solitarie

solcano i vostri volti

gelidi e pentiti.

Il nome di madre

fu cancellato per sempre

 

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Non è.

Paul Sark

 

ninapintasantamariapadripellegrinicapogiuseppedeinasiforatinavinegriereschiavi secessionemississippifebbredell’oroharlemferroviaimmigrazionechicagocameraagas mortekukluxklancoreaguantanamocambogiacinacubavietnamlaosindocinaperùsiria somalialibiairaniraqafghanistancostaricaguatemalaindonesiagreciaboliviaofilippine     

laguerranonèmortenonèpietravissutanonècantoperdutolaguerranonèsegretospezzatononèmanocercatanonèlucenonvistanonèparolastranieranonèdivisadialtrocolore

…dove sono i pequot, i narragansett, i pokanoket, e molte altre tibù del nostro popolo…ci lasceremo distruggere a nostra volta senza lottare, e rinunceremo alle nostre tombe, alle nostre case, al nostro paese, alle nostre montagne…

tecumesh degli shawnees

laguerranonèsudorenonèbavanonèspermanonèenzimanonèsierononèurinanonèlacrima nonèvomitononègrassononèmerdanonèsalivanonèschiumanonèbilenonèsudorenonèsangueonervonèossofrantumatoovischiolaguerranonèorbitavuotaointestinoschiacciato

…quando erano in vita, i nostri padri seppero che gli americani stavano arrivando a ovest attraverso il grande fiume…sentimmo parlare di armi da fuoco, di polvere da sparo, di piombo…

manuelito dei navahos

laguerranonèlegnoappuntitononèvendemmiadicorpinonèpiombocaldoneicapelli

…una volta pensai di essere l’unico uomo che continuava ad essere amico dell’uomo bianco, ma da quando hanno svuotato le nostre tende, rubato i nostri cavalli, è difficile per me credere ancora all’uomo bianco…

motavato dei cheyenne

laguerranonèletteraallamadrelaguerranonèsonnomarciolaguerranonèrosponellacenere

laguerranonècuoreorizzontalelaguerranonècroceimmobilelaguerranonècasaspenta

laguerranonèserascappatavialaguerranonècinturoneappesoalleorecchie

…di chi era la prima voce che riecheggiò su questa terra ?

quando l’uomo bianco arriva su questa terra, lascia una lunga striscia di sangue dietro di sé…

nuvola rossa degli oglala sioux

laguerranonèpreservativoatterritodifronteallesbavaturearrugginitedellacontraerea

laguerranonènapalmnonèmissilenonèblindatononèelicotterononèkerosenenonè minaantiuomolaguerranonètumbtumbzangzangtratarrattatatarraratatatatttttttrrrrssswwwwhaammmmmmmmthumsprrrrannngkraaaaaaaatratatatatabannngtatatataswishhhhh

…le donne e i bambini stanno abbandonando a poco a poco la loro esile vita…il bisonte e l’antilope non segnano più i sentieri della prateria…

tonkahaska dei seminole

laguerranonèfagioliappollaiatisuunaspallanonègallettegiallenonèuvarubata

nonècioccolatoneutralenonèacquaaccartocciatanonèhamburgerschiantatononè pollosommersolaguerranonèsigarettacondivisanonèpatatagridatanonètortaassente nonèfarinaindovinatanonègranobruciatononèmelasaturadifugheobrodoprovvisorio

…gli apache aspettano solo di morire…

kociss degli apache chiricahua

laguerranonèc’eraunragazzochecomemeamavaibeatleseirollingstones

nonèweshallovercomenonètiricordijoelaguerranonèplatoonnonèilcacciatorenonè

laguerranonèghandinonèbobdylannonèjoanbaeznonèjohnlennonnonèfabriziodeandrè

nonèsanfrancescononèmadreteresalaguerranonèdiononèangelononèinfernononè fuocononèdomaninonèsimbolononèapocalissenonèpulpitononèmurodelpianto

…l’uomo bianco possiede il territorio che noi amiamo, e noi desideriamo solo attraversare la prateria fino alla fine dei nostri giorni…

parra wa samen dei comanche

laguerranonèaltchivalànonèsissignorenonècaricateprontifuocononèavantimieiprodi

nonèstiasull’attentinonèavantisavoianonègeronimononèallacaricanonèbanzai

laguerranonèmammanonvogliomorirenonèsonoinquestabucadaquattrogiorni

nonèvorreitornareacasanonènoncivedopiùnonèdovesiete?

…non si vende la terra sulla quale si cammina…

cavallo pazzo dei sioux

laguerranonècartaginenonètroianonèalamononèwaterloononèlittlebighornnon èstalingradononèsolferinononèpearlharbornonècaporettononèmostarnonè serajevononèhiroshimanonèda-nang

…i miei fratelli hanno consegnato le armi, e i bianchi li hanno uccisi tutti…

piccolo lupo dei cheyenne

laguerranonèdiamantidispersilaguerranonèorosfidatolaguerranonèpetrolio indugiatolaguerranonèconsumismoricordatolaguerranonèvenditadiuraganilaguerranon èsolitudinenonèfollianonèsofferenzanonèmalinconianonèpauranonègrido acutononèfantasmanonèpiantononèfreddononèoasinonèghiacciononèbuio

…la terra fu creata con l’aiuto del sole, e tale deve restare per sempre…la terra fu fatta senza confini, e non spetta all’uomo dividerla…l’unico che ha diritto di disporre della terra è colui che l’ha creata…

capo giuseppe dei nasi forati

 

laguerranonèunpezzodipanecorrosodall’odio

laguerranonè

 

 

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«Che peccato!… pensaci bene»

 Grazia Fonio

 

            Nel Natale del 1946 Papa Pio XII disse: «Il più grave peccato del mondo d’oggi è forse il fatto che gli uomini stanno iniziando a perdere lo stesso senso del peccato». Giovanni Paolo II ha confermato le sue parole dichiarando: «Il peccato di questo secolo è la perdita del senso del peccato».

Che cosa sono, pertanto, i peccati di gola, avarizia, ozio, lussuria, superbia, orgoglio, ira, invidia, accidia, ipocrisia, meschinità, omissione, menzogna, narcisismo, mancanza di ideali, individualismo… relativamente alla vita d’oggi? Da sempre, e non solo da oggi, peccato significa sbagliare, compiere, o semplicemente desiderare, un’azione contraria alla legge divina o, per i laici, alla coscienza innata in ciascuno di noi, ma che di sovente ignoriamo.

L’”INDIVIDUALISMO” estremo, in particolare, è una riprovevole inclinazione che non persegue il bene comune come fine, ma piuttosto i propri interessi per motivi egoistici. È un venir meno a un obbligo grave verso Dio o verso il prossimo.

Pensaci bene, lettore, prima di agire o abbandonarti all’indifferenza, perché domani potrebbe essere troppo tardi per porre rimedio agli inevitabili rovinosi effetti del peccato, come per il protagonista del breve racconto che segue!

            Nel luglio afoso di un anno fa, Guido – a bordo della sua moto – era stato fino a sera a scorazzare, con entusiasmo giovanile, tra l’andirivieni di un’affollata via cittadina. Di tanto in tanto, aveva impennato la possente ruota anteriore seminando il panico fra gli attoniti passanti senza curarsi delle loro rimostranze: il ragazzo semplicemente le ignorava, preso com’era dalla passione patologica per il suo bolide a due ruote. A un tratto, con mossa fulminea, decise di svoltare in un vicolo stretto, buio, apparentemente deserto. Subito gli sembrò di intravedere un’ombra; per l’eccessiva velocità, urtò contro questo piccolo ostacolo… Nooo, nooo! – gridò dentro di sé. Era una bimba l’ombra travolta dal suo “idolo” meccanico. Ma chi se ne importa! – pensò – Nessuno mi ha visto; nessuno qui mi conosce; nessuno saprà… Fra poco devo incontrarmi con gli amici. E fuggì.

            Il pirata della strada, l’indomani, colto da rimorso tardivo e, consapevole della sua viltà, si costituì alle forze dell’ordine, ma questo atto non servì a placare l’inquieta voce della sua coscienza.

 

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Il vento e la pace.

Giovanna Sartori De Vigili

 

Veloce viene il vento

mulino della sabbia

che macina le dune dei deserti.

Parla ai popoli

di guerre assassine e fratricide

laggiù, lungo il fiume

dove il verde rende

la vita meno greve

e i minareti salmodiano alla sera.

 

Il vento attraversa oceani

e città sterminate, dove guarda

luci vorticose

l'inarrestabile cammino delle strade

i selciati, le piazze

i griri verticali delle chiese.

Vibra il vento tra cementi e vetri

i suoi lunghi fischi disperati

alla gente, che non lo ascolta.

 

Ruba il vento vessilli sventolanti

alle finestre, ai balconi

li trascina con sé nell'azzurro

e cinge il globo di una corona nuova.

Arcobaleno infinito della Pace!

Lo guardano tutti gli uomini

che amano le voci dell'infanzia.

Lassù, in quella Pace iridata,

ritrovano ogni giorno i loro sogni.

 

 

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Afghanistan.

Lorenzo Cosso

 

Datemi una penna

per dirvi di un uomo

che fugge dalla sua terra,

dai muri, sconvolti

da furioso vento di guerra;

e dirvi ancora

di una donna velata

da ancestrali paure,

rimasta in attesa

di cogliere un diverso domani,

fiato di nuove verità.

Datemi dunque una penna

intinta nella ribellione:

narrerò di un uomo e una donna

immolati sull' altare dell'intolleranza,

giovani rami strappati

anche se figli d'un unico tronco,

minato dal male,

con salde radici che si nutrono

d'un folle anacronistico dolore.

 

 

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Che fretta! Che peccato!

Schmid Sandro

 

Ciao! Vado di fretta, devo correre, devo scappare…ci vediamo! Alcuni per non perdere nemmeno il tempo di quel ciao! Fanno finta di non vederti. Tutti assorti in chissà quali pensieri, girano lo sguardo da un’altra parte. E via di fretta per chissà dove, poi? Che peccato! Abbiamo perso il gusto, di guardarci negli occhi, di scambiarci una parola autentica, di condividere un’emozione, una gioia, un dolore, un sentimento. Strano questo progresso che ci ha portato nel terzo millennio. La tecnologia avrebbe dovuto liberare l’uomo e non renderlo più schiavo. Liberarlo dalla sete, dalla fame, dalla povertà, dalla fatica, da un lavoro che t’inchioda i pensieri fino a quando sei vecchio per la pensione. Il progresso tecnologico avrebbe dovuto allargare il tempo liberato, per conoscere il mondo, gustare le bellezze della natura, intrecciare relazioni, affetti, amori, ricercare dentro di sé il senso della vita e i suoi misteri. Invece no! L’umanità è dominata dalla fretta imposta dal dio denaro. Un dio spietato che ha dettato all’umanità i comandamenti del profitto e del mercato, dove il più forte mangia il più debole. E il dio denaro ha piegato le tecnologie al proprio servizio. I ricchi diventano sempre più ricchi e potenti, i poveri sempre più poveri e fragili. L’uomo è valutato sulla base della propria ricchezza materiale e della sua capacità di accedere al lusso. Il mondo è stato trasformato in una diabolica macchina consumistica. Il modello umano è quello del consumatore. Il tempio di massa per il culto a dio Mammone è il centro commerciale, con cibi e prodotti sempre più standardizzati in ogni angolo del mondo. Centri artificiosi di fast food, di svago, di luci, di giochi elettronici per i bambini dove rinchiudersi con la famiglia la domenica. La molla del dio denaro è quella di una competizione sempre più frenetica. Per raggiungere traguardi sempre più alti di potere e di profitto ogni mezzo è lecito. Le tragedie della storia e delle sue guerre catastrofiche, scatenate dagli interessi dei potenti di turno, non ci hanno ancora insegnato nulla! Tecnologie sempre più sofisticate hanno trasformato il mondo in una spaventosa polveriera di ordigni militari e la corsa per realizzarne sempre più potenti continua. L’espansione demografica si allarga in ogni luogo a macchia d’olio fuori da ogni controllo. Gli umani per sopravvivenza fuggono dalla campagna sempre più avara e si concentrano in megalopoli apocalittiche con decine di milioni di abitanti. Il dio denaro divide i quartieri secondo un preciso criterio di classe. Al centro e nelle aree residenziali protette, i ricchi e i benestanti, più in là i condomini grigi della periferia-di-mezzo di chi fatica ad arrivare alla fine del mese. E poi, il girone sconfinato della miseria e della disperazione delle baraccopoli, dell’economia delle discariche. Degli slum senza acqua da bere, cessi a cielo aperto, malattie, violenze di ogni genere, dove bambine e bambini nascono già adulti per procurarsi di che mangiare. Il consumismo si è spinto così ciecamente avanti da distruggere le risorse del pianeta.  E la competizione ci trascina tutti in un vortice che divora il tempo umano con ritmi sempre più famelici. La fretta! E’ questa la maledizione del terzo millennio! Tutto ciò che ci circonda corre sempre più veloce. Non c’è più tempo per pensare con la propria testa. C’è già chi con la televisione e i mass media pensa per noi. Se non corri, se non reggi il ritmo della vita competitiva, sei tagliato fuori, perdi il tuo potere di consumo, finisci nell’emarginazione sociale, non conti più nulla! Popolazioni intere, miliardi di persone muoiono e soffrono perché non hanno acqua da bere, cibo sufficiente per mangiare, medicine per curarsi. Anche se sei bambino, devi sgobbare come una bestia per un paio di dollari al giorno che ti devono bastare per sopravvivere. I fanatismi religiosi e culturali mascherano guerre inedite preventive o terroriste, il cui interesse è solo quello dei dio denaro legato al petrolio e all’acqua che sarà sempre più un bene raro e prezioso. Centinaia di morti al giorno a Bagdad, in Afghanistan o in Palestina, buttati lì fra una uno spot pubblicitario e un altro, non fanno più nemmeno notizia. La fretta ci sbrana le sensazioni, i sentimenti più belli della vita. La fretta ci porta via il tempo e il significato stesso della nostra esistenza. Abbiamo abituato i figli a crescere più in fretta possibile. Non basta la scuola, bisogna spingerli a fare sempre qualcosa in più. Per la competizione ci vuole sempre una marcia in più. Tanto vale che lo capiscano fin da piccoli e allora via con i corsi privati, danza, musica, sport, lingue…chi più ne ha più ne metta e poi via con il computer, internet, la televisione, la play station, il cellulare, l’ iPod…di ultima generazione. Bambino! Che importa se la mamma la vedi sempre meno e il papà ti diventa un estraneo. E se vivi in una metropoli di cemento senza verde. Se non sai nemmeno come sono fatte le galline, i conigli, le mucche, i maiali…che mangi confezionati dai supermarket. La mattina, non fai tempo a svegliarti, che devi correre a scuola e il genitore ha più fretta di te perché deve correre anche a lavorare. Che importa se fuori i ciliegi sono in fiore, le onde del mare baciano la sabbia arsa dal sole, i boschi si tingono di colori caldi e caduchi o tutto si immerge nel bianco silenzioso di neve? Che importa se la magia dei primi raggi di sole sveglia di colore le cime dei monti e poi anima di luce i boschi e le valli. Che importa se  il bagliore del sole si spegne, in mille riflessi nello sconfinato orizzonte del mare? Che importa se l’aria sporca della città e le sue luci artificiali non ti fanno più vedere l’infinito delle stelle e i giochi della luna? Eh, già! Non c’è tempo, andiamo troppo di fretta, abbiamo troppo da fare altro. E i figli hanno voglia di diventare adulti in fretta, e crescono in fretta! Si innamorano, si accoppiano, vivono assieme, scoppiano e si dividono troppo di fretta. Non c’è tempo per riconoscersi reciprocamente nella relazione con i figli, con la propria compagna o compagno di vita. Il ritmo e la fretta del tempo imposto dalla società dei consumi del dio denaro, standardizza tutto. I nostri comportamenti diventano automatiche abitudini. Anche i sentimenti, alla fine, sono solo gesti ripetitivi, senza anima. Ognuno, anche se vive con gli altri, si ritrova nella propria solitudine. La gioia profonda di trovare il tempo per crescere insieme ai propri figli è merce rara. Come quello di gustare fino in fondo la relazione autentica con la propria amata o il proprio amato e le relazioni sincere con gli amici, con gli altri esseri umani o con gli animali, le piante e gli altri elementi della Natura. Non c’è tempo, andiamo troppo di fretta! Una fretta ossessiva, che ci tiene imprigionati in una dimensione di civiltà estranea alla Natura e al significato più autentico dell’esistenza. E siamo sempre così di fretta, che non ci accorgiamo nemmeno che il nostro tempo di vita scivola via con inesorabile banalità, come la sabbia della clessidra, senza aver colto il significato pieno della gioia di vivere. Non ci accorgiamo di essere stati trasformati in piccoli ingranaggi di una macchina infernale, dominata dal dio denaro, che ci ruba il tempo, ci succhia l’anima della vita. Una macchina senza anima che ci piega come vittime inconsapevoli ai giochi satanici dell’avidità egoistica, della lotta per il denaro e il potere, a subire ingiustizie, soprusi,  violenza sociale e guerre fratricide. Importante è non fermarsi a pensare, essere sempre di corsa! Ci pensa la fretta a tenerci la testa occupata a non pensare ad altro! Anche per mangiare non abbiamo tempo, il pasto veloce o il tramezzino al bar e poi via. Il lavoro non può aspettare. Alle ferie ci pensi tutto l’anno. Il dio denaro ti aspetta anche lì. Il consumo di massa, ti riproduce al mare o in montagna lo sballo come essere in una città del divertimento. Importante è  fare tutto di fretta nell’illusione di fare di tutto e di più. Così, non fai nemmeno in tempo a pensare…e le ferie sono finite. Ridurre gli orari e i tempi di lavoro, allungare le ferie o i periodi sabbatici di aspettativa? E’ diventata una bestemmia fra le più gravi contro il dio denaro che domina l’intero pianeta. La tecnologia serve solo per produrre di più con meno operai e impiegati. E bisogna lavorare, lavorare sempre di più, sempre più velocemente e con meno diritti possibile, meglio senza. E’ la legge della competizione che ce lo impone, e in oriente, l’ex patria del comunismo è diventata la prima della classe. Fare profitto, inchinarsi al dio denaro e al consumismo sfrenato è diventato rivoluzionario! E, poi, cara ragazza e caro ragazzo, hai finito la scuola, l’università? Ora il posto te lo devi proprio conquistare. Fuori della macchina del dio-denaro-che-tutto-regola non hai spazio. Vuoi entrare a far parte dell’ingranaggio? Allora devi soffrire. Devi abituarti ad una vita flessibile, precaria. Devi adattarti ad ubbidire alle regole della flessibilità e imprevedibilità del profitto che poi sono l’interesse del padrone o della società per azioni di turno. Devi correre, galoppare, tirare fuori la lingua, dire sempre sissignore! Altrimenti per te, c’è la porta sempre aperta. Che importa se sei sempre nell’ansia dell’insicurezza? Non puoi nemmeno organizzarti uno straccio di vita normale, mettere su casa perché non sai se potrai pagare il mutuo o tirar su un figlio? Che importa se ti fanno lavorare in nero come uno schiavo, o se ti ammali, ti invalidi o ti ammazzi perché risparmiano sulla sicurezza? Che importa se si accorgono che a cinquant’anni non vai in fretta come un giovane e ti buttano sulla strada come un limone già spremuto? E poi, ci hanno rubato anche le feste più belle. Il Natale cristiano? Ma di quale Gesù parliamo? Non certo quello dei Vangeli che ti dice “lascia tutto e seguimi”, “che per un cammello è più facile entrare nella cruna di un ago, che per un ricco nel regno dei cieli” o “dell’ama il prossimo tuo come te stesso” e alla fine, inchiodato in croce per amore dell’umanità. Assolutamente no! A questo Gesù il dio denaro non ci lascia nemmeno il tempo per riflettere. Il Natale è la festa per eccellenza del consumo, del lusso, del spendi-tutto-quello-che-puoi per fare davvero una bella festa. Per mesi ti martellano la testa con pubblicità di ogni genere mascherata di falso buonismo. Che importa se al freddo, c’è gente che non ha nemmeno un tetto per ripararsi la notte? Importante è spendere somme favolose per far risplendere l’opulenza della città dei consumi. E, poi stordiamo tutti con fatue e ingannevoli manifestazioni e ancora luci, luminarie, e mercatini che di sacro non hanno un bel nulla. Ma via di fretta, perché le feste durano poco. E allora, in preda della febbre del consumo natalizio, via di corsa a comprare regali di ogni genere per tutti e per i bambini frastornati che non sanno più distinguere Gesù Bambino da Babbo Natale. Basta! Fermiamoci tutti! Fermiamoci a pensare! A riflettere sui nostri pensieri! A gustare la gioia vera di una sana sobrietà! A comprendere il vero significato della fratellanza umana. A vivere la vita autentica. Ad amare tutte le forme di vita della Natura, a spingere il pensiero nell’infinito mistero dell’Universo. Ad immergerci nei suoi contrasti, nella sua bellezza e nella sua armonia senza spazio e tempo, e ritrovare noi stessi. Senza fretta, gustiamo nell’anima lo splendore dei riflessi di una goccia di rugiada, il profumo di una rosa, il sapore di una ciliegia colta dall’albero, le parole del fruscio verde di un albero, la musica eterna dell’onda del mare o del canto del vento nel silenzio di una vetta, o del vibrante tremore infinito che viene dalle stelle. Senza fretta, scopriamo nell’anima degli animali il segreto della vita che è anche la nostra. Senza fretta, specchiamo negli occhi delle donne e degli uomini di ogni angolo del mondo, gli occhi della nostra stessa anima. Prima che sia troppo tardi. Buttiamo sabbia negli ingranaggi della macchina senza anima del dio denaro. Costruiamo assieme un mondo umano. Dove si possa camminare piano, fermarsi a pensare, vivere davvero assieme ai figli, ai genitori, all’amata, all’amato, agli amici e agli altri compagni di viaggio con relazioni umane sincere. Mettiamo al bando le armi e gli eserciti, combattiamo la povertà e l’ingiustizia, ridiamo equilibrio e amore alla Natura che ci circonda. Fermiamoci ed agiamo subito, finchè siamo ancora in tempo! Diamo l’esempio, cancelliamo dalla nostra vita “la fretta”! E, quando ci accorgiamo che i granelli di sabbia che scorrono nella nostra clessidra sono rimasti troppo pochi, guardandoci indietro, non si possa dire : “Che peccato! Mi è stata data la gioia della vita e l’ho sciupata, per la troppa fretta!

 

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Stare a guardare.

Paolo De Benedetti

 

Il terzo millennio ha ereditato tutti i peccati del secondo e del primo, senza dimenticare i peccati dei millenni che precedono l'era cristiana. E vi ha aggiunto qualcosa: la combinazione di tecnica e peccato, di cui la Shoà è una realizzazione senza precedenti, per la quale la parola "peccato" è assolutamente insufficiente. Ma io vorrei soffermarmi su qualcosa di molto più "piccolo", almeno in apparenza, e nello stesso tempo fonte di gran parte degli altri nostri peccati. Definirei questo peccato con l'espressione "stare a guardare". E' un'epressione che cito dal titolo di un libro di Ernst Klee, Willi Dressen e Volcker Riess, Bei tempi. Lo sterminio degli ebrei raccontato da chi lo ha eseguito e da chi stava a guardare, Giuntina, Firenze 1990. Riferendosi a un luogo dove erano rinchiusi 90 bambini ebrei in attesa di essere uccisi, il cappellano evangelico dell'esercito tedesco scrive al comandante: "Poiché ritengo del tutto indesiderabile che tali cose avvengano pubblicamente, ne ho dato comunicazione".
Lo stare a guardare, che può avere come oggetto una tragedia ma anche soltanto il rifiuto di un piccolo aiuto, di un ascolto, di un consiglio, è la negazione dell'idea di "prossimo", che la Bibbia ci ordina di amare come noi stessi. Lo stare a guardare è la distruzione di ogni coscienza comunitaria, di ogni identità umana, è la porta chiusa in faccia all'altro, spesso senza neppure rendersi conto che l'altro esiste, che anche io sono l'altro. Prima di creare il mondo, Dio creò il pentimento e la compassione: perciò stare a guardare è in qualche modo la distruzione del progetto di Dio.

 

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Piccoli dolori.

Paolo Grezzi

 

Bambini a perdere.Bambini ostaggi uccisi. Bambini morti di fame. Bambini morti di sete (200 milioni ogni anno).

Bambini mutilati dalle mine. Bambini deflagrati dai terroristi.

Bambini africani morti di Aids. Bambini latinoamericani morti di povertà.

Bambini dell’Ossezia sequestrati. Bambini con gli incubi. Bambina siciliana rapita. Bambini spariti.

Bambini iracheni bombardati. Bambine tailandesi prostitute.

Bambini americani obesizzati. Bambini messicani sfruttati.

Bambini tutsi smembrati. Bambini vietnamiti napalmizzati.

Bambini pakistani schiavizzati. Bambine indiane soppresse. Bambini italiani mai nati. Bambini romeni venduti.

Bambini palestinesi mitragliati. Bambini ebrei bruciati. Bambini islamici bombardati. Bambini israeliani esplosi.

Bambini dagli organi venduti. Bambini uccisi dai pedofili. Bambine violentate. Bambini infettati. Bambini pornografati. Bambini massacrati. Bambini che non hanno il diritto di essere bambini…

 

Oggi il cuore matto è troppo gonfio di enormi dolori piccini, e di morti piccole, che gridano vendetta al cielo. E il cielo non sembra ascoltare.

E allora scusate,  ma per oggi basta così. Oggi si tace. (Cuori matti)

 

 

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Il complesso della signorina Dipoe.

Arianna Corradi

 

Alzarsi alle quattro o cinque del mattino

a Praga o a Cracovia:

ma già so come andrebbe a finire.

 

Dimenticherei di mangiare

e in attesa di sgomenti futuri 

sarei violentata all’aurora

da signori con colbacco e gardenie

presi nel loro freddo.

 

Tra le quattro e le cinque del mattino

a Stoccolma ospite di Melpomene

starei al dramma

asciugandomi le lacrime col fazzolettino d’etere

offerto da un rapitore che s’innamorerebbe

delle mie orecchie rotonde ad occhiello

e ci infilerebbe se potesse il suo fiore

tra le quattro e le cinque del mattino..

 

Riscatterei quei bei signori

uno per volta

e senza tatto direi

scusatemi, uomini miei

ma amo ancora mio padre.

 

Tornerei a casa nove volte odorosa di Mirra

alle quattro o cinque del mattino

a bere semi torrefatti con lui,

ceco polacco o greco:

dove sei stata, mi chiederebbe Cinira.

 

E tu padre, dov’eri.

 

Mi taglierebbe i capelli a luna calante

così crescono in fretta, direbbe

e li potrebbe presto accorciare

entro Praga o Cracovia.

 

Ma alla nona luna vuota sfiorerebbe i miei lobi 

tentando di tagliarmi la gola

con le forbici o il cuore.

 

Mi perderei a Stoccolma o a Pest

ma già so dov’andrei a svenire

cantando tragedie lungo il Duna

il Labe, la Wisła o la Seine.

 

Un uomo di ieri notte

verrebbe oggi a farsi pagare

scusandosi d’avermi tagliato l’orecchio

con la cesoia delle gardenie d’occhiello.

 

Mio padre squattrinato guarderebbe innocente

il lobo rimasto

ed io giurerei non essere mai stata colpa sua.

 

Lo lascerei spiare sotto la dolcevita

le mostrine delle botte

e additerei sul collo gli ematomi di quando

Cencride mi strappava i capelli.

 

Ma Cinira, non potevi sapere: tu eri a ponente.

Tornavi da Cipro con lo spicchio di luna

a pettinarmi i capelli bagnati

tra le quattro e le cinque del mattino

 

Dicevi: crescono radi

sarà perché cala.

 

A Praga o a Cracovia, il mio re indigente

a luna vuotata

a toccarmi la frangia e l’ultimo orecchio.

 

 

Cencride osò affermare che sua figlia Mirra fosse più bella d’Afrodite: la dea si vendicò facendo innamorare Mirra del proprio padre, Cinira, re di Cipro; nove notti si unì a lei senza riconoscerla e quando se ne accorse tentò di ucciderla. Mirra scappò in Arabia dove chiese agli dei né di vivere né di morire (la trasformarono nella pianta odorosa che porta il suo nome) e d’avere pietà del figlio che doveva partorire, Adone.

 

 

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Umanità e tecnologia. 

Renata Candotti

 

Tutti i giorni  ci accade di usare con frequenza pressoché regolare e ripetitiva congegni che funzionano, grazie ad un’intelligenza artificiale, creata dalle mani dell’uomo e inserita in strumenti più o meno facili da usare che appunto per questo, ci danno un’apparente sensazione di potenza e di controllo dell’ambiente soprattutto a quelli di noi riluttanti ad usare il cervello.

Così tanta parte dell’umanità che vive nella ricca e sempre più esigente dimensione dell’Occidente, ritiene che la scienza sia ormai in grado di affrontare ogni tipo di problema che la riguardi e abbia reso la sua vita più facile ed allettante con la continua offerta di opportunità piacevoli, strabilianti o impensate.

In pochi anni la tecnologia ha stravolto la nostra esistenza con una rapidità che sembra superare la velocità della luce, viviamo più a lungo e agiatamente e allontaniamo freneticamente dal nostro orizzonte (fino a farla scomparire) la consapevolezza che prima o poi moriremo.

Vorremmo vivere senza pensare al senso della giornata, riempiendola di tali e tanti gadget esistenziali che impediscano nel concreto di avvertire il silenzio, il vuoto, all’interno e fuori di noi.

Siamo sempre in corsa, ricchi e meno ricchi-questo non fa la differenza- rincorriamo qualcosa che, una volta raggiunto, ci sprona a scoprire, sempre correndo e con gli occhi abbagliati, un altro specchio magico in un gioco continuo e perverso di immagini e di offerte pressoché infinite.

E gli altri,  chi sono? Dove sono? Li sentiamo spesso correre accanto a noi, ma non possiamo prestare ascolto attento a tutto ciò che ci potrebbe distrarre nella nostra rincorsa infinita, fosse anche da una persona in cerca di parole, tempo.

Questo universo tecnologico lo sentiamo ormai come una divinità onnipotente alla quale nulla risulta impossibile, un dio vicino e manipolabile che ci offre anche quello che sembra superare le nostre aspettative più singolari.

La civiltà dei consumi ci bombarda con mille segnali. Con ottusa fiducia ci rivolgiamo a questo Moloch perché ci aiuti a sopravvivere alla noia, al senso di vuoto, alla superficialità delle nostre esistenze; ma se soltanto fossimo capaci di soffermarci a riflettere sull’invasività della tecnologia nella nostra vita, su quella coazione a rincorrere l’oggetto, ad amarlo per un’ora, per un giorno, per poi sostituirlo con un altro        ancora, dovremmo convenire che possiamo avere tutto, ma non siamo felici, che non conosciamo più la fame, ma siamo perennemente affamati. Potremmo divertirci, distrarci, muoverci in ogni dove, ma siamo scontenti: le nostre borse sono stracolme e pesanti di ogni cosa, ma ci tengono legati alla terra e incapaci di alzare il capo e guardare il cielo.

L’unico deficit di consumo lo registriamo nei beni relazionali.

La nostra  è diventata una società apatica, perché senza vero pathos, povera cioè di passioni forti, di legami non superficiali, soprattutto vuota di verità, bontà, bellezza, spiritualità.

Salviamo l’anima dalla rapina del mondo prima “che la nave arrivi in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmettono dal megafono non è più la rotta, ma il menù di quello che mangeremo domani” (S. Kirkegaard).

 

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Per strada.

Paolo Baldessarini

 

 

Per strada

vaga lo sguardo

vuoto e desolato

           

La mente

persa e occupata

confonde i ricordi

 

Le gambe

singhiozzano

passi incerti

 

I piedi

inciampano

foglie e polvere

 

Tutt’attorno

scorre un mosso

di gente bendata.

 

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 Il predominio della ragione sull’intuizione.

 Walter Sebastiani

 

Seppure con una certa lentezza, l’umanità sta progressivamente rendendosi conto di alcuni suoi errori, del fatto che sta peccando di leggerezza nel dare scarsa rilevanza a temi che sono fondamentali per la sua stessa esistenza, come la natura profondamente contaminata, l’inquinamento delle acque, dell’aria, l’estinzione di specie animali, i maltrattamenti fisici e psichici di intere popolazioni, le condizioni di estrema povertà in cui vivono molti a dispetto della ricchezza di pochi, solo per citare alcuni esempi.

 

Secondo il mio parere all’origine di questi mali, che talvolta vengono visti come pregi, vi è l’imperare della razionalità a cui si collega per via diretta l’Ego, senza dubbio sopravvalutato ed incoraggiato in quanto caratteristica apprezzabile per la nostra cultura. Ma la causa di questa condizione è da ricercare anche in un sistema di vita che ha come fondamenta il patriarcato, non già inteso in senso prettamente fisico, ma bensì in quanto impostazione mentale e quindi di predominio della mente razionale sulla componente intuitiva. Nella fattispecie, il termine “predominio” è accompagnato non casualmente dal prefisso “pre” che sta a significare prima – ad indicare che chi arriva prima occupa tutto lo spazio e ovviamente finisce per dominare.

 

Alla base dell’insoddisfazione e dell’infelicità che affliggono molti di noi esiste dunque un “peccato”, fortemente relazionato con il fattore tempo e di conseguenza: la velocità. L’uomo è nato per andare a piedi, la percezione è direttamente legata alla velocità della nostra vita. Se sfreccio sull’autostrada non vedrò nulla del paesaggio, non mi sarà possibile sentire i rumori della natura, gli odori ecc. La percezione di quanto ci circonda si annulla e così anche il sapere che la natura ci comunica istante dopo istante attraverso i nostri sensi e per mezzo della nostra capacità di tradurre queste informazioni in qualità di vita.

 

Esiste tuttavia un rimedio a questo mal vivere ed è semplicemente quello di vivere la vita in modo più consapevole. Diventare consapevoli ci apre infatti ad un nuovo approccio alla natura, al valore di tutta la nostra esistenza e forse ci aiuta anche a comprendere che, per sopravvivere necessitiamo forse anche di combattere, ma per vivere abbiamo bisogno di una visione diversa della vita stessa.

Vivere consapevolmente vuol dire non lasciarsi trascinare solamente dalla sete di potere del nostro Ego, ma far parte di un sistema più grande che offre potenzialità pressoché illimitate, come accade quando si entra in contatto con il nostro sistema intuitivo.

Possiamo allora fare delle scelte realmente nostre assumendocene piena responsabilità ed evitare - come è nostra abitudine - di delegare le nostre necessità al sistema nella speranza che si prenda amorevole cura di noi. Se il nostro sapere proviene dagli istituti scolastici, le nostre scelte economico-sociali dalle classi politiche, la nostra salute dalla classe medica, la nostra spiritualità dalle religioni ecc.(ben inteso senza nulla togliere a queste istituzioni) siamo poi realmente sicuri di aver tutelato il nostro benessere e quello della collettività? 

 

Gandhi disse: “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Ciò vuol dire che noi non possiamo cambiare nessuno, possiamo solamente cambiare noi stessi e per risonanza, anche il comportamento degli altri si modifica. Così facendo si compiono dei passi concreti nel processo individuale di crescita personale permettendo anche alla nostra consapevolezza di svilupparsi. Ciò avviene attraverso lo spostamento della nostra percezione da un sistema chiuso, quale è quello razionale ad uno aperto, quale è quello dell’intuizione.

E se  a rallentare questo decisivo cambiamento è la paura della perdita del controllo,

risolvere questa paura, in quanto origine e sintesi di ogni “peccato”, ci darebbe la possibilità di un concreto miglioramento della qualità della nostra esistenza.

 

Il controllo è l’opposto del lasciarsi andare, dell’abbandono solenne, che è quell’attimo in cui non avanziamo aspettative di nessun genere e nel quale siamo completamente nel nostro centro. La percezione di questo centro potrebbe essere riassunta in un’unica parola: l’Amore. Ma fino a quando anche questa, che di per sé potremmo definire una parola “sacra”, è legata al nostro ego, anch’essa odora di possesso, di controllo, di speculazione.

 

Anche la nostra scienza pecca di vanità e lo fa denigrando l’esistenza di una dimensione che esiste al di fuori della nostra razionalità, occludendo così a priori la possibilità di dare risposta alle numerosi domande esistenziali. Da qui è nato in me il dubbio che il potenziale della mente umana venga tenuto volutamente ad un basso livello per tutelare interessi legati al controllo e al potere… Diversamente infatti, molti problemi come ad esempio quello dell’energia, potrebbero essere risolti anziché con l’uso delle armi, con un po’ di apertura mentale e buon senso.

 

 “Tutto il sapere è già scritto”, come dice anche l’antroposofo Rudolf Steiner parlando della Cronaca di Akasha. Non è quindi un gran peccato non usare la nostra mente, o sfruttarla al di sotto del suo potenziale? Sarebbe sufficiente mantenere la capacità innata dell’uomo di sincronizzare entrambi gli emisferi cerebrali per poter accedere ad un’infinità di informazioni. Ne conservano testimonianza alcune culture, come quella degli aborigeni australiani che nel loro sistema, allo stesso tempo semplice e geniale, hanno mantenuto la capacità di recepire e gestire le informazioni del mondo onirico (dreamtime) riuscendo a trovare acqua e cibo anche nelle zone più impervie e quindi a sopravvivere felicemente in condizioni anche estremamente difficili, pur rispettando la natura.

 

Che ne sarà dunque del nostro pensiero analitico, della nostra cultura occidentale, del nostro modo di vivere “civile” e razionale?

Malgrado tutto penso che dobbiamo solo dare tempo al tempo e permettere che gli avvenimenti seguano il loro corso, senza tuttavia dimenticare che la natura propende sempre per la vita, che la specie umana lo comprenda o meno. Rimango comunque fiducioso nell’uomo, nelle leggi della natura e in Dio, certo anche che, per uscire da questo circolo vizioso al quale la nostra razionalità imperante ci lega, è cosa imprescindibile l’apertura verso il mondo dell’intuizione e quello onirico.

 

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Del tuo limite.

Adalberto Bonora

 

Di fascino splendi

uomo

che con le spalle spingi

e premi

sulle pareti rosate del tuo limite

e calci tiri e pugni

e graffi

e fino a morte sanguini.

 

Ampio lo spazio e soleggiato

dove tu ti muovi

 

e illimitato

quasi.

 

Alato mortale

eterno nuovo insaziabile adamo

del tuo limite

ancora

conoscere non intendi conoscenza.

 

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Come ossi di seppia.

Francesco De Ficchy

 

Come ossi di seppia di questo tempo

nel quale più neanche di seppie gli ossi

può regalare a noi il nostro mare,

relitti stanno di nuove distanze

corpi stremati, intrisi di sale

e miserie, di antichissime storie

(come la Storia, che è lutti e penuria,

se anche ha scordato la nostra memoria

il nostro passato, gli stenti, il bisogno);

 

l’occhio guarda e non chiede, quasi non crede

sia vero (forse sogno, o malia)

ciò che l’obiettivo vede e registra;

 

è il nostro sguardo, la nostra impotenza

il contrappasso infernale, è questa

indolenza un nuovo peccato, è

la nostra opulenza un percorso sviato,

un traguardo sbagliato, è un guanto

scagliato sulla guancia del mondo, l’ol-

tranza e l’oltraggio, la falsa coscienza,

la fine tardiva dell’innocenza,

l’ultimo addio all’infanzia dell’uomo.

 

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In-fango.

Ivan Croce.

 

Un tempo…

spinti dal richiamo di

una nota, avete danzato

all’unisono in una terra

bagnata dal cielo.

Un mare di fango che, con

avvolgenti melodie, univa

e faceva sperare umane

esistenze.

Gocce di speranza e

disperazione plasmavano

umane coscienze di creta.

Gocce che ancor oggi

solcano il volto del

mondo.

Ma…, sotto il sole di

una libertà mai liberata,

il fango della fratellanza

si è tramutato in un

deserto.

Il deserto ferito del

monoteismo democratico.

Potranno le ferite di

questo deserto sanguinare

ancora d i possibilità?!

 

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L’avarizia.

Enrico Fuochi

 

 

“L’avarizia è il più devastante dei peccati. Il possedere non ammette di dividere con altro l’anima degli uomini. Il possedere è un tiranno potente. Il volto vero dell’avarizia è il potere: chi ha può: E chi più ha più può.

E non è naturale che la vita tenda sempre al più? E dunque dov’è la colpa nel possedere in misura sempre maggiore? La colpa del possedere è l’essere posseduti. Chi brama di possedere, viene posseduto senza speranza. Alla fine, l’essere posseduti trionfa e il nostro possedere si sgretola. La colpa non è il possedere, ma l’abietto mercimonio che si fa di se stessi, in cambio del potere. E la pena del possedere è il perdere. Se stessi prima di tutto!”

(C.Marlowe, Doctor Faustus)

 

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Il vuoto.

Marcello.Farina

 

…nessuno può permettersi di essere sterile nella storia che vive. Il vuoto riguarda quattro dimensioni dell’uomo di oggi:

-quella del pensare: c’è una grande sterilità nelle idee, si fa fatica a pensare e di conseguenza si fanno discorsi senza senso, si comunica solo virtualmente;

-quella dell’agire: si stenta sempre più a portare a compimento progetti significatvi; si vive alla giornata, sprecando energie a mantenere lo status quo, a difendere l’esistente;

-quella dell’amare: si sprecano gli affetti per cose da nulla, effimere e superficiali, e non ci si impegna ad accogliere 2l’altro”, a sentirne la vicinanza del volto, a lasciarsi andare per “l’altro”;

-quella del linguaggio: parole, parole, parole…nella Chiesa, nella politica, sui giornali, tra le persone. C’è una sterilità nel linguaggio che lo rende equivoco ed insignificante, incapace di fare da guida dentro la ricchezza delle cose e delle persone.

…noi rischiamo di congedarci dalla storia viva dell’umanità a causa della nostra sterilità.( Da Parole che contano).

 

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Spese militari e sociali nel mondo.

Rhut Sivard

 

“…con la somma che serve a costruire un missile intercontinentale balistico si potrebbero nutrire cinquanta milioni di bambini, costruire 160.000 scuole, aprire 340.000 centri di assistenza sanitaria. Anche soltanto il costo di un nuovo sottomarino nucleare-pari alla somma destinata annualmente all’educazione in ventitre paesi in via di sviluppo, in un mondo ove centoventi milioni di bambini non hanno una scuola in cui andare, e undici milioni di loro muoiono prima di raggiungere il primo anno di età – potrebbe offrire nuove opportunità a milioni di persone, che oggi sono condannate a vivere nella povertà e nell’ignoranza.” (da Il calice e la spada di Riane Eisler)

 

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Cos’è il peccato?

Thomas Berra

 

Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all'amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell'uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito  « una parola,un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna».[1])

È in questo modo che viene definito il peccato, o meglio come veniva descritto da Sant’Agostino, ovvero come la chiesa e il mondo cristiano l’intendono tuttora. La cosa che sorprende è che nel terzo millennio si parli ancora di peccati intesi ad offendere la volontà divina. Ebbene, dal mio punto di vista, non esistono peccati non esistono morali. Ciò che ci confonde è solamente il senso “civico” delle nostre azioni, ovvero, siamo incatenati, vincolati a dei comportamentali standardizzati che vietano la nostra libertà; l’uomo nasce peccatore!

Nel terzo millennio è difficile parlare di peccato perché se dovessimo numerare e calcolare i delitti contro la morale ci imbatteremmo in una lista che va oltre l’immaginazione, che sprofonda nell’astratto, una lista capace di farci guardare dentro, capace di farci riflettere.

 

Il quadro che presento, dal titolo Volti Infiammati, non è altro che il momento che segue il peccato di un uomo, quale sia questa trasgressione non ha importanza, il fatto che colpisce è la vergogna auto-inflitta che fa arrossire e bruciare l’anima del personaggio rappresentato.

                                                                                                           

Volti infuocati

 

E’nella notte che arrivò e si fece sentire

La dimensione di curiosità venne distrutta al mattino.

 

A quel punto il peccato si animò e mentre l’occhio socchiuso

Iniziò a sognare, qualcosa si accese.

 

I gemiti, avidamente cullati dalla notte, parevano parole d’amore

Nel silenzio irreale della città.

 

Il peccato fu consumato tutto d’un fiato

E la vergogna cristiana accese il suo volto.

 

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Buon Compleanno Beniamino.

Riccarda Turrina

 

Il  passo del cane è veloce; deve essere vivace chi gli sta accanto. La roccia con ali d’aquila si mostra in pieno sole, mentre il sentiero si lascia attraversare dalle ombre in corsa di un ragazzino e di  un cane. Gli altri banchettano; loro scappano insofferenti a saluti e a discorsi riciclati, imbellettati con zucchero a velo e crema al mascarpone. Cercano la carezza della terra, il tocco senza condizioni, il sorriso sempre nuovo del silenzio, proprio là  dove la forestale finisce e le impronte, di estinti pensatori, si inerpicano fino a raggiungere un inaspettato pianoro, ai più sconosciuto.

“Sai”, dice il bambino al cane “Oggi sono riuscito a svignarmela per il rotto della cuffia! Quasi la zia Pina, quella che si lagna sempre perché quando le passi accanto le riempi il cappotto  di peli, mi stava sgamando! Mentre mi infilavo gli scarponi ho sentito la sua mano guantata  scivolarmi sulla guancia. Non le ho lasciato il tempo di andare oltre; le ho rifilato un bacio sulla guancia, così inaspettato e vorticoso che l’ho tramortita. Non ha avuto il tempo di bloccarmi e sono scappato via. E’ rimasta lì con il suo mega pacco in mano. Per me sicuramente. Ma io me ne infischio di quello che c’è lì dentro. Maglie? CD? Soldi? Quello che voglio non sta in un pacco. Perché non so che farmene di quelle cose lì: finiscono in fretta e non hanno calore. Non sono come il cielo e gli alberi che abbiamo intorno. Questi regali rumorosi fatti per essere ammirati da tutti non li reggo più. Ma Buck, mi stai ascoltando?”

“Certo” risponde il cane con la coda e aggiunge:  “ma se per l’ora di cena non rientri, temo che saranno cavoli amari!”

“Lo so cosa stai pensando! Ma non se ne accorgeranno nemmeno. Lo sai che i grandi quando si trovano perdono il senso della realtà in uno sfoggio di noia e banalità.  E poi io in quella famiglia non sono nessuno. Non sono più il bambinetto da mettere su una sedia, quando è il momento di recitare la poesia. Ora si vergognano di me perché tengo male la forchetta e non saluto come si deve. Se sparisco farò loro solo un piacere. Immagina poi quando arriverà la lettera dalla scuola! Scopriranno che ho marinato alla grande, che ho fatto le firme false, che ho raccontato delle gran fandonie su di loro, che non ho nemmeno un quaderno e che lascio a casa anche le penne. Che se ne fanno di uno come me, che ha perso la bussola e che non può essere lustrato tutte le mattine? Non ti preoccupare Buck, io ho il mio piano di fuga.”

Quando Beniamino parla il cane scodinzola. E’ il suo modo per dire ti sto ascoltando, io sto dalla tua parte, grazie di avermi scelto come compagno, ovunque tu vada io andrò.

E’ passato un po’ di tempo da quando il ragazzino ha dribblato la zia Pina; ora la grande roccia si spalanca davanti:  sempre più vicina. Ancora poco e il capanno, che un tempo era del pastore, sarà il loro  rifugio.

Appoggia appena la mano sull’uscio, di un legno ormai fossile, per sentire le linee incise del tempo, il calore di un luogo ritrovato. E’ un rito irrinunciabile, che lo mette in contatto con l’energia del mondo. Istanti in cui il profumo dell’eternità gli entra nella pelle e lo fa sentire finalmente libero.

Un cigolio e la porta si muove sospinta da una lieve carezza. Beniamino, allora, si accorge che il chiavistello è già stato spostato.

“Forse non l’ho chiuso bene la volta scorsa” pensa e, senza farsi intimorire da quella insolita situazione spinge con decisione la porta.

Buck si infila prima di lui, che  appena entrato lo coglie già  in assetto da effusioni. Il cane, infatti, sta letteralmente lavando con la sua implacabile lingua, ridondante di caldo e di affetto, il viso istoriato di un uomo dagli occhi buoni e i capelli bianchi.

“Nonno!”

“Eh, sì! Sono scappato anch’io! Pensi che l’insofferenza alle convenzioni sia prerogativa di voi giovani?”

“Che dirà la mamma quando si accorgerà che non ci sei?”

“Che dirà tua madre quando si accorgerà che non ci sei?”

Si guardano e non rimane loro che ridere e ancora ridere.

Il cane li abbraccia con gli occhi e se ne sta in disparte, partecipa a modo suo con dei sospiri  più che umani.

“Ma quali sono i tuoi progetti, Beniamino? Sei qui di passaggio, nell’attesa che finisca la festa vero? Come me del resto!”

“Eh, no! Tu tornerai a casa. Io ho deciso di passare la notte quassù e non mi muovo fino a quando non mi vengono a prendere con l’elicottero dei carabinieri!”

“Mi sembri un po’ pretenzioso ragazzo mio! Però potrebbe essere un’idea. Ci si sta anche in due sull’elicottero, vero? Che dici se ti faccio compagnia?”

Fra i due l’intesa è quella di sempre. Non servono parole oltre quelle già dette. Ora Beniamino lascia cadere lo zaino sul pavimento di terra battuta e si siede accanto al nonno, su quella panchina fatta con un tronco e due radici dove qualcuno aveva  inciso, molto tempo prima, dei nomi. Sono nomi stranieri che risuonano nell’aria ogni volta che li si incrocia con lo sguardo. Il posto di Beniamino è da sempre quello sopra  Elisabeth. E lì si siede anche questa volta. Al nonno, figura snella e scattante tocca un nome più breve John, scritto però a caratteri  così grandi che si direbbe un 26. Di fronte hanno una finestrella che è l’occhio sul mondo. Un ritaglio di cielo azzurro, la vetta di una montagna e poi basta. Niente. Niente altro che possa disturbare i loro pensieri.

E’ sempre stato così. C’è un patto mai detto fra loro. Lì dentro si parla poco. Ci si ascolta e basta. Ognuno si lascia andare in quell’impasto di colori celesti e sa che non ci sono obblighi  se non quello di fare pace con se stessi. Lì dentro c’è la libertà di sentirsi soli con qualcuno accanto.

Fin da quando era nato tutti dicevano che Beniamino aveva preso il carattere di quel nonno così orso e poco diplomatico, scontroso e per niente formale.

“Non te la prendere!” Gli diceva il nonno quando vedeva che Beniamino si incupiva sempre più mentre l’eco dei rimproveri si spandeva dalla cucina alle stanze al cortile.  “ E’ vero noi siamo orsi, ma morbidi e coccoloni, mangiamo il miele della nonna perché è senza api; e poi anche stambecchi sempre all’erta, aggrappati ad un ciuffetto d’erba,  abbiamo un corona d’aria con le gemme dei mughi come diamanti, se vogliamo fischiamo alle marmotte e portiamo i fiori alle ragazze; io  mi sento anche un po’ come lo scoiattolo che ruba  la noce dalla fruttiera e fa marameo da dietro lo stipite alla padrona. E tu sei l’altro scoiattolino quello che mordicchia le caviglie della mamma mentre lei sta al telefono con le amiche; ma sei anche il mio gattino che fa ronf-ronf  mentre gli racconto della casa nel bosco. Noi non ci lasciamo acchiappare da quel signore spiritato della televisione che dice a me gli occhi! Quella è roba per chiappe da divano” Parlava per immagini il nonno e le sue parole mettevano Beniamino nella condizione di sentirsi ancora più bello dentro quella pelliccia d’animale che gli avevano messo addosso.

E così il tempo aveva rafforzato sempre di più la loro somiglianza, il loro modo di sentire e intendere la vita. Infatti, ora si trovavano nello stesso luogo, nello stesso tempo con le stesse sensazioni dentro, con le stesse ribellioni fuori. Nessuno aveva insegnato loro a nuotare in quella melma di contorti comportamenti, eppure si erano perfezionati in uno stile del tutto soggettivo che permetteva loro di stare sott’acqua quando fuori c’era la bufera e vibrare sulle increspature quando il sole scaldava le onde.

Non era un caso che entrambi fossero fuggiti proprio quel giorno. Per casa non si erano nemmeno incrociati. Troppo immenso il frastuono del niente, che impregna anche le intenzioni più nobili.

“Andiamo?!” dice il nonno all’improvviso

“Sono pronto” risponde Ben, come fa sempre quando lui gli rivolge quella domanda che non è una domanda ma che infrange il silenzio.  E Buck ha già capito; il suono gli è familiare.

Escono. Lasciano però tutte le loro cose lì,  un po’ come se fossero abbandonate. Non chiudono nemmeno la porta. Tanto il gioco non li porterà lontani con il corpo, ma solo con la mente. Eccoli uno di fronte all’altro.

“Io vorrei essere un quadrifoglio” dice il nonno

“Con il quadrifoglio si possono costruire le case dei ragni” è il pensiero successivo

“I ragni hanno le gambe corte come le bugie”

“Le bugie ingrassano a Natale e in agosto non possono andare al mare”

“Il mare è come le gonne delle donne: rotondo”

“Rotondo è il pensiero ma quello che ci circonda è spigoloso”

“Spigoloso è il mento di chi mente e cerca di nascondersi alla gente”

“La gente mangia il lecca lecca per strada e si dimentica dei bambini che si fanno la pipì addosso”

“Addosso ho un paio di mutande della prima guerra mondiale, e mi calzano giuste”

“Giuste mi sembrano le tue sparate contro i parrucconi di casa nostra”

“Nostra viene di notte e porta gli zuccherini ai cavalli….

Le loro voci sono un intreccio di parole libere che si rincorrono nello spazio incontaminato in alta quota  dove nessuno può sentirle o catturarle. Se gli uomini li  vedessero potrebbero non capire la forza di quell’intesa estraterrena.

Beniamino e il nonno giocano all’assurdo che serve. Chi li ascolta è solo Buck che sta lì in attesa, come se qualcuno gli dovesse lanciare il pallone.

Non ha né un inizio vero  né una fine vera, il loro gioco. Come l’amore vero. E’ sempre stato ed è.

“Lo senti questo rumore? Temo sia un elicottero… Dice Ben mentre si aggancia all’ultima parole che il nonno gli ha regalato.

“Pare anche a me. Ma non si vede niente. Oramai è notte”

“Probabilmente cercano noi. Ma prima finiamo il gioco. Dovevamo chiudere con ….”

“Con, un augurio, - dice il nonno – visto che oggi sei nato tu”

“Allora io concludo…pescando da te cappello…il cappello lo metto e lo tolgo perché mi piace stropiccialo”

“Stropicciare la vita vuol dire scoprire ciò che sta sotto la coltre liscia del quieto vivere. Ti auguro di trovare sempre altro sotto ciò che stropicci; non stancarti mai di lasciare la tua impronta, stropiccia, stropiccia sempre:  ciò che rimane intatto ammuffisce! Buon Compleanno Beniamino”

Non c’è tempo per gli abbracci.

Quelli che stanno sopra sono scaltri. Tanto scaltri da non sapere che quei due lì sotto sono due orsi esperti di volo

 

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Ingiustizia, stupidità, ipocrisia.

Alessandra Righi

 

Fare una lista dei peccati dell’epoca in cui viviamo richiederebbe ben altro spazio.

Cercando quindi  di essere sintetica, metto al primo posto la mancanza di rispetto nei confronti della natura . Non si tratta certo di una novità, ma nella nostra epoca essa ha assunto proporzioni disastrose a causa del sovraffollamento del nostro pianeta. Infatti, lo sviluppo demografico incontrollato, unito a delle politiche economiche  tendenti ad una produzione senza criteri e senza limiti, portano ad uno sfruttamento irresponsabile delle risorse naturali. Gli appelli degli studiosi che parlano di “sviluppo sostenibile” rimangono inascoltati e la maggior parte delle persone consuma e distrugge le risorse naturali senza porsi alcun problema.

 

All’interno del peccato nei confronti della natura un posto di particolare importanza è occupato dallo sfruttamento degli animali, considerato da alcuni studiosi il vero “peccato originale” dell’umanità.

Il problema del rapporto uomo- animali è stato oggetto di dissertazioni fin dall’antichità. Da Pitagora  ai contemporanei Singer, Regan e Coetzee  molti filosofi, letterati  e anche qualche teologo si sono distaccati  dalla concezione antropocentrica che permette all’uomo di considerarsi  il padrone della terra e l’unico essere vivente degno di avere dei diritti..  Montaigne ha addirittura dedicato un lunghissimo capitolo  dei suoi “saggi”all’inversione dell’ottica antropocentrica e alla dimostrazione che in realtà gli animali hanno delle qualità superiori a quelle dell’uomo. Ciononostante ancora oggi prevale la concezione cartesiana degli “ animali -macchine”, ossia semplici oggetti privi di sensibilità e pensiero. Alla base della teoria di Cartesio c’è il tentativo di superare delle difficoltà teologiche riguardanti la bontà e la giustizia divina. Infatti, come giustificare delle sofferenze senza speranza di esseri innocenti? Se gli animali sono delle semplici macchine, il problema è risolto.

 Né le  feroci critiche alla teoria cartesiana da parte degli illuministi francesi, Voltaire in particolare, né la visione livellatrice degli utilitaristi  inglesi, sono  riuscite a scalfire l’atteggiamento prevaricatore dell’uomo nei confronti  di chi non appartiene alla sua specie.

Nonostante studi scientifici dimostrino sempre più le affinità esistenti tra l’uomo e gli animali, attualmente gli allevamenti intensivi , le sperimentazioni nei laboratori , per non parlare di altre atrocità commesse a scopo di lucro o per semplice divertimento, sono l’applicazione pratica della teoria degli “animali-macchine”.

Il silenzio dei rappresentanti religiosi a proposito dello sfruttamento degli animali è scandaloso. Il fatto che le  dottrine, almeno per quanto riguarda le principali religioni monoteiste, non abbiano previsto tra le loro regole comportamentali anche l’obbligo di rispettare degli esseri viventi che sono pur sempre  figli di Dio, ma che sono trattati secondo le circostanze o come oggetti o come vittime sacrificali, è stato denunciato anche da studiosi di teologia.

 Michel Damien nel suo libro L’animal, l’homme et Dieu sostiene che il silenzio della Chiesa a proposito del posto occupato dall’uomo all’interno della natura ha segnato le mentalità.  L’innocenza non può essere di due tipi, quindi non c’è nessuna differenza tra quella di un bambino  e quella  di un animale. Ed aggiunge che è  deplorevole che miliardi di animali non abbiano ricevuto alcun riconoscimento da parte della Chiesa, che pretende di essere la detentrice di una vocazione cosmica. Secondo Damien, il messaggio di Cristo è stato frainteso, trasformato dall’uomo per il suo profitto, dimenticando e disprezzando le creature non umane. Non si tratta di un problema che riguarda solo la teologia o la morale, ma è una questione di vita o di morte del nostro pianeta.. La colpa della Chiesa non è quella di aver creato questo comportamento, ma di non averlo saputo modificare. Damien evidenzia anche che l’animale è il solo eroe delle Sacre Scritture, poiché è la sua morte che permette la salvezza di colui il cui olocausto è soltanto un simulacro.

 Un altro intervento sull’ingiustizia della sofferenza animale  che desidero citare è tratto dal libro di Piero Martinetti Pietà verso gli animali[2]

Il filosofo rivendica la libertà degli animali, esseri dotati di coscienza e intelligenza. Gli uomini dovrebbero riconoscere che tra tutte le creature ci sono dei legami reciproci e per questo bisogna estendere a tutti gli esseri viventi, il senso di carità e di giustizia che ora si considera dovuto solo agli esseri umani. Martinetti si chiede come si possa giustificare il dolore animale:

“Se le bestie soffrono come si giustifica il loro soffrire?Non vi è nulla che gridi così altamente contro la bontà e la giustizia divina come il dolore animale. Le ragioni con cui si tenta di giustificarlo non hanno nessun valore: sono sofismi ridicoli e crudeli. Il dolore che innumerevoli esseri innocenti soffrono sulla terra senza speranza e senza ragione è tale iniquità che dovrebbe oscurare anche la beatitudine del cielo”.[3]

Come ho già detto, è solo per problemi di spazio che non aggiungo altri interventi d’illustri personaggi  che dimostrano quanto sia importante e profondo questo argomento.

Nella quotidianità purtroppo, quando si parla d’animali, la maggior parte della gente pensa che si tratti di problemi minori e chi detiene qualche tipo di potere accetta con mal celata rassegnazione di occuparsi di certi argomenti. Evidentemente pensano si tratti di futilità riservate ai misantropi, agli eccentrici o comunque a persone che non hanno niente di meglio  di cui occuparsi.

 Ho voluto quindi dimostrare che lo sfruttamento degli animali è un vero e proprio” peccato “e non solo per me e per coloro che la pensano come me, ma per tanti studiosi che su questo argomento hanno scritto innumerevoli pagine.

E’ incontestabile che solo le menti ristrette relegano il problema uomo-animale all’ultimo posto nella scala dei valori.

 

Se la prima categoria di peccati, che ho definito “ contro la natura” è presente in tutte le epoche, il secondo  gruppo, che genericamente definisco“imbecillità”, credo sia una caratteristica dei nostri tempi. Cercherò di spiegarmi meglio, anche perché all'apparenza potrebbe non sembrare un vero peccato.

 Ritengo che oggi sia sempre più difficile trovare delle persone intelligenti. Per intelligenza, ovviamente, non intendo né il quoziente intellettivo né ancora meno la sterile erudizione di molti( troppi) venditori di fumo. Secondo me una persona intelligente è quella che ragiona con la propria testa e che nel corso della sua esistenza riesce a mantenere una certa coerenza. Benché tutto questo non richieda doti particolari, ma solo un po’ di carattere, in realtà  queste virtù sembrano scomparse o in via d’estinzione. Le persone seguono passivamente le notizie propinate dai mezzi di comunicazione di massa e, con la stessa velocità con la quale tali notizie sono destinate a morire, così anche  la memoria delle persone si spegne. Questo rende la popolazione uno strumento in mano a coloro ( politici in primo piano) che approfittano di questa specie di malattia della memoria, che colpisce quasi tutti, indipendentemente dall’étà.

Sempre all’interno dello stesso gruppo di peccati inserisco tutta quella serie di atteggiamenti diffusissimi e di moda quali la finta bontà, il perdono facile sulla pelle degli altri , il  linguaggio ipocrita che impedisce di chiamare le cose con il loro vero nome, ben sapendo che la sostanza rimane invariata. Ed un altro peccato  grave è l’aver trasformato un termine d’indubbia connotazione positiva quale la “ tolleranza”, in un’accettazione acritica e passiva di qualsiasi comportamento.

Infine un gravissimo peccato è l’aver eliminato  o meglio invertito i concetti di Bene e Male. Viviamo in una società in cui le vittime di reati devono sopportare oltre al dolore per ciò che hanno subito, anche  l’ingiustizia, la frustrazione e la rabbia di sapere che il colpevole è tranquillo, impunito e spesso addirittura intervistato da giornalisti e conduttori televisivi senza alcun senso morale.

 

Io credo che questi siano i veri peccati dell’epoca in cui viviamo e penso che, se esiste una qualsiasi  forma di giustizia superiore che compensi  l’inesistenza di quella terrena, l’umanità dovrà renderne conto.

 

 

[1] Sant'Agostino, Contra Faustum manichaeum, 22, 27: CSEL 25, 621 (PL 42, 418); cf San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, I-II, q. 71, a. 6: Ed. Leon. 7, 8-9.

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[2] Piero Martinetti,Pietà verso gli animali,Il nuovo melangolo,Genova,1999

[3]Ibid.p124-125

 

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Mali.

Giuseppe Raspadori

 

Questo non è un racconto, è un pianto, un rimpianto, assai più di un rammarico, non pensiate di cavarvela con un semplice sentimento di rincrescimento, no, via via che leggerete, sarà la mortificazione a possedervi, la contrizione prima, poi il rimorso.

L'abbiamo combinata grossa. Veramente grossa.

Tutti, eh, nessuno escluso. Ma innanzitutto io stesso, e quelli come me. Come me, intendo, visto che siamo tutti esseri unici originali e inimitabili, quelli che appartengono, o sono nei dintorni, della stessa mia categoria prevalente di interessi. La zoppa Psicologia. Colei che, da sempre, da sola non sta in piedi. Colei che per natura deve accasarsi, separarsi, allacciare nuovi rapporti, fidanzarsi, intrattenersi con i mille amanti possibili dell'insieme del sapere. Arte, Filosofia, Storia, Sociologia, Antropologia, Letteratura, eccetera. Non dobbiamo mai sottrarci alla maggiore responsabilità che ci deriva dall'essere, per professione, coloro che aiutano a rendere consapevole ciò che giace nell'inconscio e nel subconscio: la stratificazione cioè dei pregiudizi, anzi di quei pregiudizi millenari che rendono la nostra vita grama, poco vissuta, o quanto meno non tanto come la vorremmo.

Insomma, basta coi preamboli, veniamo al punto.

E il punto della questione è che “non capita spesso di passare da un millennio all'altro”.

E a noi è successo.

Ed avevamo proprio per questo pesanti responsabilità.

La responsabilità di chi vive una occasione unica, irripetibile, che centinaia di altre generazioni non hanno potuto vivere.

Basti pensare a come continuiamo a citare il senso del “mille e non più mille”. La paura dell'Apocalisse che colse i nostri predecessori di mille anni addietro. La grande attesa della fine del primo millennio. La maggior consapevolezza con cui la volta scorsa, mille anni fa intendo, ci si accostò e ci si preparò a quel gran passaggio.

Questa volta la sensazione è quella di avere perso una occasione, di avere preso un po’ troppo sottogamba il compito, o di non averlo visto affatto, di avere in un certo senso rimosso la scadenza.

E si è realizzata così la colpa delle colpe, il peccato dei peccati: quello di avere traghettato nel nuovo millennio i pregiudizi.

I pregiudizi.

Si, i pregiudizi.

Scusate se è poco.

Entrare in un millennio, mantenendo la testa in quello precedente.

Diomio cosa abbiamo mai fatto, quale grande occasione abbiamo perso, ripeto.

Ci siamo limitati a festeggiare con qualche fuoco artificiale in più come si trattasse di un decennale di Canzonissima

Troppo vecchio ciarpame abbiamo portato con noi.

Nessuno avrebbe avuto da ridire se invece avessimo per tempo convocato un gran congresso, il maggiore dei congressi: il CONGRESSO DI FINE MILLENNIO, per decidere in teleconferenza in tutto il mondo cosa portare con noi e cosa lasciare per sempre nel forziere della storia, o più semplicemente cosa rinnovare nella dispensa dei pensieri e delle idee, buttando via tutto ciò che sa di muffa.

Non ci voleva tanto, eh ? Colpa si aggiunge a colpa. Se poi pensiamo che quotidianamente ci trastulliamo con uno strumento come Internet. Avremmo dovuto tutti sederci, lasciar perdere i soliti tappi di spumante, e partecipare al gran Blog mondiale “Fa la cosa giusta- come si dice- butta via i pensieri inutili”.

Senza volere restringere troppo il tema, e senza tema di apparire eccessivamente burocratici, l'ordine del giorno era lì, bello e pronto, primo vero capitolo della storia delle storie:

discutiamo, signori miei, avremmo dovuto dire, la precaria situazione in cui versa la relazione di Adamo ed Eva, oggi, a cominciare dai bei tempi in cui nell'Eden essi si scrutavano con curiosità e desiderio.

Si, avremmo dovuto aggiungere, perché il più grande dei peccati sarebbe quello di cominciare il terzo millennio con tutto ciò che si è addensato attorno alla foglia di fico, il serpente sibilante, la mela. La vera Grande Mela da buttare: il peccato originale. Che continuiamo invece a portar con noi.

 

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Spigolature.

 

 

 

Maria Salvati

…non so più parlare di peccato.  Forse non esiste più il peccato Forse è questo il vero peccato.

 

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Claudia Andriollo

 Peccato è non vedere la luce con gli occhi del cuore; non vedere la libertà con gli occhi dell’anima.

Liberi dalle catene del tormento! Basta poco: spogliati di te, guarda in alto e vedi oltre il cielo.

 

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Alda Baglioni

 …pensare di poter risolvere il problema del debito dell’Africa verso i paesi industrializzati, facendo come l’Italia: il 40% delle armi costruite vengono vendute ai paesi africani.

 

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Marisa Brun

L’uomo di oggi, come quello di sempre, preso dal gusto del volo verso la libertà assoluta, incurante dei richiami e sopravvalutando le sue capacità, spesso sceglie di rovinare irrimediabilmente.

 

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Francesca Carolli

Le guerre sono affari da adulti, giocati sulla pelle dei minori. Ad oggi sono 300.000 i bambini soldato nel mondo, di cui 30.000 solo nella Repubblica Democratica del Congo.

 

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Gasperini Orlando

Buon Natale: Una cartolina spedita dall’inferno, dove l’amore della nascita e la sacralità del corpo, lascia il posto all’orrore dell’abuso e della mercificazione.

 

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Duccio Canestrini

Sento da sempre mio padre ripetere una frase, in determinate circostanze (mangiate, bevute, nuotate, camminate nella natura):
"L'è 'n pecà morir!" (E’ un peccato morire).

 

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Corrado Carlin

Peccato che nessuno

Ascolti/ senta

Il respiro dell’anima

Dell’universo.

 

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Marzia Mazzavillani

Odio

che lieviti nero

mortale

calpesta il mite

risentimento,

luccica

come l’occhio

del mio giorno

sul mondo.