VALE LA PENA?  

 

 

Puoi scaricare gratuitamente l'intero libro

con un click sul disegno sottostante!

(copertina + interno con illustrazioni = 8.46 KB)

 

All’inizio era il verbo… Alla fine il silenzio. (o viceversa)

 

Al mio nipotino.)

 

PRESENTAZIONE.

Come sa bene ogni scrittore, l’atto dello scrivere nasce da un’esigenza interiore di cui non sempre si ha piena consapevolezza: si può scrivere per raccontare fatti realmente accaduti, come accade ai cronisti, oppure inventati di sana pianta, come quando si scrivono racconti o romanzi; si può farlo per esternare ed oggettivare qualcosa che ci pesa sull’anima, oppure semplicemente per affidare alla carta e ai posteri le memorie della propria vita, come si fa quando si scrive un diario. Si può scrivere per mille ragioni, ma ogni atto di scrittura presuppone che vi siano almeno tre elementi tra loro interdipendenti: un lettore, un argomento da narrare e uno scrittore con una forte motivazione a impegnarsi nel processo creativo. Il lettore non manca mai: può essere reale o esistere solo come immagine nella mente di chi scrive, ma in ogni caso scrivere significa comunicare e questo implica sempre l’esistenza dell’altro, sulle cui esigenze si modella il processo creativo. Ovviamente chi scrive ha una informazione da trasmettere, ma sia che questa riguardi argomenti strettamente tecnici e aderenti al reale, sia che si tratti di narrazioni fantastiche, nell’elaborazione dello scritto entrerà sempre, in percentuale più o meno grande, il mondo interiore dello scrittore con il suo carico di memorie, di credenze, di vissuti, di sensazioni ed emozioni che lo hanno reso la persona che è. A maggior ragione quando si scrive “… per capire il senso del dolore e se fosse possibile lo scopo che si rivela come incalzato dal destino…” (citazione dal libro), come fa Carla, lo scrittore, con la sua interiorità, entra prepotentemente nella vicenda e ne diventa il protagonista. Nell’ambiente culturale trentino, e non solo, Carla Corradi è un personaggio molto noto: psicologa e psicoterapeuta per trent’anni, è una donna intelligente ed eclettica, dotata di grande cultura e numerosi interessi. Ma è soprattutto in campo artistico che Carla mostra la sua eccellenza: è scrittrice di grande talento, con all’attivo sei libri e varie pubblicazioni, poetessa e pittrice dotata di uno stile raffinato che i suoi estimatori hanno potuto ammirare nelle numerose mostre da lei tenute nel corso degli anni e sul web. Ma quanti possono dire di conoscere veramente chi si nasconde dietro la maschera che lei mostra al pubblico? Quanti conoscono le sue ansie, le preoccupazioni, i desideri, i suoi pensieri, la sua visione del mondo, la realtà della sua vita segreta, segnata dal dolore dei numerosi abbandoni che fin dall’infanzia si sono via via succeduti, insieme ai sempre faticosi tentativi per risalire la china della tristezza e del dolore e lasciarsi tutto alle spalle con grande forza d’animo e la speranza implicita in ogni nuovo inizio? In questo libro Carla mette a nudo la propria anima e si mostra ai suoi lettori quale è veramente, ponendosi metaforicamente sul lettino dell’analista e raccontandosi con grande coraggio, per analizzarsi con gli strumenti che la sua arte e la sua cultura le forniscono. Ne risulta un ritratto fortemente coinvolgente e di grande efficacia, sopratutto perché l’autrice, da consumata artista qual è, adopera la scrittura come usa i pennelli e i colori, riuscendo ad evocare e trasmettere sensazioni ed emozioni che attivano l’empatia del lettore (i suoi neuroni specchio, come direbbe lei) e lo fanno entrare nella sua vita rendendolo partecipe del suo vissuto. Nel libro si parla di oggetti, che evocano ricordi di persone che sono esistite una volta e che ora sono scomparse, ma che hanno lasciato tracce indelebili nel suo cuore. Si parla di dolore, ma anche di gioia di vivere. Vi è la tristezza e la felicità delle piccole e grandi cose. Si parla della vita, e non solo della propria, dell’amore e di ciò per cui è valso o non è valso la pena vivere. E della vecchia signora con la falce che più volte le è comparsa davanti in momenti critici, e che si fa sempre più vicina man mano che il tempo passa, con il suo carico di angoscia. Si raccontano il passato e i progetti per il futuro, le cose che sono state e quelle che avrebbero potuto essere, e ciò che è in questo minuscolo istante sospeso tra la vita vissuta e quella che non lo è ancora, che chiamiamo presente. Si fanno riflessioni sul rapporto interpersonale, sulla parola e sulla scrittura e su tante altre cose che costituiscono l’essenza delle persone, il loro essere e il loro divenire, attingendo anche da fonti letterarie, dalla psicologia, dalla psicoanalisi, da altre scienze. È un libro che è uno scrigno di saggezza, il testamento spirituale di una persona che ha vissuto intensamente e vuole consegnare la propria vita ai posteri e alla immortalità. Di quali siano state le motivazioni che l’hanno spinta a scrivere questo libro e a dargli un tale titolo nulla dirò, perché Carla le ha ampiamente illustrate. Ma aggiungerò una postilla che nel libro non è rivelata. Come si legge nella prefazione, inizialmente il libro era destinato alla lettura di due sole persone: la stessa Carla, che con la scrittura tentava di risolvere i nodi della sua esistenza, e il suo nipotino, cui lei voleva trasmettere la conoscenza di ciò che la nonna era stata realmente, come viene raccontato in un capitolo molto intenso. Ma quando Carla mi dette in mano la prima stesura perché la leggessi e le dessi un giudizio e un aiuto nella correzione, mi sembrò assurdo che una tale opera dovesse rimanere in un cassetto, e mi detti da fare per convincerla a ripensarci e affidare il libro alle stampe. Da quel che lei mi ha raccontato in seguito, so che le mie parole fecero presa su di lei, anche se poi ha tentennato ancora a lungo sull’opportunità di consegnare al pubblico quello che, dopotutto, era il frutto di una lunga riflessione su sé stessa. Ma ora, visto che questo libro alla fine è venuto alla luce e che io l’ho in mano per presentarlo, è evidente che sono riuscito a convincerla, e ne sono contento.

Santo Cerfeda

 

Prefazione

Mi sono rimessa a scrivere per diversi motivi. Il primo è stato quello di dare un significato al dolore, cercando parole per esprimerlo, anche se non sempre ci sono parole. Ho approfondito il silenzio, il suo valore e il suo limite, barcamenandomi per tutto il percorso tra il dire e il tacere e scegliendo una o l’altra delle possibilità in base al filo conduttore su cui si snoda questo mio lavoro. Ho faticato sia a dire che a tacere, quando le cause della mia sofferenza coinvolgevano altri assenti, non risparmiando invece i vissuti che coinvolgevano solo me. Oltre al silenzio ho pure invocato il segreto qualche volta. Il secondo è stato ricercare a lungo una spiegazione al comportamento di chi il dolore me lo infliggeva allo scopo di capirlo e se fosse stato possibile giustificarlo, senza quindi il bisogno di perdonare, perché perdonare comporta l’esistenza di una colpa. Per questo secondo motivo ho disturbato la psicoanalisi, alla ricerca di cause nel passato che potrebbero aver influenzato la situazione venutasi a creare. Inevitabile è stato quindi ricercare nella prima infanzia quelli elementi che rimasti inconsci possono però aver creato quanto successo. Per questo ho rivissuto con amore e dolore la figura materna, autrice per me del primo abbandono; quella della nonna paterna che mi ha accolta nella sua casa come un secondo nido. Ho poi analizzato il destino e il caso, non solo, l’esoterismo, l’astrologia, i King, la fisiologia del cervello, la fisica moderna, la biologia e quant’altro in una disperata e accanita ricerca di una spiegazione, senza trovarne una in particolare, ma supponendo che qualcuna avrebbe potuto fornirmi una risposta. II terzo motivo è che volevo lasciare al mio nipotino una conoscenza, se pur parziale e ancora non adatta alla sua età, di sua nonna e dei suoi avi, ma che potrebbe servigli quando sarà più grande, nel caso che mai io possa frequentarlo per raccontargli le sue origini. Ho riesumato oggetti appartenuti ai miei ascendenti che conservo gelosamente e che sono prova della loro esistenza e del loro amore, sperando di dare così un po’ di eternità relativa a chi mi ha preceduta, le cui vite, se pur grame, meritano un ricordo. Ho comunque continuato a chiedermi: Cosa vale la pena? Se dire, tacere, lasciare, tenere, gioire o soffrire, in un excursus nel dolore, nella felicità, nell’amicizia, nella solitudine, nella poesia, nel sogno, nella preghiera, e infine nell’idea della morte, la quale essendo certa, dà forse valore a quanto ho ricercato. E’ stato un lavoro interrotto molte volte con lunghe pause, intercalato da tante letture, sul tema e non, che mi hanno aiutata a comporre un’edizione forse più accettabile, ma non ancora esaustiva della spiegazione degli eventi. Il percorso scaturito nel tempo rappresenta una traccia di sviluppo che ho lasciato, senza ritoccarlo, come me lo suggeriva il momento che mi portava a scrivere, e quello che mi imponeva di tacere o di aspettare, per questo risente un po’ dei miei stati d’animo nel tempo, più che della mia razionalità . Il lavoro fatto, anche se a volte è stato molto doloroso, perché scrivere un libro è come amare qualcuno, e in parte è come partorire con il cuore e con la mente, mi ha arricchita intellettualmente e affettivamente, in sostituzione molto parziale di quell’affetto che avrei potuto dare al mio nipotino che, proprio nell’assenza, continuo ad amare. Ho così compiuto un viaggio a ritroso in me stessa o almeno in quella parte di me che chiamerò Anima, nella speranza di cogliere risposte. Ho però formulato altre domande che trasmetto al lettore, il quale forse mi accompagnerà in questa ricerca, se in qualche modo entrerò in sintonia con il suo vissuto.

Prima parte

Cosa vale la pena dire?

Cosa vale la pena dire: Il titolo che mi è uscito dalla penna si rivela ora di una necessità singolare, che mi fa ricercare, alla mia età, una visione retrospettiva del già vissuto che è più lungo del tempo ancora da vivere. E’ proprio dopo aver vissuto che si può rivedere quello che è stato importante e che è valso la pena, perché mentre lo stiamo vivendo, spesso non lo sappiamo. Per dire ci vuole la pena, la pena come sofferenza, non come punizione o forse anche, ma cosa dire: tutto o niente? Si ripete, come è accaduto quando ho scritto il primo libro e il terzo, il bisogno di scrivere dopo eventi molto dolorosi che mi hanno tormentata a lungo senza un’apparente soluzione, perché lungo è il tempo della sofferenza. Anche ora quello che mi rimane è un’elaborazione interiore, un tentativo di fare chiarezza per capire il senso del dolore e se fosse possibile lo scopo che si rivela a volte come incalzato dal destino, indipendentemente dalla nostra partecipazione cosciente, o perseguito da forze inconsce che difficilmente si comprendono subito. C’è bisogno di ricercare nelle parole quei significati che mancano alla tristezza che affiora, anche se non necessariamente motivata da fatti accaduti, ma intrinseca al momento e interna, come qualcosa che emerge inesorabile come una seconda natura o forse come la prima a cui non abbiamo saputo trovare rimedi perché eravamo troppo piccoli o troppo soli per affrontarla. Ed è come se per tutta la vita avessimo dovuto lottare per neutralizzarla o per cercare scorciatoie per evitarla, scorciatoie in salita che a lungo andare lasciano sfiniti a scrutare la meta sempre più irraggiungibile o scoprire invece che la meta è altra per tutti. Ecco perché in un soliloquio sterile ci chiediamo cosa è valsa la pena e in momenti di depressione rispondiamo: niente; oppure lottare, pur sapendo che se non avessimo nemmeno provato ci saremo sentiti più inutili e incapaci di afferrare anche quei brandelli di felicità che abbiamo ottenuto. Perché, per un'ironia della sorte, abbiamo sperimentato la gioia, la bellezza, il battito forte del cuore e la speranza spesso abbonata che tale stato breve potesse durare e rinnovarsi, perché se non lo avessimo provato non andremmo a ricercare, soprattutto nell'amore, quell'estasi la cui immagine negativa è sì il dolore, ma proprio con esso cercare una forma di dialogo con chi abbiamo perduto, ma non è morto se posso ricordarlo . Cosa dire dipende da quanta importanza possa dare a quel tutto, ma anche a quel niente, perché molti degli accadimenti personali dei miei ascendenti che hanno trapassato la storia non interessano ora nessuno. I valori sono cambiati e quelli che io chiamavo valori si sono stravolti. Ora ha valore il denaro, l'interesse, il potere per il quale si è disposti a tutto. Per dire invece tutto, o almeno tutto quello che ritengo sia opportuno dire, bisognerebbe credere non che la mia vita abbia avuto un valore, ma che la mia vita abbia avuto un valore da trasmettere e in definitiva non ne sono più tanto certa. Come meravigliarsi delle guerre, dell'odio, dello sfruttamento, quando il nemico è a volte a noi così vicino che sfiora la nostra essenza e che pertanto non possiamo analizzare lui, se non nel contempo analizzare noi, coinvolti nella stessa unità inscindibile? Né tanto meno possiamo difenderci, come faremo con estraneo. Potremo solo cercare di capire. E’ quello che tenterò di fare. Dentro la religione cristiana c’era il concetto di sacra famiglia, non a caso. Adesso è diventata un insieme contrattuale, è caduto l’alone sacro intorno alle figure di riferimento, come i genitori, gli anziani, i nonni. I valori legati alla famiglia sono diventati archeologia e noi, che in essi abbiamo posto la loro inviolabilità e li abbiamo applicati, ci sentiamo vecchi perché non ritroviamo sempre riscontri nei rapporti umani di oggi. In altre parole il IV comandamento è diventato archeologia. Scrivere non è dire, ma quando questa possibilità ci è preclusa, mettere per iscritto parte di quello che vorremmo dire rappresenta una forma di vicarianza (vedi NOTE) anche se inadeguata, perché privata della voce, dell’intonazione, dello sguardo, del rapporto fisico. Ma può portare a un decentramento che permette di cambiare prospettiva, punto di vista produttore di creatività, nonché di resilienza (vedi NOTE) che è una forma di vicarianza, se permette di superare il trauma. Anche se la scrittura può diventare un’aridità, popolata di chimere, che interagisce non con la vita, ma con la morte, la corrosione ironica e la sublimazione nostalgica provocano l’estraneazione da un mondo fatuo e insulso, per cercare una rinascita psicologica. A scrivere si può uscire dal flusso della temporaneità attraverso gli oggetti che sono consunti, ma che sono depositari dei valori del passato ed evocatori di ricordi, come cercherò di fare nel trattenere il significato di quelli che si perderebbero nell’oblio, se non li fissassi in me e li proponessi al lettore. Certo una carezza potrebbe dire di più di qualsiasi parola del mondo, ma la carezza svanisce con gli anni e allora abbiamo di nuovo bisogno delle parole, sono le nostre armi contro il tempo, contro la morte, contro l’oblio, contro l’infelicità; la vita che le parole conservano potrà aprirsi un varco fino a noi e magari oltre noi.

Vale la pena tacere?

Il silenzio è un niente, solo che lo si può riempire della nostra verità e gli altri della loro. In tal caso, magari quando non ci siamo più, quello che abbiamo vissuto, o parte di esso, potrebbe interessare i nostri discendenti se fossero alla ricerca delle loro radici, o se chiedessero spiegazione per qualche peculiarità del loro carattere che potrebbe avere origini lontane, o per qualche caratteristica fisica trasmessa dai nostri geni. Il mio nipotino potrà un giorno chiedere da dove vengono i suoi capelli biondi, i suoi occhi azzurri, dato che mamma, papà e due nonni li hanno scuri? Qualcuno gli dirà che sono caratteristiche della sua nonna materna? Tacerlo ora non vale la pena. Io almeno glielo scrivo, se mai un giorno gli capiterà di leggere questo scritto dedicato a lui. Ci sono però diverse forme di silenzio che si possono realizzare, quelle che la mia amica Anna Rebecchi chiama il silenzio come libertà. Libertà dai rumori della pubblicità, dalle parole inutili, dai frastuoni del progresso, dai consigli non richiesti, dai giudicatori degli errori altrui, dai pensieri dei perbenisti e dei noiosi. Libertà di lasciare in pace la nostra mente, l'anima e il cuore di spaziare dove, come, quanto le pare, nella propria bellissima pace caotica! C’è poi un silenzio che viene imposto come una forma assoluta di misconoscimento del tuo valore, delle tue ragioni, della tua difesa, della tua verità, da chi vuole sovrastarci con la violenza e non con la ragione, perché ragione non ha. Un silenzio che è morte, o meglio che lascia la vittima nella incapacità di reagire e anche di elaborare un lutto adeguato alla perdita. Questo silenzio è una violenza psichica. (vedi Note). Un silenzio non solo verbale, ma anche esteso alle altre forme di rapporto, quello scritto, quello espresso in uno sguardo, in un addio, in un perdono. Non c'è lama più tagliente che il silenzio!  C’è il silenzio in un rapporto finito perché non si usa più lo stesso linguaggio e parlare è inutile. Quello che trae le sue origini dall’inconscio, come rivalsa a un vissuto di cui rimane solo l’emozione e non il ricordo o solo il ricordo senza emozione. A malapena ho accesso al mio e in parte forse proverò a portarlo alla luce in questa sede. Di fronte a qualcosa che sfugge alla nostra comprensione, non sappiamo come comportarci; ci sentiamo in trappola, senza via d’uscita, impotenti e per prima cosa ci chiediamo: c’è qualcosa in me che non va e che ha fatto sì che la catastrofe si abbattesse senza preavviso alcuno? E’ un pensiero di retaggio cattolico nel quale la pena deve essere commisurata alla colpa. Per Raimon Panikkar ci sono quattro momenti del silenzio: Il soffocamento delle parole. Si tace nonostante si abbia molto da dire. Si tace per prudenza, per accortezza, per paura. Tale silenzio è un ammutolire. Esercita una violenza, mozza il respiro, impedisce il flusso della vita. Si tace per smarrimento, per inadeguatezza o per insipienza. Questo silenzio lascia atrofizzare e consumare il rapporto vivo. Nell’isolamento sta in agguato la morte. Si tace perché si avverte di essere alle prese con qualcosa di inesprimibile con la razionalità: fallisce il tentativo di tradurre l’indicibile in parole e concetti. Il silenzio è il silenzio della parola, la parola non è più presente, resta solo il silenzio. La sorgente dell’essere è il nulla dal quale la parola è generata, il nulla non è il non essere, piuttosto il non ancora. 1) Ma anche niente è troppo poco, si rischia di essere ricordati per qualcosa che abbiamo fatto, o non fatto, senza conoscere le nostre motivazioni. Allora è per avere il riconoscimento di un po' di verità che mi pongo questo quesito? E con essa un po’ di eternità relativa? Può essere. Del resto che cos’è un uomo se non un ricordo? A quel ricordo futuro io sto lavorando per il mio nipotino. Per alcuni dolori non ci sono parole a sufficienza, si può solo fare sì una scarna cronaca nella quale il non detto oltrepassa di gran lunga il detto. E’ quello che ho fatto finora, cercando parole che sfiorano appena il tutto o aprendo argomenti collaterali ove disquisire, senza mai esaurire con le parole le ragioni del cuore, in una ricerca di vicarianza emotiva dove rifugiarsi a sognare mondi immaginativi sostitutivi di realtà inaccettabili. O accontentandosi della sineddoche (vedi NOTE) al posto del tutto che non si può avere, o creando inganni della mente, o infine realizzare nel sogno il compimento di un desiderio irraggiungibile.

Il silenzio come un segreto.

La zia ti ha invitato a casa sua al secondo piano e tu sei corso per le scale, simpatico e sorridente, dove ti è stata offerta una caramella che hai accettato e mangiato: come potevi rifiutare qualcosa di dolce che però a te doveva essere proibito? Subito dopo hai chiesto alla zia di mantenere il segreto, accompagnando la domanda con segni di chiusura sulle labbra con le tue piccole dita messe incrociate a simboleggiare il giuramento. Sei sceso al primo piano, la casa del nonno, e poi sei subito risalito, invocando ancora il segreto. Eri certo di averlo ottenuto, perché alla domanda: “Cosa ti ha dato la zia?” hai risposto: “E’ un segreto.” Che lavorio nella tua testolina! Hai fatto qualcosa di proibito per te: (le caramelle non si possono mangiare) e per coprire il misfatto, invece che confessarlo, o negarlo, sarebbe stata una bugia, hai invocato il segreto, come compromesso morale. In una graduatoria hai velocemente stilato questo elenco: Ho mangiato qualcosa di proibito, se lo dico vengo sgridato, se non lo dico è una bugia. Se è un segreto non si deve dire. Già sai che alcune cose non si possono dire, e hai appena quattro anni, caro, piccolo, meraviglioso bambino! Il nonno si è insospettito e ha chiesto alla zia cosa ti aveva dato, lei ha confessato : ”Una caramella”. Lei ha tradito il segreto, io pure, tu no.

Anche la poesia lo interpreta:

Si dice che ogni persona è un'isola,
e non è vero,
ogni persona è un silenzio,
questo sì,
un silenzio,
ciascuna con il proprio silenzio,
ciascuna con il silenzio che è.
(Josè Saramago)

…. Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare
e il silenzio della città quando si placa
e il silenzio di un uomo e di una vergine
e il silenzio con cui soltanto la musica trova linguaggio
il silenzio dei boschi prima che sorga il vento di primavera
e il silenzio dei malati quando girano gli occhi per la stanza
e chiedo: Per le cose profonde a che serve il linguaggio?...
…C’è il silenzio di un grande odio e il silenzio di un grande amore
e il silenzio di una profonda pace dell’anima
c’è il silenzio degli dei che si capiscono senza linguaggio
c’è il silenzio della sconfitta
e il silenzio di coloro che sono ingiustamente puniti
e il silenzio del morente la cui mano stringe subitamente la vostra
c’è il silenzio che interviene tra il marito e la moglie
c’è il silenzio dei falliti.
(Edgard Lee Masters: da Le ali spezzate)

E poi scese il silenzio.
Non più lo sguardo disse d’amore,
né le mani recitarono carezze.
Non più voli di aironi,
né fremiti di ali.
Scese il silenzio: passero sperduto nella neve.


Il silenzio può essere detto in un’immagine, sotto forma traslata, che è come una stazione sulla via che dal silenzio porta alla parola. La musica lo esprime con lo spazio tra le note.

Cosa vale la pena raccontare di altre vite?

"E forse io solo so ancora che visse"

Per parlare d’altri a maggior ragione non tutto si può dire, anche se importante, perché tocca l'intimità inviolabile di chi ci è passato accanto, confidando nel nostro segreto sul loro conto. Per questo, pur avendo avuto il regalo di tante confidenze in trent’anni di psicoterapia, anche se con nomi inventati, non mi sento di tradire quanto depositato in me, con la certezza che mai avrei detto ad alcuno quanto confidato. Né si possono tradurre in parole emozioni troppo profonde che non hanno parole, ma solo un inenarrabile e inutile rimbombo del cuore, quando il corpo partecipa al dolore se l’anima non ce la fa più. Perché il corpo è la materializzazione della mente. Quante vite ben più importanti della mia sarebbero degne di essere ricordate ancora un po' magari attraverso gli oggetti che ci hanno lasciato e che hanno una risonanza nel nostro vissuto che è stato in qualche modo plasmato da loro: la nonna Emma, mia madre, mio padre, il nonno Enrico, le zie. Persone che ancora emergono dal passato, dall'inconscio, dal rimosso, a reclamare un ripensamento sulla loro pur grama vita e sul loro coraggio a viverla. Povera gente, minata al suo sorgere da eventi storici che l'hanno segnata (prima e seconda guerra mondiale) e dei quali ha dovuto subire conseguenze devastanti, che pure hanno suscitato reazioni umane oltre il limite del sacrificio. Potrei parlare un po' di loro nell'ordine in cui le ho esposte, senza pensarci, dando una priorità all'affetto che mi hanno elargito o non sarà a quello che ho provato per loro? In quest'ultimo caso l'elenco sarebbe molto più lungo, ma non tenendo conto di amori finiti o di persone perdute, dovrei ridurre il tempo che sono state da me amate. Se invece l'affetto che mi accompagna nella sicurezza di qualcosa che il tempo o la delusione non hanno scalfito e che pertanto sono vive dentro di me, allora devo esplorare per prima l'amicizia, non l'amore. L’amicizia è l’aspetto etico dell’amore. L’amicizia è anche amore, è una specifica forma di amore, che proviamo per una persona che si comporta in modo eticamente corretto, perlomeno con noi. Mi viene incontro subito Alma, con lei parlo quando vado nella nostra passeggiata lungo il torrente Fersina e insieme, anche se fisicamente lei non c'è più, ripercorriamo quello che avevamo chiamato "Viale del tramonto". A lei racconto le mie pene e i miei desideri, le mie piccole gioie, la speranza, o semplicemente il mio esistere e sento che lei c'è, non so se è in qualche parte nell'universo, nel mio sì, che differenza fa? Quando ad ogni primavera grandi macchie luminose di forsizie mi abbagliano, le gemme degli ippocastani stanno per esplodere, altri fiorellini spuntano nell'erba di un verde tenero, il torrente rotola impetuoso nell'ansia di andare al mare in un orgia canora di felicità, lei è con me, nel mio pensiero e le parlo comunicandole la mia gioia e le mie scoperte nella natura che si rinnova puntuale.

Sogno del 21.12.2011. Solstizio d'inverno. Sto cercando Alma a lungo, finalmente la vedo attraverso una finestrella che dà su una scala in discesa che porta a un locale sottoterra, una cantina o un bar. E' accompagnata dalla sagoma indefinita di un uomo. E' pallida e giovane con i capelli neri lisci discriminati al centro che ondeggiano al suo passo sicuro, come una danza. Anche il marito, assieme a una donna, la cerca, lei non vuole farsi trovare. Io aspetto che loro si allontanino e di nascosto mi avvicino ad Alma. L'abbraccio, le dico quanto è bella e mi meraviglio che non sia più sulla sedia a rotelle. Sono felice per lei. Temo che inesperta com'è, l'uomo che l'accompagna possa farle del male, illuderla magari, come si fa nell'amore. Lei mi risponde: "Voglio essere finalmente libera, libera da lui, che così non mi trova più." In lontananza il marito si allontana, senza saper che io l’ho trovata. E' più un'anima che una giovane donna, così diafana." Da anni gli auguri del Natale erano per noi auguri di buon Solstizio, perché entrambe laiche non volevamo accettare né quello che la Chiesa aveva fatto della festa arcaica del Solstizio, né ci toccava la corsa frenetica a enfatizzare il regalo come significato consumistico di qualcosa che il tempo e la storia avevano stravolto. Così dopo mesi che non la sentivo più, in un messaggio registrato sulla segreteria, ho pregato il marito di augurare buon solstizio ad Alma, certa che avrebbe capito. Ma non ero per niente certa che lui glielo avrebbe detto: non mi lasciava più comunicare con lei, né mi telefonava per tenermi al corrente del decorso della sua malattia. Alla fine è impazzita, ma sarà vero? O la sua pazzia era un modo per fuggire con la mente, dato che il corpo più volte aveva cercato di abbandonarla? E lui sempre lì ad assisterla, impedendole di vedere qualcuno, come un bravo marito, ma anche come un carceriere che può vivere solo facendo del male. Dolcissima lei, crudele lui. Avevo sempre saputo di quanto male la trattasse, con quante offese, forse con violenza fisica, geloso e possessivo verso una persona che considerava una sua proprietà, come un oggetto. Perché? Forse non voleva che mi confidasse cosa stava succedendo in quella casa, in quella coppia sado-maso. Alla mia telefonata sulla segreteria rispose dopo ore che Alma se ne era andata da un mese, rifiutandosi nel contempo di dirmi come e perché, ma chiedendomi perdono... Aveva fatto male a entrambe questo mostro di malizia e ne era contento. Ora sembra soffrire, ma io credo che sia perché non ha più la sua vittima da tormentare. Nemmeno un annuncio sul giornale, nemmeno un accenno, privata anche delle mie parole e del mio addio. Io sentivo di averla persa ormai. La mia amica non c'era più. Un altro affetto che se andava. Come ultimo saluto in sostituzione di un funerale che non ha avuto, ho dipinto il sogno e l'ho posto sulla parete della cucina.

sogno di Alma

Cosa vale la pena tenere?

“Soltanto nella parola la cosa è presente. La cosa si schiude nella parola e per questo resta in sua attesa: le cose urgono anzi verso l’uomo, affinché questi le nomini.”
(Max Picard)

Le cose parlano. Ci sono oggetti che conservo con amore e nostalgia, appartenuti a persone che ho incrociato nel mio cammino in una lunga vita e che avranno valore solo finché io ci sarò. Forse, come si dice, le anime di coloro che abbiamo perduto vanno davvero a rinchiudersi nelle cose inanimate. Assenti, finché non avvertono la nostra vicinanza e ci chiamano per farsi riconoscere, per farsi liberare dalla morte. Per questo parlarne o scriverne ha lo scopo di dare loro ancora un po' di esistenza. Non potrò esaurire in un testo, anche se dovesse essere lungo, la storia che gli oggetti che conservo sottendono o richiamano, dovrò quindi essere selettiva, ma non con un criterio razionale, bensì emotivo, come lasciando che essi vengano a me a parlarmi di chi me li ha lasciati o regalati. Bodei dice che gli oggetti non sono soltanto cose, recano tracce umane, sono il nostro prolungamento. Gli oggetti che a lungo ci hanno fatto compagnia sono fedeli, nel loro modo modesto e leale. Quanto gli animali o le piante che ci circondano. Ciascuno ha una storia e un significato mescolati a quelli delle persone che li hanno utilizzati e amati. Insieme formano oggetti e persone, una sorta di unità che si lascia smembrare a fatica. Subito avverto ricordi sereni ma anche dolorosi, perché sono stati tali o perché l'averli perduti suscitano il rimpianto e la consapevolezza che non ritorneranno più, tranne nel ricordo. Il passato non esiste come tale, ma solo finché, come me, lo si porta dentro, in quanto fa parte di quello che sono e quando riemerge è qui ancora a plasmare i miei pensieri e i miei stati d'animo. Finché ci sarò è con me, quando non ci sarò più, queste righe contribuiranno a farlo vivere in chi le leggerà. Secondo Enest Hemingway dalle cose che sono accadute, dalle cose che sai e da tutte quelle che non sai, attraverso la tua inventiva puoi ricavare qualcosa che non è una semplice rappresentazione, bensì una cosa assolutamente nuova, più autentica di qualsiasi altra cosa vera e viva: sei tu a darle la vita e se saprai farlo bene, le avrai donato l’immortalità. Ecco perché si scrive, per questo e per nessun’altra ragione. 3)

La nonna Emma e il nonno Carlo.

Tengo di lei, su una mensola in cucina, tre bicchierini azzurri e una bottiglia, che doveva contenere il vermut, da offrire nelle grandi occasioni. Sono un po' sbilenchi i bicchierini e non precisamente tutti uguali, perciò devono essere stati lavorati a mano. Sul fondo della bottiglia c’è un numero: 58, chissà cosa significa.

bicchierini della nonna

Era nata nel 1880 (e morta nel gennaio del 1957) in una famiglia di 11 figli che abitava in una casa nella storica via Maier di Pergine, detta Contrada Taliana, dove anch’io sono nata e ho vissuto per 23 anni in quattro case diverse, dove ho giocato bambina e che ho dipinto più volte.

la mia via Maier

Della sua infanzia e giovinezza non so quasi nulla. Nel portico allevava conigli e quando, colpita dall’Alzheimer voleva tornare a casa sua, era là che cercava di andare. Ha sposato mio nonno Carlo dal quale ha avuto tre figli che ha allevato da sola, in quanto lui è partito nel 1915 a 29 anni per la prima guerra mondiale sotto l'Austria, dopo essere stato riformato due volte come ho saputo dopo approfondite ricerche: era anemico, aveva un problema al cuore, un’anomalia al II e III dito del piede sinistro. E’ stato mandato al macello praticamente. La sua ultima bambina aveva 17 giorni. E nevicava. Era quindi il 30 gennaio 1915, proprio cento anni fa. E' caduto in Siberia. Aveva lavorato presso la rinomata falegnameria Rizzi di Pergine e di lui mi è rimasto solo un armadio costruito per la loro stanza da letto quando si sono sposati e una fotografia dove indossa la divisa della banda di Pergine nella quale suonava il clarinetto. Ho sovrapposto la sua fotografia al suo armadio, che è per me simbolo (vedi NOTE) della sua esistenza.

armadio del nonno Carlo

Di lui mi rimane anche il nome, come primogenita mi hanno chiamata Carla, per ricordarlo. Non solo, ho un’anomalia cardiaca forse ereditaria. Vorrei saperne di più, per farlo un po’ ancora rivivere. Quello che non so dire è cosa avrà provato questo povero grande uomo al freddo, a combattere una guerra non sua, con una divisa austriaca, malato, con moglie e figli lontani. Quello che so è che nella sua ultima cartolina postale per un equivoco molto banale (aveva ricevuto la foto dei sui figli con accanto la cognata e non sua moglie) dedusse che la sua Emma non c’era più. Morì con questa convinzione probabilmente. La nonna Emma e sua sorella, quando il marito era al fronte, per dichiarare la loro italianità, mettevano in testa a ognuna delle figlie un fiocco verde, o uno bianco o uno rosso e poi andavano in passeggiata tutte assieme. Secondo me era un atto rivoluzionario che però non poteva essere punito. La nonna ha fatto la lavandaia per dar da mangiare ai suoi bambini e raccontava che l'inverno doveva rompere il ghiaccio della roggia prima di lavare i panni dei padroni che avevano un panificio, ma che pagavano in solo pane il suo lavoro. Soffrì due guerre, entrambe tragiche: nella seconda si alzava alle cinque del mattino per fare la fila fuori dalla macelleria nella quale prelevare con la tessera un po’ di carne e aveva uno scialle, non un cappotto. Non aveva pane bianco, né nero da dare a mio fratello che glielo chiedeva, né la torta di rose, sua specialità, quando la quantità di burro necessaria a farla glielo permetteva. Tanti altri ricordi mi assalgono che necessiterebbero di un libro a parte, ma che trattengo in me, come una rimembranza intrisa un po’ di una pena che non ho potuto alleviare, pur amandola come una madre. Il suo grembo è stato il mio secondo nido, il suo grembiule odorava di tabacco S. Giustina, che fiutava, ponendone una piccola quantità sul dorso della mano. Conservo ancora la sua tabacchiera. Forse anche per questo io fumo? Dal collegio le scrivevo poesie piene di nostalgia e anche lei soffriva della mia lontananza. Perché mi viene un nodo in gola a ricordare? Ecco la pena. Perché fu il secondo abbandono, dopo quello di mia madre, in quanto al ritorno dal collegio lei non era più come prima: a stento mi riconobbe, aveva l' Alzheimer.

Della nonna ho anche una madonnina bianca, posta sul comò antico e anche se non sono credente è per me l'oggetto che da bambina vedevo ogni giorno e al quale avrò pur rivolto qualche preghiera.

madonnina della nonna

Una fotografia mi ritrae con lei seduta su una grata del cortile del palazzo del conte Crivelli nostro dirimpettaio e grande proprietario terriero. Inevitabile percorrere come lui i ritmi della terra: i carri del fieno, la trebbiatura del grano, l'uccisione del maiale; ma non condivideva i prodotti, anche se noi eravamo i poveri che nemmeno salutava.

Ho smesso di scriverne per giorni perché un ricordo mi rincorre ed è tanto triste quanto significativo per me bambina. Non volevo leggere il libro Cuore assegnatomi come compito, perché mi faceva piangere, ma non dissi il perché, allora la mia nonna, sempre tanto cara, quel giorno mise in un sacchetto marrone un paio di mutandine e un bustino come si usava allora e mi accompagnò davanti al portone dell'orfanatrofio, suonò o finse di suonare la campana, per lasciarmi là.

Palazzo a Prato delle orfanelle in via Maier

Io stetti in silenzio e aspettai, finché lei non mi riportò a casa, perdonandomi "per questa volta". Il significato di quella spedizione punitiva mi insegnò però che se non ubbidivo io sarei andata tra coloro che erano orfani, eppure una madre e un padre li avevo, solo che non avrei potuto tornare da loro. Quel giorno, davanti all’orfanatrofio, imparai però anche un’altra lezione: dovevo studiare. La nonna me l’aveva impartita in modo indiretto, diremo oggi in modo subliminare e io la applicai tutta la vita e ancora oggi lo studio e la conoscenza continua ad affascinarmi. A sostegno di questa forse errata tesi, per un capriccio o una rispostaccia fui cacciata dalla zia dalla cucina: "Vai a casa tua" disse, io restai nella sala, accanto alla porta e per la prima volta piansi sottovoce. Avevo otto anni. Da quel giorno il mio pianto fu sempre silenzioso. Ancora non potevo tornare dalla mamma e questa convinzione legata all’abbandono primo mi accompagnò per tutta la vita, né fui mai smentita peraltro, perché nelle mie scelte e nei miei momenti significativi lei non c’era, ma nemmeno io la cercai, dimostrando quanto siamo incatenati al nostro passato che ci forma quasi irreversibilmente. Se la vita vera è quella che ricordiamo, c’è da chiedersi perché ricordiamo prevalentemente il dolore invece che la gioia? O meglio, perché è forse più il dolore a strutturare la nostra personalità, che il bello che abbiamo avuto e che fatichiamo a portare alla luce, come fosse scontato averlo goduto, anche se esso pure deve averci formati? Forse abbiamo imparato dal dolore molto di più che dalla gioia, ma non sono tanto sicura di questo, perché ci sono persone ottimiste che non hanno avuto una vita facile e persone che vedono sempre nero, eppure non hanno sofferto un granché. Ogni volta che abbiamo paura o temiamo di non farcela, se guardiamo attentamente ci accorgiamo che la causa è il ricordo di una paura o di una difficoltà passata. La nonna è da salvare perché il bene che mi ha dato è stato di gran lunga superiore a un unico errore che non poteva prevedere fosse così incidente nella mia storia, ma che forse faceva parte del mio destino che attraverso lei doveva compiersi. E con lei sono da salvare quei pochi oggetti che me la ricordano. Un pensiero particolare a lei, oggi, (16 gennaio) anniversario della sua morte, e una nostalgia per il suo abbraccio caldo. Per altri ricordi invoco il segreto e trattengo in me il peso del non detto.

Il nonno Enrico e la nonna Maria.

Mi manca anche la mano ruvida del nonno materno immortalato nell’unica fotografia che possiedo. Un uomo nato a Zava, un gruppo di case vicino a Pergine, da una famiglia di contadini con 10 fratelli, ha sposato la nonna Maria Lorenzini, con la quale ha aperto una trattoria, poi un albergo, che alla morte della moglie ha venduto, gli era rimasto solo un pezzo di terreno che ha lasciato a mia madre e che la stessa ha poi venduto a me affinché potessi costruire la casa in via Vigolana. Ecco perché le mie radici e i miei ricordi sono su quel fazzoletto di terra dove ho giocato bambina, dove raccoglievo uva e more di gelso, dove le pesche avevano un profumo e un sapore che non ho più ritrovato, dove adesso gioca il mio nipotino. Il nonno Enrico aveva fatto solo la II elementare, ma era dotato di una pacata visione della vita che lo portava a riflettere a lungo prima di rispondere a qualsiasi domanda. I medici lo obbligarono a scegliere se salvare la moglie o il primo figlio maschio in un parto allora difficile. Scelta faticosa e determinante: scelse la moglie, solo così poté nascere mia madre e poi noi. Si risposò, ma venne lasciato dalla seconda moglie e finì, lui contadino, a coltivare la terra di un altro, per poi morire a 84 anni.

La nonna Maria è morta per una caduta dalle scale, quando mia madre aveva appena 14 anni e quindi io non l’ho conosciuta, eppure mi ha lasciato qualcosa: le sue poesie, scritte in Moravia dove l’Austria aveva deportato gli abitanti di Levico nella I guerra mondiale e che per questo si sentivano migranti. Ne trascrivo uno stralcio, sopravvissuto al tempo:

Lamento.
Perché quando m’incontri per la via
Mi guardi con quell’aria diffidente
Con in viso un’impronta d’ironia
Com’io non fossi come l’altra gente?
… se a Levico venisse un poveretto
scacciato dalla terra ov’era nato
io gli darei il mio pane ed il mio tetto.

In Moravia aveva imparato il tedesco, al suo ritorno fece la cameriera al prestigioso Grand Hotel Imperial di Levico. Probabilmente fu merito suo se assieme a mio nonno aprirono una trattoria e poi un albergo. Forse non si sposò per amore, ma per riconoscenza, in una lettera scrive a mio nonno: Come promesso ti sposo, perché mi hai fatta tornare. Per ricordarla mi diedero come terzo nome il suo, il secondo è Enrica, per onorare il nonno materno. Anch’io scrivo libri e poesie, sarà ereditario?

Gli avi sono come molti esseri umani che hanno avuto le spalle larghe. Ho una profonda riconoscenza per loro perché hanno aperto sentieri che forse non erano i più facili, ma hanno permesso a noi di percorrerli. Non solo gli oggetti rappresentano la parte per il tutto, anche le fotografie, gli incontri, specie se sono gli ultimi; anche le parole, come le cose, si regalano, si lasciano, si rompono e si tengono anche per sempre, se si vuole, o se non si riesce a buttarle via. I luoghi sembrano trattenere i ricordi e li ripropongono quando li visitiamo: la mia via Maier è piena di memorie al punto che mi basta anche solo visualizzarla, non rivederla, perché gran parte della mia infanzia e giovinezza mi invada. Tutto è accaduto nei 23 anni che ho vissuto lì. Ma anche le parole, come possono essere carezze, possono anche ferire come proiettili o come lame che trapassano il cuore, che anche se ferito continua a battere. Le carezze, con il tempo impallidiscono come i ricordi e allora abbiamo bisogno delle parole, sono le nostre armi contro il tempo, contro la morte, contro l’oblio, contro l’infelicità; sono la luce che illumina gli esseri umani, sono il chiarore che ci circonda, e se si smette di parlare, ghermisce il buio irreversibile della depressione.

Io nonna.

Sono diventata nonna anch'io, ma non posso abbracciare, coccolare, seguire il mio nipotino, e questo è certamente un altro grande dolore. Così non sono in grado trasmettergli le cose importanti, quelle per cui vale certamente la pena vivere: l'amore, la fiducia, la speranza, l’onestà, la gioia. Né posso raccontargli la storia del suo papà, di com’era quando era piccolo e mio, ma soprattutto vorrei fargli sapere che ci sono e che potrei amarlo tanto. Come vorrei che anche lui mi amasse, come si ama una nonna e che di me serbasse un ricordo caldo che proviene dalle radici sulle quali è poggiata anche la sua esistenza. Radici di un’altra epoca, dove la privazione, il sacrificio, la povertà avevano la meglio sulla speranza di un rinnovamento che comunque c’è stato, malgrado la partenza fosse stata così difficile. Ha quattro anni a questa data e ho una immensa nostalgia di quello che non ho come spesso accade, anche se è strano, ma la mancanza diventa invece una presenza. Lo penso tante volte al giorno, specie quando per rilassarmi mi metto a respirare come un bimbo addormentato e in quel momento io sono con lui. Lo guardo e gli sorrido ogni volta che accendo il computer dove sul desktop ho messo una sua fotografia trasmessami da una cara amica, dove anche lui mi sorride. Vorrei tanto che lo sentisse in qualche irreale modo che forse un giorno gli racconterò. A questa data devo accontentarmi di averlo visto una volta soltanto per un'ora e di nascosto. E' difficile trovare parole per dire quanto è stato meraviglioso stringerlo, dargli la papa, accompagnarlo sull'altalena, sorreggerlo, perché non sapeva ancora camminare. Sentire la sua vocina, amarlo, toccare la sua pelle, sentire il suo calore, fargli sapere che lo amavo con lo sguardo, con il contatto, ma soprattutto con un infinita dolcezza che mi usciva dagli occhi, dalle mani e dal cuore. Quell'unico incontro è come una piccolissima prova di quanto avrei potuto dare e avere da questo bimbo un po' mio per una legge sia pure genetica, ma tanto pregnante e sconvolgente, per poi sapere che non avrei potuto ripetere l'incanto solo guardando le poche fotografie che feci quel giorno o dipingendo il suo ritratto più volte.

il mio nipotino

Mi rimane solo il ricordo e la speranza di poterlo rivedere. Perché so che nemmeno il silenzio è un addio, che l’assenza è un impedimento, o un’incapacità, o un’impossibilità.

Eppure avrebbe diritto a conoscermi.

Come lui avevano gli occhi azzurri mia madre, mio padre, le zie paterne, i miei quattro fratelli, la nonna Emma, il nonno Enrico e su 17 tra nipoti e pronipoti 14 hanno gli occhi azzurri, e naturalmente io. Forse che il gene da recessivo è diventato dominante?

II parte

E la felicità? Vale la pena ricordare la felicità?

Sì, se si trovano le parole, perché la felicità arriva all'improvviso anche nei momenti più bui, indipendentemente dalla situazione, tanto da sembrare spietata, da come ti investe, e anche se la desideri con tutti i tuoi sensi e ti sembra di meritarla a volte, lei non viene, non la si può creare; la serenità sì, ma lei è improvvisa come le onde o il vento. La si può però ricordare, in modo da credere che esista davvero anche se effimera, ma intensa. A ripensare sono stata quasi sempre sola quando lei è venuta a cercarmi o forse è una parte di me che non so richiamare a comando, come se disponessi di un qualche senso sconosciuto che spesso la natura riesce ad aprire o come se le lunghe elucubrazioni sulla vita e sulla morte mi indicassero invece di afferrare l'attimo, di sostare senza difese o progetti e di lasciarmi andare a penetrare nelle piccole cose dalle quali emana l'energia prima della vita, e lasciarmi investire, senza interferire con una realtà banale e a volte crudele, perché io sono viva ancora. Come quando è arrivata inaspettata per una telefonata di Giorgio, un amoretto lontano dei miei sedici anni che non sentivo da allora, e dopo aver parlato con lui per pochi minuti mi sono accorta di una emozione che chiamerò felicità. Ma soprattutto ho dovuto constatare che era tanto tempo che non mi sentivo così, deducendo quanto io sia stata serena, ma non felice! O come questa mattina che appena sveglia ho sentito una forza e una gioia di vivere che mi hanno portata a canticchiare tra me e me e poi a uscire e notare quanto anche la gente mi guardava in modo nuovo e mi sorrideva come se emanassi un alone di luce. In effetti, guarda caso, oggi è una meravigliosa giornata di primavera nella quale è fiorita anche la magnolia in via Tre Novembre. Più raramente ho sperimentato un’insonnia da felicità: sono stata così felice che era un peccato addormentarmi e sono stata sveglia per gustarla il più a lungo possibile, perché non ero certa di ritrovarla con la stessa intensità al mattino. E’ accaduto di recente quando attendevo di vederti, nipotino mio, per la seconda volta, in una notte insonne nella quale pregustavo l’incontro e quello che avrei provato, in una fantasia che poi non ha avuto piena conferma nella realtà, dove l’immaginazione aveva seguito percorsi diversi anche se intensi. Sì, ho passato la notte insonne da felicità. Mi ripetevo più volte quello che ti avrei detto dandoti un regalino che aspettava da tanto di passare dalle mie mani alle tue manine. Ignaro del traffico segreto che c’era sotto il nostro incontro, allegro e carino, sei venuto a trovare la zia. C’ero anch’io, ma non hai saputo chi ero, non ho potuto dirti che ero la tua nonna, né tu hai chiesto chi fossi. Ti ho trovato molto cambiato dall’ultima fotografia che possiedo. Non solo i tuoi capelli biondi erano tagliati a zero, privandoti, secondo me, di parte della tua bellezza, ma l’espressione e le mossette di un bambino di tre anni ormai erano cambiate. Mostravi una sicurezza e una disinvoltura che avrei attribuito a un bambino più grande, come se avessi perduto parte della naturalezza, dell’innocenza forse, che pensavo di trovare ancora in te dopo quel primo incontro. Ti ho preso sulle ginocchia, ti ho chiesto e dato un bacino, lo hai fatto guardandomi con quegli occhi azzurri che assomigliano ai miei, ti ho detto che sei un bel bambino e che ho saputo che sei anche molto intelligente. Orgoglioso mi hai fatto vedere due tatuaggi, uno sul braccino sinistro e uno sulla gamba destra. Ti ho chiesto se si potevano togliere e hai detto di sì. Volevi andartene subito, forse perché ti scappava la pipì, ma non hai ammesso di avere quel bisogno, anzi lo hai negato come se ci si dovesse vergognare di andare in bagno. Ti ho trattenuto ancora un po’ dicendoti che avevo un giochino per te. Hai risposto che giochi ne avevi. “Questo non ce l’hai di sicuro” ti dissi e ti consegnai un piccolo cestino di paglia, ti aiutai ad aprirlo e ne estraesti un sassolino nero sul quale avevo scritto con il pennello: “Con amore.” Ti dissi che era un “sassolino magico” e che ogni volta che desideravi ottenere qualcosa ”con amore” avresti dovuto esprimere il desiderio e battere con il dito sul sassolino dicendo “La la”. Tu non sai che Lalla era il diminutivo con cui mi chiamavano da bambina e non potendo dirti che sono tua nonna, ho usato questo stratagemma. Spero che ti ricorderai di questo magico gioco, e che con esso ti ricorderai di me.

Se fossi riuscita però a tenere in me i momenti felici, gli amoretti lontani, le emozioni provate nei rapporti che sono finiti male, invece che dimenticare e distruggerli con la mia indifferenza, per difendermi dal dolore, potrei definire la mia vita anche molto felice. Certo non riassumendo lunghi periodi in una sintesi che dava importanza a tutto un percorso e anche ai sui fallimenti, ma eliminando il tempo, riuscire a godere degli attimi che hanno avvolto di magia, di fantasia e di batticuore quella che ero e che sono finché li trattengo in me. Un po’ come il ricordo del sole, se non proprio il sole, come dice Il piccolo principe. Sì, vale la pena almeno ricordarla la felicità, perché nessuno può toglierci quel che abbiamo vissuto, è nostro come l’amore dato a un figlio, infinito nelle sue tante sfaccettature fatte di tenerezza, impegno, fisicità negli abbracci e nelle cure, meraviglia nel vederlo crescere in affettività e intelligenza, con scopi da raggiungere insieme o facilitazioni perché li raggiunga da solo. Pure lacrime, sì, ma di preoccupazioni e fatte d’amore anche quelle. Se tutto questo e tanto altro è accaduto a me è perché ho amato e sono stata amata. Sono stata felice per lungo tempo e non voglio dimenticarlo. Però non voglio che anche nel mio cuore e nella mia mente subentri il rancore, non lo reggerei, voglio solo il ricordo, quello è mio, l’ho inglobato nel mio essere, perché comunque gli ho dato la vita, come facendo lui un figlio, ha permesso ai miei geni di manifestarsi anche in chissà quanti aspetti del suo temperamento o delle sue aspirazioni. Il vero dono però non è la cosa, ma l’altro, il vero dono della nostra vita sono le persone. Essere pensati è il vero dono, è ciò che ci fa rinascere.

La felicità è…

Proprio ora che la polvere del tempo si è poggiata sul mio viso disegnandoci qualche piccola ruga, capisco che la felicità è fatta di piccole cose, ma preziose e che la felicità ha molte ricette, il trucco sta nel condividerle. Ad esempio il profumo del caffè, al mattino, non è un piccolo rituale di felicità? Come lo è il chiudere gli occhi e lasciarmi baciare dal sole di primavera, osservandone e annusandone quel profumo che riporta a galla emozioni sopite.

Felicità è anche fare una bella passeggiata, leggere all’ombra di un albero, perché rilassa e libera i pensieri, l’incontro con un vecchio amico, un cane che ci fa le feste. Per essere felici bastano le note di una canzone, chiudere gli occhi e accendere i sensi, guardare una foto per annullare il tempo e le distanze.

Felicità è stupire con una carezza, un abbraccio, un bacio.

Felicità è capire che la vita va vissuta senza libretto di istruzioni, perché è capace di sorprenderti con momenti meravigliosi e irripetibili. Felicità è osservare un bambino che ti fissa sospettoso, ti valuta, cerca un senso nel tuo sorriso poi improvvisamente sorride anche lui (il sorriso di un bambino, acceca gli occhi).

Felicità è ricordare persone scomparse, persone semplici, speciali che con grande forza interiore ci hanno insegnato ad avere rispetto per tutti ed educato alla tolleranza. Felicità è essere consapevoli che il dono della vita è adorabile e soprattutto viverla in base alle proposte del destino.

Felicità è coltivare sogni che sono per l’anima ciò che per una piantina è l’acqua.

Felicità è raggiungere quella maturità che non ci fa invidiare nulla e nessuno e che non ci fa diventare più saggi, ma più attenti.

Felicità è pensare alle cose belle della vita, quelle che emozionano e che fanno tanto bene all’anima.

Felicità è non perdere tempo con l’invidia (non ne vale la pena).

Felicità è sorridere ad una persona, perché il sorriso è come un boomerang, perché contagia.

Felicità è recuperare un rapporto assopito da incomprensioni, con genitori o amici (non è mai troppo tardi).

Felicità è godere la giornata dall’inizio alla fine, assaporando il brivido dell’imprevisto.

Ma per provare la vera felicità, oltre a trarne piacere, bisogna anche dare piacere.

Un consiglio: Se sei felice non gridare troppo: la tristezza ha il sonno leggero. 4)

La felicità è lo stupore nella quotidianità delle piccole cose . E’ ricordare, visitando un luogo dove siamo stati felici.

Anniversario.

Ritorno al mio lago a rievocare il meriggio di un'altra estate, quando i miei sensi e i miei pensieri annegavano nel mare di infinito che mi avevi lasciato nell'anima, dove palpitavano tremiti di stelle in vibrazioni con mondi paralleli, e abbandoni tremanti a una pace mai prima d'allora raggiunta. Come allora non erigo barriere all’onda dolce che mi lambisce i piedi, creatura amica che accarezza piano, sempre più piano e più a lungo a ogni flusso che si ritrae lento. Quest’onda scandisce ancora il mio tempo: m'invade e mi svuota in brividi fondi. Come gemma gonfia di stille, o petalo arso di sete, ho ricchezza da dare, e bisogno di avere, la stessa di allora che attende una sua primavera.

Ridere è una cosa seria.

Sabato 4 luglio 2009 ho partecipato a palazzo Consolati a Trento al convegno dal titolo: “Ridere è una cosa seria”, alcuni interventi mi hanno colpita, mi hanno fatta riflettere, eccone alcuni stralci. In esso si è parlato anche del silenzio di Dio. Forse siamo in presenza del silenzio che ci fa rendere perfettamente conto di che strano animale sia l’uomo. Pretende che gli sia concesso il libero arbitrio e, nello stesso tempo, di essere difeso da Dio, facendo cancellare, in pratica, il libero arbitrio agli altri. Il silenzio non è mancanza di parole: il silenzio è mancanza di rumore. E allora, forse, questo silenzio in realtà non esiste, perché il rumore lo sentiamo quasi dappertutto. Lo troviamo in ogni luogo in cui un uomo impone la sua violenza su un altro uomo. In questi casi mancano forse le parole, ma il rumore c’è ed è forte e assordante come una sirena d’allarme, stridente, ci lacera cuore, cervello e anima: esiste nelle morti dei bambini, nell’infanticidio, nella pedofilia, nel rendere schiavi donne e uomini, nel fare guerre e terrorismi, nell’essere razzisti ed xenofobi, nell’essere egoisti e nel rifiutare solidarietà, nell’affamare la gente, nel calpestare tutti i diritti altrui pur di mantenere il potere e di aumentare i propri guadagni. E noi ci rendiamo conto che è proprio nel male, quando a Dio imputiamo la latitanza, che ne vorremmo l’esistenza per un bisogno di giustizia. Invece certi uomini ti spiegano quanto può arrabbiarsi con te e punirti in maniera terribile ed eterna se non fai esattamente quello che loro dicono che lui dice di fare. Con un Dio così, ci sarebbe poco da ridere. Dovremmo essere noi uomini sul banco degli imputati, visto che la connivenza con i punti di riferimento della malvagità e con la cancellazione di riso e sorriso è una realtà che si è ripetuta troppo spesso. Perché, come ha scritto Albert Camus in L’uomo in rivolta, «l’uomo non è del tutto colpevole, poiché non ha cominciato la storia; né del tutto innocente, perché la continua». Come sarebbe la nostra civiltà se non si fosse modellata su una seriosità imposta? Se avesse preso come normalità la gaiezza e non la preoccupazione? Se non si nutrisse di quella graduatoria di colpe terrene e pene ultraterrene che ci ha angustiato fin da bambini? Se non si valorizzasse una cosiddetta “saggezza popolare” che si basa su detti come «Chi ride in gioventù, piange in vecchiaia»? Come sarebbe se il diritto alla ricerca della felicità fosse statuito non soltanto nella costituzione americana? E se questo diritto portasse con sé il diritto all’allegria, il diritto alla sconfitta, il diritto di avere diritti? Sarebbe tutto diverso perché i diritti collidono con schiavitù, guerra, caste, gerarchie.

Se non ci fosse il dolore, non ci sarebbe la religione. (Vito Mancuso)

Chi vuol farci credere che la vita è fatta per soffrire dovrebbe essere giudicato per crimini contro l’umanità. (Italo Cillo)

Ma anche ora, cosa vale la pena?

Strada facendo mi accorgo che sono tornata alla domanda iniziale: cosa vale la pena? che è certamente più dilatata, perché ingloba non solo il dire, il tacere, lo scrivere, il ricordare, il tenere, ma anche il fare o l'aver fatto. Ancora non lo so. Eppure il bisogno di scrivere continua a spronarmi per tirare le fila di un percorso denso di piccole e grandi emozioni, di progetti realizzati e non nei quali mi sono trovata a vivere digressioni dalla strada maestra, tracciata per me da altri, come fossero state altre mie piccole esistenze che ho cercato di esplicare senza andare fino in fondo in alcune: ho dipinto, scritto, ma non sono diventata una pittrice soltanto, ne una scrittrice soltanto, né una psicoterapeuta soltanto anche se l’ho fatta per 30 anni. Ecco i progetti, forse è lì che devo cercare il filo, ma quanti sono stati! Forse le varie identità che ho assunto in una forma alternativa e in parte parallela a quella di sposa e madre e insegnante che mi hanno portata fin qui e che rivelano il bisogno di avere a disposizione più vite, erano legate da una corda tesa dal passato al futuro. Da quella corda sono caduta a volte per poi risalire con un nuovo progetto, dimenticando forse la meta, se ci fosse stata. Oppure andavo cercando il centro di me stessa a cui collegare le varie esperienze, in un girovagare a volte sperduta in un bosco con tanti alberi che si elevavano fino al cielo, cercando di vedere in ognuno la foresta che mi circondava, per trovarmi poi nello stesso punto da cui ero partita. O invece non saranno stati tentativi per contrastare l’angoscia di morte? Il bisogno però di vedere la meta, che non fosse solo la morte, mi ha dato un senso di sicurezza nel percorso, mentre ero sostenuta dalla coscienza di fare la cosa giusta in quel momento. Coscienza plasmata dalla morale, dalla ricerca della felicità o almeno della serenità, ma anche dal bisogno di salvarla questa mia vita, intrisa da tanta solitudine. Che poi, cos'è la solitudine? E’ il mio terzo nido nel quale mi riscaldo con le sensazioni e i pensieri della giornata trascorsa e con la speranza che qualcosa succederà forse domani. Nel nido che mi porto dentro e che trascino anche in una passeggiata nella natura, nel rilassamento profondo, nel sogno, nel sostare incantata a guardare il colore del cielo, nel mio letto dove intraprendo un colloquio costante con me stessa, un parlare con un altro io che conforta, sollecita, incoraggia, sprona, critica, illude, come un saggio a cui fare ricorso nei momenti bui. Solo in questo spazio di tempo però mi sento completamente vera e nuda, mentre se esco da questo monologo per rapportarmi ad altre realtà che hanno saputo meglio o peggio di me non soccombere, le cui verità collimano o divergono con le esperienze vissute è come se dovessi indossare abiti di circostanza, cuciti per coprire in parte il mio più profondo sé. Gli altri: gli avi, le amiche, i parenti più stretti, gli assenti, che solo per poco ci sono passati accanto, ancora parlano dentro di me in una babilonia di voci urlate, o sommesse, di silenziose lacrime, di forza nella sopportazione, di gioie di quel presente, ora passato: una parola che serve ancora per consolarsi o per avanzare, un tutto fragile e caotico, ma sempre presente a ricordarci chi ci ha plasmato con amore, con una frase, con un proverbio, con uno stile di vita, con un tradimento, una bugia, una malignità, un'offesa, una violenza. Siamo tutti loro, nostro malgrado, secondo una discutibile legge di ereditarietà emotiva. La solitudine come monologo diventa a volte conferenza, deposizione nel tribunale della vita dove testimoniare il perché delle nostre azioni, dei nostri sogni, tribunale dove accusare chi continua a uccidere il bambino che è in noi, che si ripresenta ogni mattina a richiedere il compimento di un antico scopo e con esso di salvare almeno il desiderio che avevamo riposto in tutti i progetti di crescita e in quelli sempre tendenti a raggiungere la completezza. In questo caso la solitudine è anche creatività.

Hillman dice che se accetto l’idea di essere l’effetto di un impercettibile palleggio tra forze ereditarie e forze sociali, io mi riduco a mero risultato. Quanto più la mia vita viene spiegata sulla base di qualcosa che è già nei miei cromosomi, di qualcosa che i miei genitori hanno fatto o hanno omesso di fare, e alla luce dei miei primi anni di vita ormai lontani, tanto più la mia biografia sarà la storia di una vittima. Se invece l’organismo lavora alla costruzione del proprio veicolo fisico in funzione dell’esistenza futura, si candida a metafora del fato, che intesse disegni esistenziali destinati a spiegarsi nel futuro. Che futuro sia un altro nome per indicare il destino? e le nostre preoccupazioni circa il futuro fantasie del destino? Seguendo per un po’ anche questa ipotesi vado rileggendo vecchi testi che affrontano il problema del destino, in modo esoterico, non scientifico e nei quali si evince che siamo preordinati da un fato che deriva o dai nostri ricordi, incamerati nell’inconscio o da una vita che abbiamo scelto altrove in altre esistenze.

Dal mio nido interiore, o meglio dalla casa che ho costruito con tutta la mia esperienza, posso decidere di uscire, senza essere cacciata, in cerca di compagnia, perché i rapporti interpersonali ci obbligano a uscire dall’isolamento e a smettere di essere centrati solo su noi stessi. La condivisione di idee e sentimenti, la convivenza e il rumore, che mi costringono ad abdicare per un po’ a una me stessa più reale che si sottrae al silenzio, sfoderando però aspetti sociali che pure mi appartengono e che condivido con molti altri da me in "uno, nessuno, centomila" modi e che servono a distrarmi, non solo, anche a cercare brandelli di affetto, esperienze altre, motivazioni al vivere, cultura. Le relazioni ci permettono di scoprire altri lati di noi stessi, o vite coesistenti o parallele. Spesso in compagnia mi ritrovo ad aiutare gli altri con un ascolto, un consiglio, un augurio. Gli incontri si possono allora usare non solo per sviluppare consapevolezza, ma anche per allenare gentilezza, compassione, perdono, rispetto, pazienza. In solitudine, viviamo. In compagnia, recitiamo la vita. Ma la compagnia serve soprattutto a raccontarmi in una quasi giornaliera cronaca di fatti ed emozioni regalati a quanti sento come amici e che mi ricambiano della stessa intimità. Stare con gli altri è anche un modo per estrapolare da quell'identità che chiamiamo io, altri io che coesistono come ombre, pronte a concretizzarsi in modi di vivere esperienze diverse, come accade nei sogni, dove è depositata tutta la nostra memoria, o chissà, in universi paralleli dove possono esistere altre versioni di noi, come suggerisce, ma ancora non dimostra, la fisica dei quanti. O nella reincarnazione, come interpretazione di vite già vissute altrove. O nel linguaggio dei pianeti che ci regala l’astrologia, o nella resurrezione della carne, o nel dejà vu, o nella voce interiore che ci dice cosa fare e che gli antichi interpretavano come voce di un dio: il daimon, portatore del nostro destino. O ancora nell'amico immaginario che hanno molti bambini. Anch'io, dicevano i miei, da piccolina affermavo convinta che era venuta la signora Billi, per poi smettere, forse perché non creduta.

Trame.

Trame invisibili legano il presente al passato e forse anche al futuro. Si celano nelle nostre abitudini, nei nostri sogni, nelle nostre paure e operano a nostra insaputa, lasciandoci nell’illusione di essere liberi. Cause remote ci avvincono e ci obbligano a percorrere strade e sentieri spesso tortuosi verso una meta dove una scelta o un imperativo hanno deciso di condurci. Scopriamo la loro esistenza quasi per caso, perché un oggetto, una parola, un suono, un odore, un luogo ne svelano l’esistenza. Perché il tempo non può essere ritrovato con un ordine dato alla memoria, ma rivive solo attraverso la sensazione strana, spontanea, che proviamo, ritrovando un qualsiasi oggetto del passato. Sono invece la matrice della nostra personalità di cui il germe è nutrito o privato delle sue potenzialità. Sono il codice segreto dell’anima, il progetto iniziale, che a volte per anni abbiamo tradito, ma che non possiamo eludere per sempre, se non al prezzo di sofferte sensazioni di non-senso: come vivere la vita di un altro nella quale ci sentiamo stretti, inadeguati, prigionieri. Gli orientali lo chiamano Darma, nella nostra cultura lo chiamiamo destino, compito, missione, necessità. Nella mitologia ci sono gli dei preposti a dirigere il nostro operato per realizzare un loro progetto o capriccio. Sono fili intrecciati a tessere un disegno prestabilito con diversi nodi, difficili da separare per individuarne l’origine. Sono momenti d’illuminazione quelli che rintracciano il tratto percorso tra la causa iniziale e l’effetto, densi di significato, che ci avvicinano alla Verità e al Senso della nostra vita.

Fili invisibili slegati in una notte con lei.

"Tutto quello che vi è di disperso e di duro nella mia sensibilità proviene dall'assenza di quel calore e dalla nostalgia inutile dei baci che non ricordo. Chi altro sarei se mi avessero dato quella tenerezza che dal grembo sale ai baci del volto di un bambino?" 6)

La luce filtrava pallida dalle tapparelle appena alzate e andava ad annullare gradualmente la luce blu della lampada. "Sarà l'alba tra poco" pensai. Sentivo il freddo di chi ha passato una notte insonne, anche se la stanza era riscaldata. L'avevo fissata per ore, perché nel sonno non si strappasse le bende, compromettendo l'esito dell'intervento. Mi sentivo molto responsabile, ma non preoccupata, non c'era alcun pericolo. Si trattava solo di sorvegliarla amorevolmente; per questo potei lasciar spaziare la mente a ripercorrere in una notte una vita.. La donna che ero lì ad assistere e che giaceva addormentata in quel letto di ospedale era mia madre. L'odore che avvertii quando le accomodai le coperte non lo riconobbi come l'odore buono della mamma, a me era estraneo. Il profumo del tabacco da fiuto, di cui era impregnato il grembiule della nonna, era per me l’equivalente del calore materno. Tenerezza e rancore si susseguirono, scandendo con le ore gli anni passati, senza che l'uno riuscisse mai del tutto a superare l'altra: avevo lasciato fluire i ricordi, così, come si affacciavano spontaneamente, tanto c'era tutta la notte, e forse al mattino sarei riuscita a comporre il mio vissuto verso quella donna in un'edizione più definita, più chiara di quanto non fossi riuscita a fare in cinquant’anni. Poi la tenerezza cedette il passo alla tristezza: come erano invecchiate quelle braccia, come era invecchiato il suo viso, il suo ventre, il suo seno! Quella donna, mio malgrado, rappresentava per me l'archetipo della Madre amata e perduta; ogni amore che vissi portò l'imprimatur di quell'esperienza: mi sentii sempre abbandonata, anche quando fui io a lasciare qualcuno. E’sempre ambivalente l’amore per la madre? Certamente lo era il mio, o meglio, quando sentivo del trasporto per lei o avvertivo il bisogno di averla vicina, dovevo superare una specie di barriera emotiva eretta in un lontano passato sulla quale era scritto: "Lei non ti vuole". Doveva essere stata una convinzione infantile, costruita man mano negli anni in cui il referente materno era andato perduto. Rapide immagini si affacciarono alla memoria in quella lunga notte insonne, forse legate da un filo misterioso, fatto di amore, ricerca, nostalgia, delusione, rancore. Era da quando avevo poco più di un anno che non dormivo con lei, perché alla nascita di mia sorella fui portata a dormire dalla nonna, "per un po'", si disse, ma quel po' divenne sempre, perché mia madre aveva appena diciotto anni e nacquero molto presto altri quattro fratelli. Non poteva accudire da sola a tanti figli. Fissai le sue braccia, abbandonate sopra le lenzuola, e le rividi nell'atto di cullarmi: giovani braccia di ragazzina che aveva da poco smesso di giocare con le bambole; mi intenerii nell'immaginarla fragile e bisognosa, lei, di essere sostenuta da una mamma che non c’era più. Come poteva a sedici anni incinta, madre a diciassette e incinta di nuovo di mia sorella dopo tre mesi dalla mia nascita, pensare a me, piccola, bisognosa anch’io di una mamma? Così dopo qualche tempo fui avvolta dalla nonna in una coperta marrone e portata a casa sua. Forse era quello il ricordo più antico: ero triste, ma non piangevo, ero malata e non volevo andare in un'altra casa, ma ero troppo piccola per oppormi. Avrei potuto urlare, pestare i piedi, piangere almeno, invece rimasi solo triste, un atteggiamento che mi divenne abituale di fronte alla sventura. Ripensai poi al disagio provato nei temi in classe, quando l'argomento era "la mia famiglia", e quello più imbarazzante dell'incontro con i ragazzi a cui ben presto bisognava dire che non vivevo con i genitori, e così agli insegnanti, a tutti coloro che non capivano il perché del mio stato. Sempre dovevo dare una spiegazione e mi impegnavo a farla sembrare naturale, non sofferta. Invece la vivevo come anomala io stessa, come il frutto di una negazione, di un rifiuto, anche se motivato dalle circostanze. La scuola elementare era di fronte alla casa dove vivevano i miei genitori e ogni giorno, alla ricreazione, mi affacciavo alla finestra del lungo corridoio e guardavo verso la cucina dove viveva la mia famiglia, nella speranza di salutare con la mano la mamma. Succedeva poche volte. Un giorno non mi affacciai più. Avevo sette anni quando battezzarono l’ultimo dei miei fratelli, capii, quel giorno, non so perché, che non sarei più tornata a vivere con lei.

Lasciai ancora che i ricordi affluissero alla memoria in modo spontaneo indietro nel tempo, senza un ordine preciso: mi venne subito incontro una bambina dai riccioli biondi con un fiocco bianco in testa e negli occhi azzurri un interrogativo stupore per il meraviglioso. L’accolsi e la riconobbi, aveva un vestitino corto e ai piedi calzini bianchi e sandali rossi, cercava di attraversare un ruscello che scorreva nel campo del nonno. Mi ricordò la primavera, quando giocavo a “palla avvelenata” con le amiche o andavo sulla strada che porta al castello che sovrasta il mio paese a scorazzare per i prati. Quella notte tentai di ripercorrere la mia infanzia, alla ricerca di trame perdute che partendo da lei, mi conducessero alla donna che sono. Perché molti fili legano l’infanzia alla vita adulta e mi sembrò che passato e presente non fossero per niente distinti, l’uno continuava ad influenzare l’altro, e anche se non mi riconobbi totalmente nella bambina che ero, so per certo che sono una donna con dentro parte di quella bambina. D’inverno slittavo con il calesse sulla strada in pendenza vicino casa, poi infreddolita andavo a riscaldarmi i piedi nel forno della cucina a legna della nonna. Mi arrabbiavo quando spalavano la neve. A merenda mangiavo pane, burro e marmellata e di solito polenta a mezzogiorno. Ero povera, ma non sapevo quanto. Se ero triste mettevo il broncio, se felice cantavo e saltavo. Ora sono depressa o serena, raramente felice. Avevo due case, quella della nonna e quella dei genitori, dove andavo di tanto in tanto, anche se distava solo cinquanta metri. Andai in collegio a Genova per due anni, dove frequentai le scuole medie, tornai e ritrovai le due case, entrambe sempre meno mie. Ma lei non c’era, o forse c’era, ma non la ricordo. Fui salvata da un annegamento a tredici anni. Ora ho paura dell’acqua e un’attrazione misteriosa per il lago. Mi piaceva disegnare, adoro il blu pervinca, il colore degli occhi di mia madre, i fondi dei miei quadri hanno spesso quel colore, i volti delle donne che dipingo sono pensierosi e tristi. Mi piaceva scrivere, a 40 anni mi sono messa a scrivere. Mi sento vergine al fiorire del lillà. Tra i ricordi più teneri ho le mani del nonno materno, enormi e forti da contadino, che mi sostengono. In un uomo guardo prima le mani, poi lo sguardo, poi lo ascolto. Sono una donna realizzata e serena, che per crescere ha assunto diverse identità: figlia, nipote, scolara, sposa, madre, amica. Nella professione mi sono costruita con serietà, cambiando lavoro e mansioni, sempre però a contatto con gli esseri umani a cui impartire educazione e cultura o a cui dare aiuto. Non credo sia un caso che abbia determinato le mie scelte, ritengo che anch’esse “in nuce” erano presenti nella bambina che giocava con le bambole a fare la mamma, la maestra, il dottore . Rivivo l’abbandono di altre persone che ho amato. Per merito di gran parte del mio passato, o malgrado esso, sono diventata quello che sono. Ora potrei forse, senza rinnegarlo, ma comprendendolo, evolvere più libera verso la realizzazione di una me stessa più felice.

A undici anni mi innamorai di Mario, un ragazzino che assomigliava a Franco Interlenghi e che vedevo fuori dalla scuola, vicino a un arbusto di sambuco, il cui profumo mi riporta ancora a lui. Sentivo il bisogno di confidare a qualcuno quella nuova sconvolgente emozione, andai raccontarla a mia madre. Trovai un'amica meravigliosa, giovane, come era prima di diventare madre, comprensiva, pronta a capire senza condannare. Poi la persi di nuovo, lei non c’era al mio matrimonio, lei non c’era quando nacque mio figlio. Non venne. Invoco il silenzio sui suoi motivi. Si riscattò nel tempo sferruzzando per me un infinita serie di lavori a maglia e a uncinetto che ancora conservo come reliquie e che la rappresentano in sostituzione di quanto non l’abbia avuta. Malgrado la mia età, mi sento ancora piccola e sola quando piango all’esterno di una simbolica porta da cui sono stata cacciata o quando guardo da una finestra la famiglia di qualcun altro, alla quale non appartengo; sono piccola e sola quando avverto acuto il bisogno di un abbraccio, il calore umano di un contatto. Sono cresciuta a livello fisico, mentale, emozionale, ma quando mi sento con le spalle al muro, m’invade l’antica sensazione infantile di impotenza, di nullità e di colpa, la stessa che provavo quando i bambini non valevano granché e farli sentire in colpa faceva parte del sistema educativo familiare, scolastico e religioso. Se la mia vita dipende da qualcuno o da qualcosa che non riesco a modificare, è come se fossi stretta in quella antica coperta, in balia di qualche dio che non mi lascia via di scampo, perché non posso combattere contro di lui. Un dio che esiste solo dentro di me e che non mi permette di agire in modo diverso dall’accettazione di torti e ingiustizie subite, pena la colpa o il rimorso. Ma sono ancora una bambina quando sento l’odore del pane caldo, il sapore del caffè d’orzo, quando rivedo via Rusca la mia strada, dove prima degli otto anni ho sotterrato un tesoro, avvolto nella carta di una caramella. Quando m’incanto a guardare un albero in fiore o un tramonto. Quando la mia tristezza canta l’”Ave Maria“ di Schubert o la mia pienezza intona il “Te Deum." Quando aspetto che qualcuno mi aiuti o che mi chiami per la merenda. Quando appoggio il viso sul petto dell’uomo che amo e sento il battito del suo cuore sotto la mia guancia. Mi sento una bambina alle prese con le sue prime esperienze, interessata e creativa quando, spinta dalla curiosità frenetica di conoscere il nuovo, le mie energie si proiettano alla conquista del sapere. C’è una folla di bambine in me. Tutte, senza trovare parole, provano sensazioni, emozioni non espresse, sentimenti non verbalizzati; creano immagini che la mente adulta cerca di codificare per dar loro significato e forma e che la mano esprime filtrate con il pennello, dove i colori sono forze vitali, dotate di un loro emotivo linguaggio. C’è una bambina che dipinge i suoi drammi, la sua sofferenza antica, il vissuto della sua solitudine e dell’abbandono, ma anche la sua gioia di vivere ancora. C’è una bambina che sogna un mondo di giustizia e di pace. Ce n’è una furiosa che urla senza voce la sua ribellione contro la fame e la guerra e che fantastica di uccidere chi fa del male ai bambini, ai deboli, agli animali. La matrice della mia gioia, della mia sofferenza, della mia rabbia è stata impressa tanti anni fa, com’è stato determinato il mio modo di amare, il significato delle mie scelte affettive e professionali. L’esperienza, la conoscenza, l’evoluzione hanno sviluppato e potenziato il germe di alcune possibilità, ma ne hanno anche soffocato altre che nei momenti di bilancio esistenziale singhiozzano in fondo al mio cuore dove c’è un cimitero di bambine uccise. Quelle bambine spesso mi perseguitano: testarde e impertinenti reclamano promesse non mantenute, speranze di felicità deluse, voglia di giochi spensierati. Devo ucciderle quasi ogni giorno, per essere la donna razionale, matura e indipendente, disincantata e cinica, dedita al dovere e all’impegno. Eppure so che se non ritornassero nelle mie fantasie, cesserebbe in me la voglia di vivere e di sognare, di sperare, di amare, di immaginare, di dipingere, di scrivere, di creare.

III parte

I dolori più grandi sono quelli dei figli perduti.

Portava gli occhiali scuri e non c’era il sole. Camminava come spaesato o in trance per la lunga via Tre Novembre, l’ho visto in lontananza, lui non mi avrebbe notata se non lo avessi fermato. E’ un amico, gli chiedo “Come va?” Fatica a dirmi: “Mia figlia sta morendo, io non riesco a sta lì con lei”. Poi piange. Lo abbraccio per strada, non lo avevo mai fatto prima e lo stringo un po’. Non ho parole, ma un gesto vale più di tante parole. Mi trasmette tutto il suo dolore, lo sento rimbombare in tutto il mio corpo, il pensiero è latitante, la fisicità lo sostituisce. Dopo pochi giorni assisto a una commovente cerimonia laica con la musica di un violino vicino alla bara coperta di fiori bianchi, bacio i genitori, vestiti da cerimonia in blu e in nero per dare l’ultimo addio alla loro giovane figlia. Lo stesso giorno vado ai giardini sotto casa a chiacchierare con una anziana donna, seduta su una panchina con un libro in mano. Sembra non voler parlare, poi incitata su una domanda su cosa stesse leggendo, mi racconta stralci di vita: divorziata, malata, ha perso due figli. E' peggio di quello che è capitato a me, ma consolarsi con il male degli altri mi ha fatta sentire miserabile e nello stesso tempo contenta perché mio figlio invece c'è. Nella mia cerchia di amicizie ci sono ben dieci persone che hanno perso un giovane figlio, di cui tre sono figli suicidi, una è stata uccisa dal compagno, gli altri sono morti per malattia o incidenti. Come hanno fatto loro a superare il dolore? Non mi pare che lo abbiano superato, hanno più che altro eluso il dramma profondo e la lacerazione irreversibile della quale resta comunque la ferita o la cicatrice e hanno continuato a vivere con essa. Oppure hanno negato l’accaduto anche a loro stesse, tirando una saracinesca di marmo, come una lapide, su quello che non si può sopportare. Qualche genitore ha continuato a parlare della figlia mancata, un altro si dato al bere, un altro ha cercato nel sesso o nell’attività fisica estrema una compensazione, o una fuga, pensando forse di attuare un suicidio con l’alibi del rischio, non della premeditazione, per non turbare e responsabilizzare i superstiti. Tutto ha un limite e attuiamo le nostre difese per neutralizzarlo o per non riconoscerlo, quando tocca la parte più profonda del nostro essere che ha bisogno di silenzio, perché non ci sono parole per esprimerlo.

figli perduti

C’è un altro modo per perdere i figli.

Non la vedevo da un po’ di tempo. Ma è un’amica, per questo senza preamboli alla mia domanda: Come stai? mi investe con questa affermazione densa d’angoscia e di urgenza: “Ho perso mio figlio.” Piange. L’abbraccio, la stringo, sento rimbombare la sua pena in analogia con altre madri che hanno sofferto per perdite irreversibili. Ciò mi porta a percorrere con lei che parla le stesse strade alla ricerca di una causa che porti un sollievo agli eventi che l’hanno determinata e se fosse possibile a una soluzione o almeno a uno scopo da dare al dolore. Indago prudentemente: no non è mancato per un qualche incidente. E’ vivo. Forse questa perdita non è irreversibile: finché c’è vita c’è speranza. Noi proviamo a usare le parole contro il dolore, anche se possono caricarsi di un pesante fardello da trascinare nella vita, ma possono anche essere baluardi su vertiginosi baratri, quando ci opponiamo al loro senso distruttivo per resistere o per cercare altri significati a quanto appare come incomprensibile. Ulteriori motivi ancora sconosciuti o meglio soggetti ad un’analisi più approfondita mi porteranno ad ampliare quello che mi dice in una forma di amichevole anamnesi nella quale, scopro subito, alcune correlazioni con quello che anch’io ho vissuto e che mi porteranno a una risonanza strana, sincronica sia di alcuni eventi, sia dello sviluppo della sofferenza da violenta e impenetrabile, fino a una lunga ricerca del significato degli stessi. Quel figlio le si è rivoltato contro come se lei fosse il suo nemico più acerrimo a cui vuole far male, per i gusto di annientarlo, a costo, penso io, di distruggere l’immagine della madre che ha dentro di sé o, se vogliamo, all’altissimo costo di esercitare la stessa rigorosa repressione a cui sottopone il suo femminile personale. Nemmeno io so come possa riuscirci, non potrà negare a una parte di sé di esplicarsi, non dovrà farlo per i suo bene, perché non possiamo fare a meno di considerarci figli, emanazione ancestrale, non solo simbolica, ma fisica, emotiva, con un bagaglio di passato fatto di amore, tenerezza, educazione per tanti anni elargita per il suo bene. Che sia una parte di noi non è un modo di dire, è una pregnanza così reale che non si può fingere che non ci sia stata, ma nemmeno lui potrà, salvo distruggersi l’Anima. Quello che lei ha perso è una continuità d’amore che è iniziata da quando ha saputo di essere incinta e che si è brutalmente interrotta senza giustificazioni: il figlio che ha adesso è un’altra persona, lei ama quell’altro, non questo, anche se non amare non significa odiare. Questo ha bisogno di aiuto che non vuole più da lei. Lei ha dentro di sé è il ricordo di un bimbo fragile che si porta la debolezza che ha nel profondo che ora trasforma in violenza, perché sa di non essere nel giusto. “Chi è nell'errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza.” (Johann Wolfgang von Goethe) Rinnegare la propria madre è come abbandonare la propria natura profonda, in cui stanno la conoscenza, i sacchi dei semi, gli aghi di spine per rammendare, le medicine per il lavoro, l’amore e la speranza. In una parola è anche rinnegare la propria cultura. Sono passati giorni, ore, minuti dolorosi da quando non lo sente più, eppure l’intensità è la stessa, come una ferita che continua a sanguinare, perché non si rimargina ancora. Con il tempo assumerà una pregnanza meno angosciosa, io lo so, perché il tempo è una forma di misericordia. E’ passata dal percepire una ferita immeritata, uno squarcio nel suo cuore e nelle viscere, un'incredulità della mente che le diceva: "Non può essere. Perché? Perché?" Non riesce a dire quanto le sia costato accettare tanto dolore, non può, può solo cercare di capire il suo significato. Per questo me ne parla, questo vorrebbe forse da me, come se mi attribuisse il compito di analizzare una persona assente, imprudente e difficile compito, meglio considerare la diade, almeno in un primo momento, lasciando poi che gradualmente il vissuto di ognuno emerga per differenziarsi. Elaboro quanto mi dice in una forma che mi coinvolge e che, anche se non è terapia, chiamerò controtranfert. (Vedi NOTE) Fosse solo un abbandono lo capirebbe di più: quanti figli se ne sono andati all’altro capo del mondo e il divario fra le generazioni non è mai stato determinato come ora dalla tecnologia (telefono, Skype, E-mail) che salva i contenuti, ma esclude il rapporto fisico di contatto. Ma quello che non capisce e che non giustifica è l’odio e il rancore che il figlio prova nei suoi confronti e che ha manifestato in svariati modi per i quali in questa sede faccio appello al segreto. In una forma unilaterale però che non hanno permesso qualsiasi risposta da parte sua, imponendole un silenzio paralizzante che è quasi morte. Nelle lettere, che suo figlio le ha scritto e che mi mostra il giorno dopo a casa sua, il termine morte è espresso più volte, al punto che io sono costretta ad analizzare per lei, ma non con lei, una fantasia del figlio di matricidio. So che si può considera l’odio come soltanto un altro termine per dimostrare incertezza, paura, ansia. Ciò che si affaccia sotto la superficie è un appassionato bisogno di rassicurazione. E la paura che l’incertezza distruggerà l’intera struttura della nostra identità, l’auto comprensione e anche la comprensione del mondo che ci circonda. L’uccisione della madre ha da sempre rappresentato una delle azioni più gravi commesse dall’uomo: la civiltà occidentale, specialmente nelle sue matrici giudaico–cristiane, vede nella figura materna uno dei suoi pilastri principali. Quando è un’autorità parentale che è uccisa, qualsiasi cosa sia sacra circa il legame tra il figlio ed il genitore è violata. Il portare avanti, il nutrire, il provvedere a, costituisce l’essere genitori e rende santo il legame con il figlio stesso, per questo il matricidio è un crimine contro la santità di tale legame. “La dipendenza, creatasi nella prima infanzia, servirebbe a camuffare un eccesso di emozioni inespresse e spesso non identificate. La dipendenza è però soprattutto una patologia del legame con l’oggetto. Si potrebbe allora parlare di malattia delle emozioni, alla cui base starebbero sentimenti interiorizzati d’abbandono e di vergogna. E in effetti per molti la separazione simbolica dalla madre non sarebbe mai avvenuta; e l’autonomia non si sarebbe fortificata per carenze di certezze circa il proprio valore intrinseco. Il vero oggetto è proprio il legame, la relazione stessa, senza la quale prende il sopravvento un’insopportabile sensazione di vuoto.” 7) lo stesso Jung, ritenne che nella mitologia gli eroi devono distruggere le figure femminili spaventose, al fine di raggiungere la dimensione di uomo maturo. Inoltre, meditando sui casi di matricidio emersi dalla stessa letteratura, è giusto riflettere anche sul tipo di figura paterna riscontrata, che si è mostrata spesso scialba, quando addirittura assente o sconosciuta, o per converso, negativa e violenta, come è il caso del marito della mia amica. Per cui l’assenza di un simbolo maschile paterno cui poter fare riferimento, finisce per costringere il matricida in una relazione esclusiva e ristretta con la madre, dalla quale si sente dipendente e soffocato. Lo stesso matrimonio segna il passaggio da un’età adolescenziale a una adulta, un passaggio che si ha solo quando cessano i desideri del bambino di possedere la madre: quando cioè l’imago della madre è stata simbolicamente tolta di mezzo per far posto all’imago della compagna. L’attuazione di gesti drammatici di questo tipo, ma anche la sola fantasia di realizzarli, avviene perché il giovane non è riuscito a trovare in sé, o nel contesto sociale e familiare, strumenti che contengano le sue angosce. Sia Freud che Jung hanno sottolineato come la madre sia il primo oggetto d’amore, verso cui si sviluppa una dipendenza totale e conseguentemente un’ambivalenza affettiva Se essa è indispensabile come fonte di nutrimento e crescita, è in ogni modo necessaria, ma in una certa fase della vita una separazione da lei e dal potere che fantasmaticamente continua ad esercitare è altrettanto possibile. Indago su possibili cause remote che possono aver portato madre e figlio a questo stadio estremo. Ad una prima forse superficiale analisi dei fatti che hanno scatenato questa altrimenti inconcepibile situazione, questo figlio vuole ufficializzare un possesso e non ritenerlo invece un dono, come se non si fidasse di sua madre. Particolare importante, perché intacca la fiducia basica, quella primordiale appunto che un figlio dovrebbe aver provato nei primi stadi della vita. Ma non è certo solo questo. E allora il vero motivo che lo spinge in questa impresa è altro. Forse il problema è più profondo perché inconscio a lui stesso. L’inconscio, una realtà tanto concreta da localizzarsi matericamente nei geni e nella fisicità del corpo, inaccessibile alla coscienza e tanto impenetrabile da essere del tutto imprevedibile; un’intenzionalità spesso evidente, ma tanto sconosciuta da risultare chiara solo a posteriori. Le manifestazioni dell’inconscio assumono spesso un andamento casuale simile alle combinazioni del caso; seguono uno sviluppo imprevedibile e perverso, come solo la sorte sa fare, si impongono coattivamente alla volontà del singolo con la stessa forza cieca del fato. Inoltre presentano spesso un’insistenza ostinata, che talora si esalta fino ad assumere le forme di un accanimento fatale, in odore di persecuzione. L’inconscio ripropone più e più volte modelli esperienziali identici, con la stessa perseveranza con cui, talvolta, il destino ripropone le identiche esperienze. (Claudio Widmann) Se anche il mio inconscio avesse operato a che si manifestasse una situazione per certi versi simile alla sua, devo cercare in altri clamorosi e irreversibili abbandoni subiti da piccola e poi ripetuti nel corso della mia vita, come fossero un motivo di fondo che suona ciclicamente a propormi di superarlo. Ogni volta devo attuare strategie vecchie e nuove per resistere comunque, ma anche attraverso di esse realizzare quel nucleo di identità che “in nuce” mi porto dentro dall’infanzia, come se i precedenti distacchi fossero stati solo prove parziali in preparazione di un’ ultima grande esibizione. E’ anche vero che ho avuto ben tre figure materne vicarianti (la nonna e due zie) dalle quali la mia capacità di essere madre è stata certamente influenzata. Come più improbabile ipotesi penso anche: e se pure lui fosse solo una pedina mossa dal fato perché io realizzassi il mio destino? O sono forse io che realizzo il suo? Come se avessimo scelto dalla Parca Cloto questo tipo di vita?

Parche

A sostegno di un’interpretazione sulla funzione dell’inconscio ci sono recenti scoperte nella neurofisiologia: sono le cellule specchio. “Le decisioni sono prese prima che la coscienza se ne appropri e l’intelletto non ne è consapevole, anche se crede di decidere.” 8) E da altra fonte: “Poiché le informazioni sensoriali devono prima sottostare a una informazione preliminare, tutti gli eventi che emergono alla nostra coscienza devono iniziare prima nell’inconscio. Sembra quindi probabile che, così come aveva previsto Freud, i processi inconsci siano alla base di quasi ogni aspetto della nostra vita cosciente, ivi compresi la percezione, la creazione e l’apprezzamento di un’opera d’arte.”9) Ma anche i danni alla corteccia prefrontale possono essere responsabili di comportamenti impulsivi nei quali è alterato il ragionamento morale e ben tre regioni di detta corteccia ostacolano proprio il funzionamento morale. O un mancato collegamento al sistema limbico, sede delle emozioni. 10) Questo per supporre un qualcosa di fisiologico che giustificherebbe, poveri figli, l’incapacità a considerare immorale l’odio e le sue manifestazioni nei confronti di quanto di sacro ci sarebbe nel vissuto della maternità. Faccio allora appello anche alle mie conoscenze psicoanalitiche per aiutarla a dare un altro significato a ciò che le è successo. Mi racconta che nel primo anno di vita, dopo solo otto giorni di allattamento al seno, interrotto per una mastite, a causa di problematiche acute nell’intestino, per ordine dei pediatri, doveva alimentare il bambino con una dieta idrica per giorni, lei era per lui sicuramente una mamma che non gli dava da mangiare: nel suo inconscio c'è una madre inefficiente. O un seno inefficiente come direbbe Harry Sullivan. Deve aver introiettato la fame a cui doveva sottoporlo, anche se lei piangeva sopra il biberon pieno solo di camomilla o acqua, ma lui non lo sapeva, e soprattutto non può ricordarlo, ma nel suo inconscio è forse diventata una forza dirompente che giustifica il rancore, in tal caso il problema è pre-edipico. Ora pretende beni forse al posto di quella carenza che ha subito, li vuole come un diritto inalienabile. Lei non può dargli altre cose o denaro, al posto dell'amore, non ha più la capacità finanziaria per farlo e pure io ritengo che sarebbe comunque sbagliato compensarlo di quella fame diventata inesauribile, ma traslata sulle cose invece che sull'affetto. Tanto più che quel figlio non ha bisogno di aiuti finanziari. E’ ricco. Per quanto mi riguarda anche mio figlio ha avuto gli stessi problemi intestinali che continuavano a ripetersi, creati però nel mio caso dalla somministrazione di una dose di mannite che i parenti mi avevano consigliato di somministrargli per risolvere a meno di un mese dalla sua nascita un problema: non faceva la cacca da tre giorni e aveva un brufolino sulla guancia sinistra. Ho dato retta a quell’infausto consiglio, sono andata in farmacia, ho chiesto la quantità da inserire nel biberon, e gliel’ho fatta bere. La quantità ha detto poi il pediatra, chiamato d’urgenza di notte, era una dose da cavallo. Mio figlio sembrava morirne, rosso e teso e io con lui. Ebbe per questa causa sei intercoliti in un anno. Anch’io sono stata una madre che non gli dava da mangiare. Ero responsabile o forse colpevole almeno di superficialità. Un tassello di un mosaico di vissuti inconsci che ha tracciato un percorso di cui abbiamo subito entrambi le conseguenze a tanti anni di distanza. L’ interpretazione che le formulo e che ci accomuna l’ha un po' rasserenata, ma non le dà la possibilità di rasserenare lui, visto che non si lascia parlare, c'è solo da aspettare che la maturità o un’analisi psicologica lo porti un giorno a capire il perché delle sue azioni e soprattutto del suo odio. Anche per lui la vita è un viaggio della sua esistenza e come tale può diventare un’esperienza di creatività.

Vale la pena soffrire?

No, non ne varrebbe la pena, ma per farlo dobbiamo inventare delle strategie che neutralizzino il dolore o lo spieghino, è quello che sto provando a fare ancora con qualche successo. Julian Barnes spiega che cos'è il dolore. Analizza il processo dell'elaborazione del lutto dopo la morte della moglie. Racconta della complicità che sorge con altri dolenti, di aver continuato a parlare con lei tenendo in vita il loro linguaggio comune, dell'idea del suicidio che s'è affacciata prestissimo, e molto razionalmente. Il dolore ha bisogno della condivisione, mette alla prova le amicizie, rende egoisti, indebolisce più che rafforzare. Una morte può anche trovare una spiegazione, ma non getterà mai luce su un' altra; succede anche al dolore, che non spiega un altro dolore. Parla dell'arma che usa contro la solitudine: il lucido esercizio della ragione, che però non mitiga il senso di angoscia e di disperazione. Confessa di piangerla senza vergognarsi e di averla sognata per anni pur fallendo quando voleva evocarla volontariamente. L'ha amata così tanto da sostenere che è la vita ad aver perso con la sua morte. Cercando un disegno, ripete: «È solo l'universo che fa il suo mestiere».11) Il mito di Orfeo e della sua Euridice è un esempio del rapporto che abbiamo con l'abisso. Orfeo scende nell'oltretomba per riprendersi la moglie morta. Oggi le nostre possibilità di andare in profondità sono minori di una volta: per riportare alla luce motivazioni e significati possiamo solo scendere dentro i nostri sogni o i nostri ricordi. Quella metafora ci ha abbandonati.

Per la mia amica Anna Rebecchi “ogni perdita corrisponde a qualcosa che si è avuto, e non so dire quanto sono grata per tutti gli amici ed i nemici che ho avuto e perduto, per gli amici che si fanno accompagnare nei momenti in cui, anche giocandosi il tempo a sberleffi e battute, si costruisce una profonda intimità, dove cade ogni velo e bugia, e anche se è duro è bellissimo e potente: un legame finalmente di verità, umano. Eccome se vale la pena! E certamente ogni verità acquisita resta con noi, in tutti i giri che faremo e rifaremo. Vale comunque la pena.

Modi per affrontare il dolore.

In fondo cosa c’è di meglio, per non affrontare direttamente il dolore e la carica di emotività che comporta, che razionalizzarlo, trattarlo come se non appartenesse veramente a noi, come un banale argomento di discussione, un qualcosa per noi estraneo, come un microbo sotto al microscopio, su cui dissertare, come se in realtà non ci appartenesse? O ci appartiene così tanto che non resta come altra difesa che staccarsene emotivamente? (Santo Cerfeda) Sto cercando ancora motivi per capire, perché si può pure amare invece che rispondere con l’odio o il rancore di cui non siamo capaci, perché odiare chi si ama è la forma più distruttiva che c’è per sé e per colui che odia chi prima ha amato. Questo è un altro modo di affrontare gli eventi ed è sentirmi responsabile di quel lontano passato. Se anche mio figlio ha sofferto la fame nella primissima infanzia, posso fare qualcosa ora per quanto accaduto allora? Volergli bene, questo mi compete come madre di un figlio in difficoltà, dirgli che mi dispiace. Ma inoltrare la formula in modo che agisca su di me e quindi su di lui che appartiene al mio universo. Ci provo da giorni, da quando ho letto i tre libri di Joe Vitale, come se mi fossero venuti tra le mani con lo scopo di aiutarmi. Vedremo se funzionerà. Devo però salvare il ricordo della gioia che mi ha dato, perché comunque riempie il mio vissuto di madre e di donna in una vita che continua a esistere con il mio passato e solo perché ora la gioia non c’è, non è detto che non sia stata reale. Se fossimo capaci di non pretendere che la felicità resti eterna o si rinnovi, potremmo gioire ancora solo del suo ricordo e invece non sempre ci riusciamo, o almeno io non riesco. Posso magari immaginare che lui ritorni e affidare questo desiderio come a un ricordo del futuro. Posso immaginarla la felicità che mi manca e anche godere di quella che non ho. Una strategia nuova che sto sperimentando in questi giorni, dopo la lettura di un libro di Joe Vitale (Il metodo dei ricordi) è quella di creare ricordi nel futuro, come se gli eventi che desideriamo fossero già accaduti, dando avvio a una soluzione che vorrei attuata. E allora vedo il mio nipotino correre nel lungo corridoio di casa mia, vestito con dei pantaloncini azzurri, una maglietta bianca e un giubbino rosso senza maniche. Lo guardo felice, poi lo abbraccio teneramente e poi forte e a lungo: E’ venuto finalmente a trovare la nonna! Perché no? Lo uso anche per fingere di vivere il ricordo di un giorno in cui anche mio figlio era tornato e mi parlava sereno della sua situazione, mi abbracciava e mi diceva come una volta: “Ciao, ma”. Lo so, inganno la mia mente propinandole un vissuto che ancora non si è realizzato, assomiglia un po’ a una preghiera o a un’allucinazione o forse a una corsa verso universi paralleli dove ciò è già accaduto. Povera me, che devo abdicare alla mia intelligenza razionale a favore di quella emotiva! Ma chissà, forse funziona! Divoro a grandi passi anche un altro testo: Il segreto di Ronda Byrne nel quale posso esprimere i miei desideri e inviarli all’Universo. Provo anche questo metodo e attendo con fiducia le risposte. Ci sono per fortuna i sogni notturni, che sono per me l’altra faccia della vita, la forma più vicina all’inconscio nei quali tutto si realizza. Tutte le persone citate in questo percorso mi sono venute in sogno tante e tante volte. Non è solo la mia memoria che le ha richiamate, (Freud) forse portavano un messaggio, non solo un desiderio. (Jung). E anche i sogni premonitori. 1.Ho sognato che facevo il bagnetto nel lavandino della cucina a mia nonna che era una neonata. Le facevo indossare un pagliaccetto rosso e la tenevo tra le braccia. Pochi giorni dopo seppi che mia nipote aspettava un bambino da pochi mesi: nacque poi Anna Sofia, sotto il segno dei gemelli. (la nonna Emma si è reincarnata?). 2.La notte del 18 agosto 2010 ho sognato la mano possente del Padre eterno che stava per lasciar andare sul pianeta Terra un animella bianca con le ali, io gli dicevo:” Mollalo”. Un mese dopo che avevo fatto questo sogno venivo a sapere che la mia futura nuora era incinta.

sogni

Sognai pure dopo qualche tempo, quando già sapevo che avrei avuto un nipotino, che la mia futura nuora incinta mi diceva di toccarle la pancia, io le chiedevo: “Ma con la mano sinistra?” Lei rispondeva di sì. Ho dipinto entrambi i sogni, rilevando poi che il mio nipotino mi assomiglia nel colore degli occhi e dei capelli… Purtroppo ci sono anche gli incubi, ma, come dice Il piccolo principe, devo pure sopportare qualche bruco, se voglio conoscere le farfalle. Ma contemporaneamente chiedo alla fisica risposte scientifiche alla grande domanda: siamo figli del caso e della necessità? “Anche se per spiegare l’origine dell’Universo o quello della vita, invochiamo una mente onnipotente, finiamo sempre per fare i conti con le stesse forze fondamentali del caso o della necessità. Persino una mente onnipotente dovrebbe vedersela con loro. Un incessante tempesta termica fa vibrare gli atomi, e minuscoli ingranaggi molecolari estraggono l’ordine dal caos, senza uno scopo preciso al quale tendere, semplicemente seguendo le leggi della fisica. Piccolissime pompe, ruote dentate atomiche, catene di montaggio che si passano nuclei di idrogeno: le nostre cellule sono fabbriche in frenetica attività, brulicanti di ingranaggi chimici, grazie ai quali viviamo e pensiamo.”12) Mentre attendo che il mio computer si accenda, mi scappa l’occhio su un libro nella mia libreria dello studio che avevo letto tempo fa e che non ricordavo di avere: La biologia delle credenze di Bruce Litpton. L’autore dimostra in modo inequivocabile che non è solo il nostro DNA a determinare la nostra vita e la nostra salute. Il DNA è modificabile da ciò che crediamo; i nostri pensieri, le nostre esperienze e quindi l’ambiente lo può modificare al punto da cambiare le nostre cellule attraverso la membrana, vero cervello della cellula. Questa scoperta, mentre salva l’influenza del nostro inconscio, e ciò in cui crediamo, propone anche la possibilità di sviluppare atteggiamenti diversi nei confronti di esperienze del passato che continuiamo a credere condizionanti la nostra vita e non più correggibili. Anche il dolore che continuiamo a provare potrà essere modificato, sostituendo ad esso un approccio sereno alle situazioni che sembrano averlo creato. Bel lavoro da fare!

Regali

Di tutti i regali che mio figlio mi ha fatto, e sono stati tanti, specie quelli che mi ha portato dai suoi lunghi viaggi, sono cose che parlano di lui, raccontano una storia nella quale ero felice, per questo li tengo, come una dimostrazione reale di amore. Però quello che mi è più caro è una bambolina che aveva vinto in un gioco al luna Park quando aveva cinque anni.

bambolina in regalo

Ricordo che sempre a cinque anni ho dovuto uscire dal film Bambi, perché quando muore la madre lui si è messo a urlare. Allora, sia pure in una finzione che non gli appariva tale, non sopportava l’evento. Ora smetto per un po' di scrivere, il dolore non mi permette di continuare. Né troverei parole per esprimerlo. Forse domani. Oggi è la festa della mamma. Questa mattina io ho ricordato la mia, ponendo davanti alla sua fotografia in un minuscolo vasetto azzurro due fiorellini rosa, per ringraziarla di avermi dato la vita.

Alternative paranormali.

Posso pure realizzare creativamente il cambiamento del mio “punto di vista” perché la simulazione mentale di avvenimenti futuri pare che attivi le stesse reti attivate dalla rievocazione di avvenimenti passati. La memoria è un atto di immaginazione, noi ricreiamo il passato. Per sognare meglio il futuro? “L'uomo è una creazione del desiderio, non del bisogno.” (Dalai Lama) Consulto perfino le effemeridi e scopro che, quando sono iniziati gli eventi dolorosi, Plutone era a 5 gradi del suo segno in perfetta opposizione alla la mia Luna e al il mio Mercurio. I Transiti di Robert Hand per l’influenza di Plutone recitano: “sono veicoli di forze cieche e irrazionali, risultanti da impulsi primitivi ed infantili che non abbiamo affrontato nel diventare adulti. Queste forze non sono dirette al nostro bene. Ma se riusciamo a vedere entro noi stessi, saremo in grado di avviare una completa rinascita di energia e di efficienza nella nostra vita”. Interpello anche i King, antico oracolo cinese, con prefazione di Jung, la risposta è il numero 4: La stoltezza giovanile. Ancora, in un’alternativa del tutto irrazionale, sarebbe più facile prendere in considerazione teorie esoteriche per attribuirci la responsabilità di quanto accade nella nostra vita, come programmi scelti in un altrove prima di reincarnarci, per le quali le singolarità dell’esperienza si concatenano entro un disegno che trascende la leggibilità immediata; le incongruenze della vita si risolvono nel disegno imperscrutabile di un’anima invisibile. Il piano esistenziale di un individuo, così come egli lo esperisce in una vita, è solo un frammento del percorso lunghissimo che abbraccia tutta l’evoluzione dell’anima attraverso la catena di morti e rinascite. Ma se così fosse, io e la mia amica avremo sicuramente più pace e troveremo perfino una convincente giustificazione agli eventi, nonché un’indicazione per trasformarli nella nostra accettazione. So per certo che nella ricerca di spiegazioni ho letto molti libri, ho provato molte tecniche nella speranza che questo nuovo abbandono non mi perseguiti ancora. Bisognerebbe crederci, ma la mia mentalità esclude la fede che subentra solo quando non si hanno prove. Piccole prove le potrei desumere da coincidenze significative e inspiegabili dalla razionalità, dato che non siamo solo razionali, e dal grande bagaglio dell’inconscio personale e collettivo da cui traiamo esperienze altre che fanno riflettere.

Cosa vale la pena fare?

“Il lillà si riproduce attraverso i polloni, ogni pianta proviene dalla radice del genitore primario, e la prole vive anche se la madre viene a mancare, anche se non ha nulla da offrire, la progenie si sviluppa e cresce indipendentemente e continua a fiorire.“13)

Il niente lacera, il tutto è impossibile.

L’impotenza è terribile quando si raffronta con la forza del sentimenti. So che per capire la rabbia bisogna sapere cos’è la paura. Di cosa avranno mai paura, questi figli? O sono forse io quella che ha paura? Mi rincorre certo l’antica paura dell’abbandono, quello che ho vissuto come primario, della madre che mi ha lasciata andare e restare dalla nonna. Quello che mi ha impedito di reagire allora e che mi lascia ancora indifesa e in balia dell’angoscia sterile. Spesso è quello che nasce dal profondo che porta con sé la promessa del tornare a riveder le stelle, c’è un punto da cui risalire, come un grido, che altri possono sentire, e insieme attrezzare un soccorso. E mentre tocco con mano l’intensità della perdita, provo a difendermi dal dolore in una modalità che per assurdo diventa forza. Forza di sopportare, di vivere comunque, di trovare alternative alla sofferenza in forme anche creative. Bisogna andare avanti , magari senza più fretta, anzi dividendo i tempi in ore, minuti e le sensazioni in tattili, visive, uditive, olfattive per gustare una a una le sue particelle. Riempire la vita che resta con tutto il bene possibile e constatare che è ancora tanto. Come ho fatto oggi in un pomeriggio di sole, costretta a casa per un mal di gola: sentirmi all’aria nella mia cucina con la porta aperta sul poggiolo dove sono fioriti i gerani e il vento muove appena le foglie, gustarmi un caffè e la sigaretta, poi un cioccolatino, il mio respiro rilassato e il mio sguardo a rincorrere lo sfrecciare delle rondini libere in cielo. Perché anche distrarsi dal dolore è una possibilità. Pensare ad altro, frequentare persone, ascoltare una musica, canticchiare motivi allegri, giocare a Burraco, partire, leggere, sì leggere, è una delle attività che mi hanno sempre salvata. A leggere non si è soli, a scrivere sì. E intanto dedicarmi a un altro scopo, o meglio ad altri scopi, perché la vita è come un mosaico da costruire e mai finito dove ogni tassello richiede la sua giusta collocazione e il tempo per trovarla. Ci sono così tanti tasselli da sistemare a ogni età della vita, ma anche ogni giorno e ogni ora, ciascuno inserito in una graduatoria in base all'importanza che ha in quel momento e la graduatoria si stravolge da sola sotto la spinta di quello che si potrebbe chiamare destino o sotto l'urgenza di dare priorità a questo o a quel tassello. Anche le emozioni sono un mosaico e possiamo dare la precedenza a una o all'altra se decidiamo di soffrire o di dimenticare, di perdonare o di illuderci. Illuderci di essere l’artefice indiscusso della nostra vita, anche se siamo forse condizionati da mille situazioni vissute nel passato. Perché l’inconscio non è esclusivamente psichico, ma in bilico tra dimensione psichica e dimensione fisica, fra energia e materia, fra libertà e destino! Quanti settori avrà il nostro cervello, per occuparsi di tante faccende così disparate e sentirsi sempre (sempre?) un io indiviso e coerente con tutto quello che fa, e passi, ma anche con tutto quello che pensa? Perché i settori sono pure collegati da miliardi di neuroni e sinapsi.

Così come capita di nutrire timori paralizzanti, che in realtà sono soltanto quelli creatici da altri, oppure ricordi di paure passate che non dovrebbero avere più scopo di esistere nella via adulta. Quello che siamo è comunque il frutto di un’azione congiunta di almeno tre componenti individuali: quella genetica, quella rappresentata dalle nostre esperienze di vita, consapevoli e inconsapevoli, più una terza di natura essenzialmente casuale. Come ha detto Bruce Lipton le prime due sono modificabili. Inoltre nella nostra psiche non c'è un unico io: ce ne sono molti, spesso pure in conflitto tra loro, impegnati a soffocarsi a vicenda; e a volte quello che prende le decisioni non è né il migliore di tutti, né il più autentico, né il più reale. Capita di vivere per decenni inseguendo un desiderio o un ideale che in realtà appartiene a qualcun altro, e che perciò può produrre solo amarezza e frustrazione. Ecco perché è una gran fatica comporre il mosaico, e una pena, non sapendo mai del tutto cosa guida le nostre scelte, se il caso o la necessità, se la volontà o l’inconscio, se la libertà o il destino! Come scrive Albert Eistein : "Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere 'superato'. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. L' inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla." 14)

Programmi.

Come se fossimo sempre liberi di farlo, tentiamo invece di programmare la nostra vita, anche se spesso sono parziali sforzi per darci una mossa che ci aiuti a superare le difficoltà del momento. Nell'età verde della giovinezza avevo un sogno: volevo una vita vera, volevo essere certa che tutto quello che mi fosse accaduto non sarebbe stata un'illusione, né una menzogna. Avevo creduto che la verità fosse l'unica figlia della ragione e andai per lunghi anni a cercarla nella matematica, nella filosofia, nella storia, nella logica, finché non mi imbattei, quasi per caso, nella psicologia. Dovetti allora convenire che la verità aveva anche una madre, il sentimento e un nonno, l'inconscio, che, pur non lasciandosi facilmente avvicinare, sembrava tenere le redini di tutto quello che appariva come irrazionale per la logica, mentre era ragionevole per lui. Era comunque disposto a fornire valide spiegazioni alla luce di regole diverse, quasi appartenessero a una matematica nuova che usava simboli e sogni al posto dei numeri. Dedussi allora che la verità doveva ubbidire ai due genitori, che peraltro litigavano in continuazione, senza rendersi conto che per i motivi arcani, che solo il nonno conosceva, mi obbligavano a soccombere sotto il peso delle loro richieste. Per accontentare la ragione avevo sprecato tutte le mie energie sui libri, ero stata brava, logica severa e determinata. Per accontentare le esigenze dell'altro, non meno forte, avevo cercato amore ed emozioni, ma sempre avevo dovuto guidare una biga trainata da due cavalli che tiravano uno a destra e l'altro a sinistra come la settima carta dei tarocchi. Ero salita per brevi periodi in groppa ora all'uno, ora all'altro, per avanzare nella vita almeno un po', ma nel tempo trascorso a cavalcare, mi assaliva la sensazione che avrei dovuto tornare indietro a recuperare l'altro stallone testardo, rimasto fermo a giudicare l'inutilità della corsa. Così per anni, decenni anzi. Il guaio era che non avevo ancora capito quale fosse il percorso da seguire per raggiungere la verità, perché, presi separatamente, solo molto raramente ragione ed emozione galoppavano affiancati verso una direzione unica. Stanca di girare in tondo, ripetendo sempre gli stessi errori, lasciai le briglie e mi feci condurre. Fu una cavalcata emozionante attraverso praterie sconfinate, dove tutto poteva accadere e tutto poteva avere un senso. Andavo verso la verità più elevata e più profonda, andavo verso il Tao. E il nonno sorrideva sornione in ogni filo d'erba, in ogni uccello in volo, in ogni nuvola, carica di pioggia, pronta a trasformare il paesaggio nella suggestiva Tempesta del Giorgione.

Da adulta formulai un altro programma che ho poi cercato di realizzare e che trascrivo. Sono le cinque del mattino, l'alba sale sul lago e attenua le ombre della notte. Ho dormito cercando di ignorare il problema che mi disturba, ma so che ho bisogno di chiarezza e di programmazione. Spesso ho lasciato accadere gli eventi, senza forzarli, ma cercando solo di interpretarli. Però così è come se mi trovassi su una barca, in balia di un vento imprevedibile e manovrata da un mozzo pazzo che alterna manovre spericolate e brusche frenate sulle onde, senza per altro andare verso il mare. Ora sento il bisogno di riprendere in mano la mia vita in modo attivo, rifiutando di subirla. Per far questo ho bisogno di sapere cosa voglio, chi sono, cosa posso fare. Alle cinque del mattino sento la necessità di un valore che riguarda me stessa in modo più dilatato, un valore che incanali le mie potenzialità ed energie verso qualcosa di grande che serva a me e soddisfi molti; ma ancora non so dove andare. Forse verso il mare, dove vanno tutti i fiumi, o almeno verso un grande lago, purché sia io a remare con il mio carico di sogni ancora intatti: l'amore come disponibilità verso gli altri, l'abbandono dell'egoismo, la ricerca della compassione, la protezione dei deboli, la lotta per la libertà, l'anelito eterno verso la verità, la mia realizzazione come donna, la sintonia con la natura, il suo rispetto, l'estasi dell'equilibrio tra le mie forze e le energie esterne. Devo avviarmi, tra poco sarà sera.

Programma pittorico

E' un po' come iniziare a dipingere un quadro, sotto l'impulso di un desiderio di esprimere qualcosa, non sapendo bene cosa, e lasciarsi influenzare da una base informale di strati di colore dai quali ricavare una forma che muta, che appare e scompare e poi scegliere, come in una nuvola informe, il suo significato e poi aggiungere, togliere, ricomporre, mai completamente soddisfatti perché in quel quadro bisogna celare parte del senso e lasciare trasparire, ma non troppo, l'insoddisfazione e l'ansia che ha cercato di produrlo in una continua alternanza tra verità e finzione. Come nella vita. Come nella scrittura che pure ubbidisce a una necessità di ricerca, dove ogni parola ne trascina un'altra e in vero non so mai come si svilupperà il discorso o dove mi porterà l'utilizzo delle 21 lettere dell'alfabeto, dotate della inesauribile creatività di un prodotto sempre nuovo, anch'esso diretto da un qualche destino o necessità. O come le sette note che possono creare ogni sorta di melodia senza parole. Anche ora non so quale sarà la prossima parola. Oppure, quando si scrive qualcosa, ci si rende conto a un certo punto di non essere noi l’autore di ciò che si scrive, ma di essere solo il mezzo attraverso cui i personaggi della vicenda narrata vogliono venire alla luce. Sulle nostre spalle incombe il peso della scelta continua atta a risolvere enigmi, a dipanare situazioni per trovare fili da legare e nodi da sciogliere in una stancante scelta tra ragione ed emozione, tra piacere e dovere, tra passato e futuro. Il tutto e ogni sua piccola parte è una rappresentazione su un palcoscenico su cui siamo stati posti senza possibilità di fare le prove generali, provvisti di un manuale di istruzioni inadeguato e scaduto che la cultura ci ha consegnato, redatto da genitori impreparati anch'essi ad affrontare esami sempre nuovi. Vivere non significa attraversare la vacuità del nulla, ma piuttosto muoversi attraverso una rete di relazioni in cui ogni cosa esistente si lega all’altra, ognuna col proprio peso, il proprio spessore e il proprio carattere. Perché comunque se si guarda bene la vita, non c'è quasi nessuno che non sia fallito, perché la maggior parte delle persone fa proponimenti per il futuro, più che rivolgere lo sguardo indietro e fuori di sé, e forse la vita è soltanto un riuscire ad affrontare il fatto di fallire. Tutta la vita è una distrazione dalla morte. E comunque, come dice Paulo Coelho in Lo Zahir: Voglio morire vivo.

Ipotesi di libertà.

“Mi sembra presuntuoso affermare che un uomo possa determinare il proprio destino dall'interno. Quel che invece un uomo ha in mano è il proprio orientamento interiore verso il destino.” (Etty Hillesum )

Sono quasi le sette del mattino. Emergo dalle nebbie del sonno al richiamo di Sarò, il mio morbido gatto, che mi riporta ogni mattina alla vita con un tenero miao. Come farà a sapere l’ora? La sveglia suona fra tre minuti. Sosto ancora cinque minuti nel tepore del letto per recuperare i pensieri del giorno passato e formulare quelli di oggi. Mi gioco l'umore della giornata, se il dolore, dimenticato nei sogni, ribussa alla porta dell'anima per chiedere di soffrirlo, o se scelgo una speranza abbandonata ieri sera, come un vestito smesso dopo una festa, per agghindarmi di azzurro e con passo sicuro andare a cercare una piccola felicità. Scegliere, posso scegliere, anche se piove o tira vento, di vivere o di soffrire? A volte è un piacere, spesso è fatica scegliere ogni giorno, ogni attimo per sentirsi liberi: leggere o scrivere, uscire o restare in casa, essere allegra o triste, e ancora: lavorare o guardare il volo di una rondine, pensare o sentire, parlare o tacere, chiedere o dare, amare o odiare o essere indifferenti, desiderare e sognare o rassegnarsi e rinunciare. Tra queste polarità c'è un io stanco e confuso sempre a un bivio o a un crocicchio, alle prese anche con la necessità di trovare una motivazione a ogni scelta, per non pentirsi poi di non aver imboccato l'altra strada. Spesso sorge una sorta di consapevolezza che un'altra opportunità non ci sarà più o, peggio, che in realtà non c'era affatto un'altra strada, o che, anche se ci fosse stata, avrebbe portato nello stesso luogo. Il nostro irriducibile bisogno di certezze fa gridare il bambino capriccioso che c'è in noi, quello che vuole tutto e subito; l'educazione alla logica ci spinge alla ricerca di situazioni nette, bianche o nere, mentre la vita è tutta una sfumatura: la natura nasce e muore, l'amore incomincia e finisce, la notte si alterna al giorno e nell'aurora come nel tramonto si fondono dolcemente le polarità estreme della luce e delle tenebre. I sogni non realizzati, come boccioli da schiudere, sono i desideri repressi, e quelli vissuti sono la nostalgia del presente: così la mia vela barcolla tra un'onda e una bonaccia ed è presto sera. Eppure abbiamo imparato ormai che nel dolore c’è un po' di gioia e nella felicità un po' di sofferenza. Riuscire ad accettare in ogni situazione reale ed emotiva i due estremi, ci toglierebbe dall'angoscia della scelta, dalla fatica della speranza, dall'amaro del rimpianto, dal tedio inutile della nostalgia. Dal pozzo inesauribile del passato attingiamo ricordi, nel nebbioso autunno del futuro buttiamo speranze e, mentre il tempo passa, proiettati indietro o in avanti, consumiamo, senza gustarlo, il presente, unica certezza.

Con questi pensieri accarezzo lentamente il mio gatto, che chiude gli occhi, preso a gustarsi l'attimo dolce che gli dedico, quasi volesse indicarmi il suo segreto. Poi lentamente scendo dal letto e vado a compiere il grande rito del mattino: caffè macchiato freddo e sigaretta, piaceri inscindibili dalla luce rosa dell'alba che entra dai vetri della mia finestra. Con lo sguardo perso nel pallido azzurro del cielo, scelgo di vivere questa giornata con passione e impegno, come una lunga vita, protesa con tutti i sensi a cogliere in mille attimi sensazioni ed emozioni. Saluto i fiori e i passeri sul poggiolo, respiro profondamente l'aria del mattino, ascolto battere il mio cuore e provo a gioire del semplice incanto di sentirmi viva. Dimentico il passato, dimentico il futuro, vivo qui e ora in quest'istante, pregno di tutto quello che la vita mi ha dato e di quello che mi ha tolto ed è come scoprire un segreto. Provo a non scegliere tra un sì e un no, ma a prendere il sì e il no. In fondo si tratta di sostituire una "o" con una "e", di realizzare un'inclusione, invece che un'esclusione, che lascerebbe soddisfatti a metà. Ed è come scoprire un segreto. Infatti dove c'è l'ombra c'è il sole e l'altra faccia della luna è pur oscura, e il bianco sa di essere tale perché esiste il nero come dice il Tao.

Il mio Tao (anima e corpo)

Percorro così la mia giornata, cogliendo tutto con avide boccate e i minuti diventano giorni, le ore mesi o anni, il tempo si dilata e mi fa sentire ed esistere in una dimensione più reale e nello stesso tempo più fantastica che di negativo ha solo il rimorso per non aver gustato prima tanti anni, sprecati ad attendere il domani o a rimpiangere la giovinezza perduta. Che peccato! Nel pomeriggio al bar assaporo la freschezza dolce di un gelato alla crema con lo sguardo sulla vecchia via Garibaldi, brulicante di Trentini, che mi sembrano annoiati e tristi. Sento la calda carezza del vento, penso indolente al giorno che muore in un tramonto rosato di primavera; guardo un uomo, mi guarda; c'è pace, c'è vita e sotto più tenue, ma più diffuso un dolore inutile e una sterile nostalgia. Vivo all'unisono tutte queste sensazioni, senza voler scegliere quella a cui dare più importanza, perché tutto in un attimo è ugualmente importante. Se fosse l'ultimo minuto di una vita comunque trascorsa, forse sarebbe meglio guardare il cielo soltanto o gli occhi di un bambino, dove è stampato lo stupore per il meraviglioso. A sera sussurro: "Oggi accarezzami piano, come fosse la prima volta. Sofferma il tuo sguardo nei miei occhi, in silenzio, quasi a cercarvi l'anima; vi troverai la verità e la paura, la tenerezza e il pudore che accompagna questo genere di abbandoni. Ma non parlare, amore, so che lo chiameresti forse desiderio soltanto, mentre per me è un momento di intensità vissuta. Le parole, sai, sono mezzi inadeguati ad esprimere il sublime. Dammi nel silenzio il tesoro che hai dentro, prendi in silenzio il segreto che ho dentro, non chiedere cos'è.”

Cosa è valso la pena?

Quasi senza accorgermi trasformo ancora la domanda iniziale in una più sintetica rivolta al passato e la trasferisco al già vissuto. E nel contempo al futuro: cosa varrà la pena? Forse dovrò suddividerla nelle varie età della mia vita, perché la certezza di essere nel giusto quando da bambina cercavo cibo, affetto, sicurezza mi dava la spinta a raggiungere quello di cui avevo bisogno anche se non sempre lo ottenevo. Da ragazza cercavo amore, sapere, bellezza, indipendenza economica. Da adulta ho voluto la maternità è in essa ho cercato di dare amore, sicurezza, felicità a quell'unico bambino che ho avuto e per il quale ho penato tanto, perché potesse godere di tutto quello che io non avevo raggiunto. Da vecchia però sono ancora qui a chiedermi cosa è valso la pena, ma soprattutto cosa vale la pena ora, che tanti affetti se ne sono andati e quindi il contare su di essi non riguarda più il presente e men che meno il futuro. Costante è la paura della solitudine con l'aggravante di perdere gradualmente l'autonomia per i bisogni fondamentali. Più evidente è la paura della morte con la quale mi confronto ogni giorno e che mi fa cercare il senso di una vita ormai trascorsa, anche se in fondo la sperimentiamo ogni volta che il sonno ci sprofonda in una incoscienza molto simile a quella che sperimenteremo alla fine. E non abbiamo paura di dormire. Forse andiamo da qualche parte dopo che abbiamo abbandonato il corpo, ma non in un improbabile paradiso cattolico, meglio sarebbe in un Universo di energia che non sappiamo ancora codificare, ma che la scienza potrebbe un giorno fornirci. A volte penso che nella materia oscura sia iscritto quel senso che ricerchiamo, il significato dell'esistenza, o anche la risposta a quel bisogno di eternità che forse abbiamo scritto nei geni. Altrettante speranze ripongo nell'energia oscura. Io vorrei (utopica speranza) che la fisica dimostrasse che tutto il Male del mondo dipende anche da queste energie, ancora oscure appunto, ma che pare ci siano e che riempiono tutto lo spazio, quindi sarebbero anche qui tra di noi e quindi in noi. Perché c’è tanta violenza anche nell’Universo dove esplodono stelle, dove si creano buchi neri, dove si fagocitano galassie; come pure sulla terra dove uragani, terremoti e cataclismi fanno stragi dell’umanità. Cadrebbero in prescrizione le credenze che responsabilizzano solo l’uomo, ma anche quelle che attribuiscono il Male al demonio, che pure è stato creato dall’uomo per esonerare Dio di quanto di truce accade specie nella sofferenza degli innocenti. Dio sarà nato dalla volontà dell’uomo di alleviare la disperazione con l’introduzione della speranza che qualcun altro risolverà quello che non possiamo realizzare noi, dato che il dolore senza speranza è già morte?

Sì, la speranza, unita alla considerazione che quanto sta succedendo a livello infinitesimale tra madre e figlio è un problema di entrambi. Mentre percorrono una strada in salita avvolta dalla nebbia, che inciampano sempre negli stessi sassi, che non vedono la luce davanti a loro, né la pace, che non riescono a considerare l’amore del passato, né quello che potrebbero ancora avere e dare nel presente e nel futuro. Questi figli potrebbero dire semplicemente: “Mamma aiutami.” Queste madri potrebbero ancora sfoderare pena, perdono, compassione, speranza, comprensione. Perché “le cose non è che si dimenticano, è che a un certo punto non sono più vere” (Arianna Corradi).

Oppure ci sono altre possibilità, se parafrasando il comportamento di due fotoni, secondo le regole della meccanica quantistica “la mancanza di informazione sui percorsi implica un mondo schizofrenico in cui entrambe le alternative coesistono in una sorta di realtà ibrida. Ossia, non potendo stabilire quale fotone abbia scelto un certo percorso, dobbiamo considerare il mondo come costituito da tutte due queste realtà potenziali che convivono in una sorta di sovrapposizione spettrale.” 15) Sarà qui la libertà? Questo nuovo scritto ha il sapore di un altro progetto che vorrei portare a termine prima di morire, quasi una scaramanzia o uno svincolo laterale per aggirare quella scadenza sempre più vicina. Probabilmente il fatto che ne rallenta la stesura, ha a che fare con l’idea che sia l’ultimo, come se dopo non potessi più. O come se mi considerassi una monade posta in questo spazio-tempo che ha una funzione da compiere, cessata la quale tutto finirà come accade alle cellule del nostro organismo programmate pure per annientarsi quando non sono più necessarie o addirittura nocive. Chissà! Ma provo spesso però anche l’urgenza di finirlo, come se il tempo incalzasse e volessi comunque lasciare in eredità al mio nipotino questa sofferta elaborazione. Si alternano così periodi di lavoro e lunghe pause di riflessione senza scrivere niente, giocando con il tempo per dilatarlo o restringerlo a seconda che mi perseguiti l’idea della morte come vicina o lontana.

IV PARTE

il tempo

"Sento il tempo come un enorme dolore. Abbandono sempre ogni cosa con esagerata commozione. Sì, le cose buone della vita mi fanno male in modo metafisico quando le abbandono. Il tempo! Il passato! Ciò che sono stato e non sarò mai più." (Pessoa)

Sì il tempo ha sempre avuto valore per me nel senso di non sprecarlo nel fare cose inutili per la mia crescita o la mia serenità, a volte anche per la mia felicità, quando la intravedevo possibile. Ma soprattutto nell'investirlo per il bene di chi ho amato anche con l'inevitabile sacrificio di tutta me stessa. Ora più che mai ha un grande significato in quanto me ne resta poco, molto meno di quanto ne ho vissuto, da qui la domanda sempre più incalzante: cosa vale la pena? Mi viene in mente un quadro che ho dipinto e che rende l'idea, costruito su una serie di ombre degradanti da sinistra verso destra. Con l'ansia e la paura di arrivare dove arrivano tutti comunque, e senza la possibilità di portare con noi quello che valeva la pena.

il tempo

Dice Julian Barnes: “Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. Non mi riferisco alle varie teorie su curvature e accelerazioni né all’eventuale esistenza di dimensioni parallele in un altrove qualsiasi. No, sto parlando del tempo comune, quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano scorra regolarmente: tic tac, tic toc. Esiste al mondo una cosa più ragionevole di una lancetta dei secondi? Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere. Certe emozioni lo accelerano, altre lo rallentano; ogni tanto sembra sparire. Se da un lato a questo punto non posso garantire sulla verità dei fatti, dall’altra posso attenermi alla verità delle impressioni che i fatti hanno prodotto. È il meglio che posso offrire“ 16) Il tempo incalza e se avessi saputo che lo stesso giorno non si ripete due volte, le cose sarebbero andate diversamente.

E allora ecco che solo quello che abbiamo lasciato nel ricordo di chi ci sopravvive per un po' ancora si trasforma in una piccola eternità. Anche le parole hanno una loro vita, a volte più eterna della vita stessa. Oppure la scadenza del tempo si può trasformare, focalizzandoci sul presente, che pure è denso di passato, di futuro, di speranze per vivere qui e ora dilatandone la pregnanza. Come dice Emily Dickinson: L’oggi è il futuro di ieri e il passato di domani.

No! Tempo, non potrai vantarti ch'io cambi! Le piramidi che tu fai sorgere sempre più possenti non mi sono nuove né mi appaiono straordinarie: non sono che sembianze di cose già vedute. Breve è la vita, e perciò ammiriamo di più le vecchie cose che tu ci proponi, e che noi crediamo nate dai nostri desideri, piuttosto che considerarle ricordi tramandati. Io sfido, o Tempo, sia te che i tuoi registri, e non mi stupisco né del presente né del passato, poiché le tue vestigia e quanto ora scorgiamo sono falsi, essendo magnificati o avviliti dalla tua continua fretta. Questo è il mio giuramento, che manterrò: non cambierò, a dispetto di te e della tua falce. (William Shakespeare, Sonetto 123)

Si dovrebbe considerare il tempo come un dono e scegliere a chi donarlo.

La gru.

Vado dicendo, a chi mi chiede come va, per non tediare con i miei problemi, che ho installato nella mia camera da letto una gru virtuale per sollevarmi il morale ogni mattina. Ai più intimi dico che ne ho installate due: oggi non bastano. Una tristezza profonda mi invade, un mal di testa costante mi impedisce di pensare e so che niente vale la pena, rimane solo la pena della quale ho perso il valore. Potessi piangere sarebbe un sollievo, se non avessi paura che i singhiozzi mi facciano scoppiare il cuore. Il mio oroscopo del giorno recita: “La perdita. In questo momento devi cercare di eliminare tutto ciò che è superficiale a favore di quello che è invece essenziale. Non devi considerarla come una perdita, perché ciò che perdi da una parte, presto lo guadagnerai dall'altra. Per avere fortuna concentrati solo su ciò che è davvero utile, o meglio su cosa è essenziale,” che è ancora più difficile per i limiti temporali che il farlo comporta.

Piccole cose a rappresentare il tutto assente.

I lavori a uncinetto di mia madre, scialli e maglie che conservo gelosamente e ancora indosso sostituiscono le carezze e gli abbracci che non ho avuto da lei. Bevo almeno tre caffè al giorno a casa e lo verso in una vecchia e sgangherata tazzina che è una via di mezzo tra una tazza da te e una da caffè, ma me l’ha regalata mia madre tanti anni fa, ecco perché almeno tre volte al giorno la penso. Potenza degli oggetti!

Uno dei tanti lavori di mia madre - La sua tazzina

Conservo pure l’ultima sigaretta fumata da mio padre sulla croce rossa. Giovane uomo morto a quarantaquattro anni, io ne avevo diciassette. Cominciai a lasciare Dio che, se c’era, mi infliggeva quella doppia lacerazione. O lo lasciai perché Dio rappresenta il padre dell’uomo e io perdevo con lui entrambi, come dice la psicoanalisi.

Una finestra con i gerani, che stanno al posto di un prato o un giardino che c'è solo nel desiderio. O una piccola pianta che era stata delle zie e della quale mi è stato donato un germoglio che continua a crescere.

Al posto di un giardino - La pianta delle zie ottenuta da un germoglio

Cosa non vale la pena ormai?

La domanda sembra più facile perché riguarda le scelte libere o obbligate fatte nel corso degli anni. Soffrire troppo, non vale la pena, perché tutto passa anche il lutto, guardare troppo al passato, rammaricarsi per tutto quello che non abbiamo ottenuto, farsene un senso di colpa, sperare in progetti irrealizzabili, vestire firmato, rincorrere amori e amicizie finite anche se non ne conosciamo il motivo, non ne vale la pena. Meglio tacere, come è meglio non parlare della vergogna, uno tra i più devastanti sentimenti umani, che altri ci hanno fatto subire, non servirebbe a nessuno, nemmeno a noi stessi per riafferrare un passato trascorso e mai superato. No, della vergogna è meglio non dire. In molte parole espresse si sottende un silenzio che è come il segreto che non si vuole dare in pasto al lettore, come in opera d’arte dove il non espresso appare e scompare e difficilmente viene scoperto. Come nei miei volti di donne pensierose e tristi nei quali solo una persona fin’ora ha indovinato il loro vero significato. Il silenzio allora si può estendere su molti fatti e ricordi, anche se in fondo è una carenza, come lo sono i quattro esseri sacri definiti da Auden attraverso l’inesistenza: “Il Nulla, la Morte, l’Oscurità, il Silenzio”. L’intimità tra due persone si può raggiungere attraverso il silenzio, comprendendosi senza parlare, se prima c’è stata una lunghissima vicinanza e tante, tante parole. (Santo Cerfeda)

E della vecchia signora vale la pena parlare?

E' inutile girarci attorno. Di sottofondo a questa domanda che mi pongo c'è ancora lei, la vecchia signora o più propriamente la morte, perché se non fossimo così sicuri della sua esistenza, nessuna domanda che comprenda il tempo sarebbe giustificata. Nessuna azione meriterebbe troppa attenzione, non dovendo passare sotto il giogo del ricordo, né sotto quello del giudizio altrui che a termine vita costituisce l'eredità lasciata di noi stessi. Né ci porremo speranze di sopravvivenza dopo di essa, né avremmo costruito filosofie e religioni atte a farci sperare di rivivere ancora. La spinta alla vita che ci sprona verso il superamento del male, del dolore, alla ricerca della pace e della serenità, è forse scritta in qualche zona del nostro encefalo, che tradiamo, quando incapaci di sopportare oltre, pensiamo a lei come una liberazione. E varrà la pena chiedersi cosa vale o non vale la pena? In alcune giornate quando assale l'inutilità di quanto fatto e sperato, anche la domanda posta perde gran parte del suo significato o ci porta a dire: niente. Anche se niente significa non vivere, non entusiasmarsi per nulla, o rivolgere l’attenzione al profondo per cercare antichi motivi di interesse e inutili nuove aspettative. Significa depressione o anche vecchiaia, specie se confrontata col sorriso delle giovani generazioni, con la loro corsa verso il futuro che invece alla mia età rallento per trascinarlo più a lungo possibile e perché poi? Si affaccia più che mai attuale la domanda mentre corro nella croce rossa all’ospedale dal quale non so se uscirò viva. E’ accaduto quattro volte: l’ultima la notte scorsa per una forma di possibile soffocamento unito a una ipertensione pericolosissima per il mio cuore malato. Pensavo se avevo lasciato tutto in ordine, come se non avessi più potuto tornare, ma con una rassegnazione e una calma che mi preparava a tutto. E la risposta era sì, lo avevo fatto, mentre non più autonoma e incapace di guarire da sola, mi affidavo ai medici. Per assurdo la sofferenza molto più della felicità sprona alla ricerca di risposte e di alternative per sfuggire al dolore, perché vale certamente la pena difendersi dalle situazioni troppo dolorose e semmai ricordare cosa abbiamo imparato da esse. “Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo la chiama farfalla”.( Lao Tzu) Più propriamente, l'uomo durante il tempo del mito deve gradualmente abituarsi al fenomeno inquietante della morte, a quella del sole al tramonto, della morte dei vegetali e degli animali, della morte altrui. In questo tempo una prima difesa consiste nel credere nel ritorno dei morti, come ancora speriamo a volte. Poi la intendiamo nel suo significato tremendo come l'andare nel nulla assoluto e definitivo, quel nulla da cui non si ritorna, mentre continuiamo erroneamente a sperare che il destino di ogni cosa, dalle più umili alle più alte, sia quello di essere eterna. Per questo sono qui a ricordare le piccole cose della nonna, di mia madre, di mio figlio, per salvarle dal nulla nel quale precipiterebbero inesorabili senza il mio ricordo. Le cose che mi hanno lasciato sono anche simboli di ciò che loro rappresentano per me o li hanno rappresentati sia nel bene che nel male. La nonna Emma avrà certo saputo che valeva la pena allevare tre figli da sola, mia madre pure avrà avuto la certezza che valeva la pena allevarne cinque, vedova a trentasei anni e senza possibilità entrambe. Ciò che le ha sorrette è stata la necessità di provvedere ai loro bambini e l'amore. Forse "solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare." (Charles Bukowski). So che questo scritto ha per me anche lo scopo di fare vivere ancora in chi lo leggerà le persone che cito, perché come disse qualcuno, la persona muore con l’ultimo ricordo.

Rinascere. 17)

La Vecchia Signora, vestita di nero, era passata di là a reclamare la sua vittima e non si era accontentata di un piccolo passero, aveva portato via anche la sua anima. La vita come movimento, come scopi da raggiungere, come senso, non c'era più, non la sentivo scorrere nelle vene; qualcosa era veramente annegato in quella piscina all'Hotel Ulisse di Djerba a mezzogiorno del 5 giugno 1992. Ma forse ero stata chiamata a ripetere una scena che avevo già provata a tredici anni, quando stavo per annegare nel lago di Caldonazzo, conturbante per le analogie, le coincidenze, le modalità; di diverso c'era solo lo scenario e un’altra amica che mi salvava. Perché? Mi sembrava che quello che era stato salvato fosse di così scarso valore che forse lo sforzo non valeva la partita; la mia vita in quel momento non era necessaria nemmeno a me stessa e tanto poco agli altri. Era vivere accorgersi di respirare, di avere fame, ma provare un tiepido gusto per il cibo, procurarsi un piacere mentale di leggere, a letto un orgasmo meccanico e toccare quasi con mano una barriera impenetrabile tra sé e la natura, tra sé e gli affetti? Viva, dovevo curare un infarto emotivo come un dovere del sopravvissuto che sente un debito di riconoscenza verso chi, credendo nel valore della vita, gliel'aveva salvata. Prima che scoccassero quei lunghissimi minuti di morte, ero certa di voler vivere, perché altrimenti avrei chiesto aiuto? Sentivo che non ce l'avrei fatta da sola, l'acqua azzurra era diventata un mare tempestoso, la riva un approdo irraggiungibile, l'angoscia mi aveva impedito di decidere se andare avanti, indietro, a destra o a sinistra. Era come delegare a un altro il proprio destino. Avevo cessato di compiere un qualsiasi movimento che potesse mantenermi a galla e mentre andavo sotto in apnea un unico pensiero mi si era bloccato nella mente: "Lei mi salverà." Fu proprio il pensiero a immobilizzarmi, quasi un assurdo assioma personale che non permetteva revisioni: "Dove l'acqua è alta io muoio". La risposta emotiva a questo comandamento era l'angoscia paralizzante e non la difesa o la fuga. In realtà avrei avuto certamente la forza fisica di raggiungere con altre tre bracciate il bordo della piscina, ma la sicurezza nelle mie capacità in simili frangenti era annullata dal pensiero primo che mi avvisava solo della morte certa. Che l'amica rispondesse al mio grido d'aiuto era più una speranza che una certezza, certo era una delega, forse una prova, come se una voce lontana mi avesse imposto una verifica di valore. Già sott'acqua, senza respirare, con negli occhi l'azzurro terrificante del fondo, mi sentii afferrare per un braccio e a quella mano mi abbandonai fiduciosa.

Lei mi trascinò verso il bordo, dove mi aggrappai per uscire con la forza della disperazione. Poi, con il primo respiro fuori dall'acqua, ebbi per la terza volta la sensazione di vivere di nuovo. Certo non ricordavo il momento della nascita, anche se pensavo che in qualche andito della memoria dovesse pur essere stato impresso, ma ricordavo il secondo: anche allora era un uscire verso la vita e sentire il sole oltre le palpebre abbassate, il corpo bagnato e tremante, l'aria che entrava a fatica in un accesso di tosse e tante persone attorno che volevano aiutarmi. Era come se fossi tornata da un luogo senza tempo, dal buio, dal freddo, dal non amore. Era quella la morte?

Rividi la Vecchia Signora aggirarsi sul bordo della piscina, insoddisfatta e inquieta, mentre all'ombra di una palma cercavo di ricomporre quello che era rimasto di me stessa. Avevo paura. Non sarei riuscita io, come fece l’amica, a rincorrere un gatto che aveva afferrato un piccolo passero, caduto dal nido. Intimorito dall’intervento vivace, il gatto lo aveva lasciato e dopo un po’ lo aveva di nuovo azzannato, mentre dall’albero e intorno accorrevano in picchiata in un inutile difesa altri passeri. La seconda volta fu fatale all’uccellino. Dovetti pensare alla morte per venti interminabili minuti, tanto durò l'agonia sola di quella piccola creatura che venne a rifugiarsi accanto a me, tra la palma e la borsa da spiaggia, a mezzo metro dal mio viso. Se esiste una forma di telepatia tra esseri umani e animali, quel piccolo passero spaurito e morente deve aver sentito una partecipazione intensa al suo soffrire, perché con il pensiero io respiravo con lui, con il desiderio lo aiutavo a vivere, con un po' di rimorso mi sembrava che scontasse una pena immeritata al posto mio. Fra tanti pensieri che affollavano la mia mente, uno riemergeva, sempre uguale:" Che significato ha la vita?" Anche quella del passero, stroncata al primo tentativo di volo, promessa e tolta due volte; ma avevo troppo mal di testa per esprimere in un qualsivoglia concetto idee filosofiche al riguardo. Sentivo solo il dovere di restare accanto a lui finché non se ne fosse andato. I passeri continuarono a chiamarlo fino a poco prima che cessasse di respirare, anche loro erano disperati e forse avevano paura di me, così vicina a quel corpicino che ansimava sempre più piano. Mi ritirai nella mia stanza. Mi distesi sul letto, provai più e più volte a rilassarmi, avendo cura di allontanare la scena che mi aveva vista protagonista del mio terrore e delle mia incapacità; mi concentrai sull'unica cosa viva che ero certa di avere: il mio corpo. Calmai il battito del cuore e con esso attutii il pulsare delle vene nella testa. Respirai profondamente finché lacrime liberatorie non sciolsero pian piano il nodo alla gola dove era concentrata la paura e la pena. Mi ricomposi e scesi per il pranzo. Eppure, a saperlo interpretare, era stato un evento annunciato da una serie di impalpabili coincidenze sincroniche. La sera precedente avevo fatto i Tarocchi alle amiche e quando se ne furono andate, avevo scelto io pure quattro carte per leggere nel mio futuro, una era la torre, la più brutta carta del mazzo che presagisce disgrazie, rovine, morte. Venni a sapere che la notte precedente all’accaduto mia madre, a chilometri di distanza, aveva sognato che sua figlia annegava, ma veniva salvata; io stessa mi era svegliata di soprassalto con la netta immagine del mio gatto che mi era saltato in grembo, come ad avvisarmi di un pericolo. E poi al mattino, mentre girovagavo con l’amica per Midoun, avevo avvertito un senso vago di estraneità, di insicurezza, di indefinito e di lontano che mi avevano fatta sentire non a mio agio, non in sintonia con l'ambiente e il luogo e che mi avevano portata a seguire l'amica, tanto sicura di sé, tra viuzze e bancarelle. Fu proprio il seguirla per tante ore che mi portò a compiere il primo errore di quel venerdì, quando a mezzogiorno entrai in piscina a cercare refrigerio dal caldo sofferto. Dopo poche bracciate sul lato corto dove si tocca, pensai: "Ora seguo lei", dimenticando, secondo errore, che quel lato non era sicuro per me. Dimenticai anche la paura che avevo a nuotare nell'acqua alta, terzo errore inspiegabile, perché dopo il primo trauma, mai mi ero distratta tanto in acqua. Erano in realtà troppe le coincidenze negative che mi avevano portata verso quel pericolo di morte, per non pensare che operassero a mia insaputa forze estranee alla mia coscienza: o qualche motivo inconscio mi spingeva verso il suicidio, o quel salvataggio doveva avere un significato per me o per l’amica. Analizzai la prima ipotesi a lungo e le detti credito fino a quando, salvata, mi accorsi che comunque qualcosa in me era morto: sì, forse volevo annegare una parte di me, ma l'altra doveva ancora nascere; la nuova vita che forse con quell'evento era stata chiamata a partorire, ancora non era stata concepita, o non ne intravedevo l'esistenza. Ma la prima ipotesi non escludeva necessariamente la seconda, perché forse volevo anche essere salvata da una donna, un'amica, come già era accaduto in un piccolo lago fra i monti della mia terra. In tal caso o era una coazione a ripetere il trauma antico per superarlo, oppure, sia per vivere che per rivivere, volevo che importasse a qualcuno. Se invece il significato apparteneva all'amica, io ero stata solo lo strumento di un destino che doveva compiersi. Questa ipotetica spiegazione era avvalorata dal fatto che quel giorno lei salvò me e per due volte cercò di salvare il passero. Sopravvivere è comunque sempre un evento di estrema importanza che fa riflettere e riempie di responsabilità nuova l'attimo che segue alla ripresa delle funzioni vitali. E' accorgersi a posteriori di aver giocato una partita e di aver vinto per una serie di piccoli eventi, non tutti dipendenti dalla nostra volontà, non completamente coscienti, né quelli che hanno portato al pericolo, né quelli che hanno dato la salvezza. E' sentirsi in balia del caso o del destino o di un angelo che protegge la nostra vita quando siamo abbastanza distratti per farlo noi. E' scoprire di essere fortunati e nello stesso tempo grati a qualcuno o a qualcosa che ci permette di continuare a vivere. E' trasformare all'improvviso una giornata nera in una giornata meravigliosa, che poteva non esserci. Così provai a godere uno per uno tutti quei beni che avevo e non avevo apprezzato fino a quel momento: gli occhi per immergere lo sguardo nell'azzurro del cielo e in quello più scuro del mare, le orecchie per sentirne il fragore, affascinante e minaccioso, le narici dilatate a coglierne l'odore salmastro e forte, la pelle, accarezzata dal vento caldo, protesa a lasciare che vi rientri la vita. Perché è meraviglioso risentirsi vivi. "Forse bisogna pensarla la morte, per apprezzare di più la vita", mi dissi, mentre mi incamminavo verso la riva a passi leggeri, toccando appena la sabbia dorata e impalpabile, ed era come se muovessi i primi passi, come se fossi di nuovo bambina e andassi a cercare sassolini e conchiglie per farne un tesoro. Tutto poteva ancora accadere, tutto poteva avere ancora significato. Mi sentii nuova dentro, anche se piccola, e capii che non dovevo né vivere come prima, né rivivere come avevo fatto fino a quel giorno. Dovevo cambiare con gioia l'approccio alla vita, perché ogni giorno, ogni istante era ormai un dono e non potevo proprio sciuparlo. Faticosamente, prima solo con la mente, provai a pormi l'obbiettivo di godere ogni istante, poi investii il mio corpo dello stesso scopo e mi accorsi di quanto fosse meraviglioso, di come rispondesse alla chiamata, in sintonia con la mente; infine lasciai che le sensazioni diventassero emozioni semplici, ma, a saperle ascoltare, importanti e significative. Mi accorsi, quasi all'improvviso, come diversamente la vita poteva essere vissuta e, pur continuando spavaldamente a ritenermi immortale, provai a considerare ogni giorno come l'ultimo e a giudicare l'importanza di ogni evento dall'alto del letto di morte: tutto aveva un'altro valore e soprattutto un ben diverso sapore. Dopo quasi un anno, passata la paura e l'angoscia, riuscii a considerare positivo quel mancato annegamento, riconobbi che fu veramente in fondo una specie di morte psichica di quella parte di me che, protesa verso sogni e speranze, dimenticava di cogliere nel presente il frutto dell'esperienza, e andava nel rimpianto lamentandosi del passato trascorso. Fu così che cominciai ad amare veramente, non solo gli esseri umani, ma gli animali, i fiori, il cielo, il vento, la pioggia, l'aria, il caldo, il sole, me stessa, senza sentirmi in diritto di avere gratuitamente dalla vita quello che ora ero perfettamente in grado di apprezzare, perché già lo avevo dentro di me come una nuova capacità. Pensai che un tesoro così prezioso meritava di essere comunicato ad altri, ma che soprattutto andava insegnato ai bambini, al posto di egoismi e violenza di cui sono imbevuti i messaggi che raggiungono la mente curiosa e duttile dell'infanzia.

La perdita.

Mi risponde Anna Rebecchi. Tu scrivi: “C’è l’ansia e la paura di arrivare dove arrivano tutti comunque, e senza la possibilità di portare con noi quello che valeva la pena, perché l'ultimo vestito non ha tasche, come recita un proverbio tedesco." Ma l'ultimo vestito non deve avere tasche, quel che se ne va è la nostra essenza, mutata da tutte le esperienze di questo giro e non servono tasche. Tutto quel che è stato ce lo portiamo, siamo noi il cambiamento, siamo noi il tempo. E qui si pone una questione: siamo solo un corpo senza futuro, un ammasso meccanico-biochimico che cammina di qua e di là, oppure siamo qualcosa che partecipa alla vita e possiede uno spirito? A volte penso che ci sarà altra vita, dopo questa, soltanto per quelli che se la immaginano profondamente, mi sembra che i nostri pensieri e le nostre immagini di energia possano influenzare piani così diversi e pazzeschi.

L'ultimo presente

Aspetta.
Aspetta,
ti prego, aspetta.
Non stringere così forte il tuo guanto nero sul mio cuore.
Ancora qualche battito, ancora un sogno, o almeno un ricordo.
Devo ritrovare le albe lontane nei miei occhi blu di bambina,
e il profumo del lillà a primavera,
la carezza ruvida del nonno, e il seno di mia madre,
la fragranza del pane caldo.
Qualcuno che mi chiama per la merenda.

Aspetta,
ti prego, aspetta.
Devo riavere il sapore del primo bacio,
il brivido umido del mio corpo di ragazza che diventa donna,
sul verde tenero dell'erba nuova
e l'odore dell'uomo che mi avvolge.

E i sogni.
I sogni.
Stelle frementi nell'acqua del lago,
gocce azzurre di cielo su petali di magnolia.
Volo di rondini impazzite di gioia.
E l’infinito dentro che trasuda
dai pori della mia pelle dilatata

E la pace.
La pace del cuore
appagato dalla vita data a un bambino,
del suo sonno sicuro tra le mie braccia.
Quella del crepuscolo rosa dopo la tempesta,
dell'arcobaleno dopo la pioggia,
dell'ultima sigaretta con lui.

E il Senso.
Il Senso
colto sulla vetta raggiunta in un incontro
e nelle valli silenziose della solitudine.

E ora,
Vecchia Signora,
stringi più forte nel tuo guanto nero il mio vecchio cuore.
Vedi? Ha vissuto.
Esce ancora amore.

Sarò se ne è andato.

Il tempo si è guastato. I giorni non sono più fatti di ore e di minuti, ma tutto giostra intorno a un evento drammatico che si beve albe e tramonti come un angosciato, amaro intruglio di erbe cattive. Spaesata mi aggiro per casa senza meta, un po' alla ricerca di una presenza che se ne non c’è più, un po' a cancellarne le tracce per dimenticarla. E mentre ripongo le sue povere cose, ancora impregnate del suo odore, mi attardo ad annusare le ultime tracce del suo sostare tra le pareti della nostra casa. La mente, offesa dall'irrazionale violenza, è incapace di farsene una ragione e barcolla, invasa da un cupo dolore che si materializza inesorabile a livello del cuore. Non posso piangere. Si insinua a tratti uno scrupolo: potevo evitarlo? Forse, se avessi capito, se avessi insistito, se gli fossi stata più vicino in quelli che non sapevo fossero i suoi ultimi giorni, se lo avessi tenuto fra le braccia al momento del trapasso. Invece era senza di me a lottare con la chirurgia, con l'anestesia che non voleva, con la morte. Come si è vili al momento di lasciare un amore. Corro ai ripari lacerata e pongo il suo ritratto in una cornice. Dipingo, sublimandola, la sua fine, come avrei voluto che fosse: avvolto dalla mia carezza, vicino a una finestra, aperta all'angelo che l'ha portato via. Sul fondo una indefinita, sinistra sagoma di morte e striature di rosso. Ed è forse un'altra forma di viltà il ricercare parole per dare un significato al vissuto. Questo dolore, così ancestrale non trova parole che non siano in parte mistificazione, quasi impudicizia. Il valore di un termine metaforicamente più vicino a quanto provo è anima, anima della mia casa, anima della mia anima. Qualcosa di insito in me che non sapevo avesse messo radici così profonde, qualcosa che avevo dato per scontato, rasente alla mia essenza e che ora scopro più grande. Il mio pensiero materializza la sua presenza in una forma allucinatoria che allude alla follia: lo sento passare, lo avverto dormire di là e gli parlo, come indugiasse tra le mura che ha amato, prima di andarsene per sempre. Anche quando morì la nonna Emma risentii per tanti giorni il suo rantolo agonico nella sua stanza. Ritengo stupidamente che se smetto di pensarlo, lui possa andarsene e così non mi distraggo per trattenerlo. E' passato più di un mese, il dolore è diventato mancanza pacata, nostalgia, affettuoso ricordo. Sì il tempo è misericordioso a volte. Ho piantato un'altra croce nel mio cuore, dove riposano le persone che ho amato e perduto, dove giacciono anche i sogni infranti, le speranze ingiallite, le lacrime non versate, l'amore non ricambiato. Cimitero della mia memoria nel quale affondano le radici possenti dei miei inesauditi desideri. Stroncato il legame, resta lo spazio vuoto da riempire per sé e il tempo da impiegare al posto delle cure; non dovrò più correre a casa perché lui mi aspetta. Che baratto meschino: preferivo non avere questa nuova libertà, se mi è tolta la sua presenza, il suo saluto al rientro, le carezze che potevo dargli, la sua fusione con quella parte di me a cui piace dedicarsi a un essere che ha bisogno. Ogni perdita è sommata alle altre e probabilmente anche la sofferenza che comporta viene sommata.

La processione.

Chissà che quella estenuante processione del Rosario per le vie del mio paese con sulle braccia un agnello di legno, troppo pesante per una bambina di otto anni, che mi faceva venire i crampi e che ho portato fino alla Chiesa da cui era partita la sfilata durata ore, non abbia contribuito a rendermi laica dodici anni dopo. Certo mi ha allenata a una resistenza al dolore e a un conflitto tra due possibilità: resistere o lasciare. Ma se lo avessi deposto quell’agnello, sarei forse stata capace di ribellarmi anni e anni dopo? Forse. O forse mi avevano già condizionata perché non riuscissi a farlo. Credo che l'agnello abbia rappresentato il mio rapporto con la religione, non solo, ho continuato a resistere al dolore, anche quando non ne potevo più, come ora, e ancora cercando spiegazioni che in realtà hanno l’unico scopo di farmi sentire forte, ma anche di esserlo in realtà. Il conflitto con Dio si manifestò eclatante a diciassette anni, quando in due mesi persi la nonna e il padre. Resistetti per un anno in una lotta che cercava soluzioni nella lettura dei vangeli, in profonde discussioni con preti e teologi e poi lasciai quel peso, senza capire il significato della sofferenza e con esso lasciai Dio. Simbolicamente deposi l’agnello e me ne andai, costruendo la mia morale su principi etici che non avevano bisogno della religione per orientarmi nella via.

La preghiera.

Ho scoperto a cosa serve la preghiera: quando da soli non ce la facciamo a superare le difficoltà, allora chi crede prega una irreale entità che per lui agisca o provveda. Ma pregare è sperare. Anche la preghiera di altri per noi è speranza, in più è un dono affettuoso che parte dal pensiero di chi ci è amico. Ringrazio sempre chi prega per me, adducendo la motivazione che è un’energia positiva che l'amico mi invia e se non serve a risolvere situazioni dolorose, serve a sentirsi amato e non più tanto soli. Ma serve anche ad ammettere la nostra incapacità ad accettare la fragilità delle nostre pur grandi capacità di soffrire e quelle ancora più grandi di vivere malgrado tutto. Una forma di preghiera è esposta mirabilmente nel libro di Ronda Byrne: Il segreto, nel quale si sviluppano i principi di molti grandi uomini che hanno raggiunto tutto quello che desideravano, appellandosi a una richiesta inviata all’Universo come primo passo, a una fede incrollabile che l’Universo risponda, a un’azione volta non solo a non ostacolare il processo, ma tesa soprattutto a cambiare paradigma, superando i condizionamenti che ci provengono dal passato e dall’inconscio, autori di quasi tutti i nostri comportamenti attuali. A sera prima di addormentarmi invio una preghiera laica, come oso chiamarla, a chi ha bisogno di salute o di pace: pronuncio mentalmente il suo nome e mando affetto.

Ibisco.

Avrà 8-9 anni. In tardo autunno lo porto in casa perché non sopporterebbe i rigori dell’inverno sul mio poggiolo. Ieri mi ha fatto il regalo di un fiore splendido, sproporzionato alle capacità dei suoi rami e delle sue foglie, ogni anno più piccole. Oggi si è rattrappito e poi è caduto come sfinito dalla fatica, ho pensato. Ho ringraziato questa vecchia pianta, obbligata a vivere in un vaso, lontana dai climi caldi dove cresce rigogliosa: mi ha insegnato che per lei è valsa la pena fare un tale sforzo per un giorno di vita del suo fiore.

ibisco

E' nato un fiore d’oro
nel mio povero giardino,
i petali si sono aperti al sole,
ma non vedrà la sera.

Pillole di saggezza.

“Ognuna di noi ha una storia da raccontare. Se le mettiamo a confronto, in tutte ci sono momenti belli, difficili, dolorosi, felici, motivanti, bui, lucenti, pieni di speranza e di speranze deluse. E potrei scrivere all’infinito, inserendo etichette di ogni genere che tutte , prima o poi, spuntiamo sul tabellone della vita. Tutto comincia da te, dalle notti insonni, dal girare intorno alla stessa storia molte volte come una trottola che sembra non fermarsi mai. E ne vale la pena perché, presto o tardi, la strada per uscirne la trovi, se hai la volontà di cercarla. La sola medicina per guarire ogni male è la volontà di non cedere alle lusinghe di una gabbia dorata: il prezzo da pagare per uscirne potrebbe essere molto alto.”18)

Presto vedrai, il giorno sta scomparendo e sta arrivando la notte. Come è passato il giorno, passerà anche la note (Lao Tzu Discorsi sul Tao Te Ching) Cosa c’è di brutto nella felicità? L’eccitamento, perché ogni forma di eccitamento stanca, l’eccitamento è una dispersione di energia, l’eccitamento è una febbre. Cosa c’è di bello nella tristezza? La profondità. La tristezza è profondissima. La tristezza possiede una sua particolare sobrietà. La tristezza possiede un sentimento intenso e profondo, la sensazione di una valle silente e penetrante.

“In fondo la mia filosofia sulla morte è proprio semplice (quasi sempliciotta?) anche se mi ci sono voluti anni per riconoscerla, mi fido ad esportela certa della tua benevolenza (sigh!): quello che importa e vale sia per vivere che per morire è sapere di avere dato tutto il possibile in ogni situazione, senza avarizia di sé (né di mente, né di spirito, né di corpo), senza confondere la prudenza con la paura; questo prescinde dal successo sociale delle azioni, il rimorso ed il rimpianto nascono quando si sente di non aver dato quel che si poteva. Quando ci si riesce si è pronti sia a vivere che a morire, non c'è differenza di utilizzo! Oggi pensavo a Prospero nella «Tempesta»: «Noi siamo della sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra stessa vita non è altro che un sogno». (Anna Rebecchi)

Dopo quanto elaborato, posso ancora sperare, anche se nessuno mi ripaga di una mancanza irreversibile, di una gioia solo intravista, interrotta sul nascere, di un dolore così a lungo sofferto. “Quando cade la sera, dimentica la tua sofferenza. E quando l’anno è passato, dimentica… e alla fine dimentica la tua intera vita di sofferenza, allora avrai sofferto una volta sola.” (Kierkegard). Come tante altre madri, posso cercare di sopravvivere o meglio sarebbe dire vivere sopra il dolore. Si può!

Ha sorriso, ho sorriso. Valeva la pena.

CITAZIONI
I parte
1. Raimon Panikkar La dimora della saggezza. Pag. 97
2. Ungaretti. Vita di un uomo pag.22
3) Enest Hemingway in OatesbJoyce Carol (Storia di una vedova. Pag. 317)
II parte
4) Gianfranco Gramola 15 gennaio su Facebook
5) Trento, palazzo Consolati, sabato 4 luglio 2009
6)Pessoa F. Il libro dell’inquietudine Pag 156
III Parte
7) Leonidas Donskis. In Amore per l’odio. L’oppio dei popoli pag. 31
8) Peter Hoffmann: Gli ingranaggi di Dio, pag. 299
9) Eric Kandel: L’età dell’inconscio
10)Peter Hoffmann: Gli ingranaggi di Dio, pag. 299
11) Julian Barnes: Intervista
12) Peter Hoffmann: Gli ingranaggi di Dio, pag. 299
13) Clarissa Pinkola Estés: Donne che corrono coi lupi. pag. 182
14) Tratto da Albert Eistein“Il mondo come io lo vedo”1931.
15) Paul Davies I misteri del tempo pag. 186. IV Parte
16) Julian Barnes: Intervista
17) Corradi Carla: Un caffè macchiato freddo pag 59
18) Clarissa Pinkola Estés: Donne che corrono coi lupi. pag. 182

Inchiesta sul tema:

ho chiesto agli amici cosa vale la pena per loro.
1 divertirsi
2 avere la speranza 2X
3 niente 2X
4 amare 3X
5 una vera amicizia 4X
6 l'amore in tutte le sue forme (piante, animali umani)
7 la ricerca della felicità
8 la cura dei figli
9 star bene
10 la doccia del mattino
11 non prendersela per niente
12 vivere 5X. Vivere per prima cosa. Poi c’è una graduatoria
13 perdonare
14 sapere cosa fare domani
15 tutto, perché è storia
16 avere un amore
18 essere contenti di quello che si ha e non desiderare il superfluo
19 raggiungere il traguardo prefissato.
20 rimettersi sempre in gioco, non si sa mai
21 avere la salute
22 vivere, sorridere, viaggiare
23 non rinunciare alle proprie idee
24 vivere felici
25 avere momenti per stare a pensare da sola con me stessa
26 amare i piccoli nipoti
27 aprire la finestra ogni mattina e guardare i fiori che prima o poi rinasceranno
27 pensare solo a se stessi
30 vale la pena chiedere aiuto quando se ne ha bisogno...vale la pena cercare qualcuno che accolga il punto esclamativo di un grido senza suono, vale la pena lasciare ciò che lacera e lottare per non disgregare il proprio cuore, vale la pena lasciare liberi i propri talenti di crescere e i propri figli di amare come la vita detta loro di fare.
31 nascere..inseguire un sogno .....vivere
32 far del bene, essere ottimisti
33 ascoltare il concerto n. 2 di Brams
34 sentirmi in sintonia con chi mi relaziono
35 non vale la pena sposarsi e avere figli 36 vivere per amare
37 avere un equilibrio interiore
38 non pensare troppo al passato, né al futuro. Carpe diem.
39 prendere in esame "il perché del male". Io sono giunta a comprendere che per me sia meglio trovare la forza di "abbracciarlo", senza più trovare un perché e senza provare a evitarlo in qualsiasi modo...questo assolutamente senza accettazione supina, quanto semmai con l'opposizione del bene.
40 amare la sposa.
41 un sorriso
42 la gratitudine
43 amare l’ arte, specie la VII.

NOTE
Controtransfert
Interpretazione freudiana La prima definizione di "controtransfert" ("Gegenübertragung"), nella storia della psicoanalisi, fu formulata nel 1909 da Freud in una lettera inviata a Carl Gustav Jung, in occasione della stesura di una relazione di studi e di sperimentazioni, che precedette di pochi mesi la ufficializzazione del fenomeno nuovo avvenuta nel marzo del 1910 nel corso dei lavori del secondo Congresso internazionale di psicoanalisi, dove affermò:[1] «insorge nel medico per l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci». Freud scoprì che l'origine di questa controtraslazione fosse rintracciabile in qualche conflitto inconscio non risolto e quindi considerò il "controtransfert" come una lacuna ("macchia cieca") da parte dell'analista, che ostacola l'analisi[1]. Tuttavia nel campo analitico si svolgono eventi che non possono venire considerati una risposta dell’analista ad una proiezione del paziente: ci sono dei momenti in cui è l’analista a dare inizio ad una sequenza interattiva; del resto Freud stesso già nel '21 affermava a proposito della proiezione di parti di sé del paziente nell’analista: «certamente è così; ma non proiettano per così dire nel vuoto, dove non trovano nulla di somigliante; invero si lasciano guidare dalla loro conoscenza dell’inconscio e spostano sull’inconscio delle altre persone l’attenzione che hanno stornato dal proprio». Secondo l'interpretazione freudiana l'analisi non è un’interazione tra una persona malata ed una sana, bensì quella tra due personalità, ognuna delle quali è costituita da un io pressato dall’es, dal super-io e dal mondo esterno; ognuna delle due dipende dal mondo interno e dal mondo esterno, sviluppa ansie e difese patologiche, contiene anche un lato bambino con i suoi genitori interni e reagisce dinamicamente ad ogni atto, gestuale, verbale, emozionale, insito nel rapporto psicoterapeutico. C. Rocchi riprese l'intuizione suggerita da Fosshage (1995) sul "controtransfert" definendolo "l’esperienza che l’analista ha del paziente", ovvero la manifestazione della realtà psichica dell’analista conseguente all'analisi e dell'influsso del paziente. Interpretazione jungiana Secondo l'interpretazione jungiana il "controtransfert" e ovviamente anche il transfert non si manifestano solamente nel rapporto tra lo psicoterapeuta ed il paziente, ma anche nelle relazioni sociali e interpersonali come quelle tra maestro e allievo, tra sacerdote e adepto, tra genitore e figli.[2] Grazie ad una corretta interpretazione del sentimento di "controtransfert" è possibile recuperare informazioni sulle dinamiche profonde del paziente, altrimenti, difficilmente reperibili. Nel caso di un rapporto tra uno psicoterapeuta ed un paziente, il "controtransfert" è contraddistinto da una maggiore dose di consapevolezza da parte del terapeuta sulla natura delle sue emozioni provate nel rapporto con il paziente, delle sue paure come quella di deludere il paziente, di essere banale e così via. Quindi lo psicoterapeuta deve attentamente vagliare gli effetti che la sua presenza, le sue parole, i suoi atteggiamenti suscitano in questo scambio di sentimenti reciproco.[3] La conseguenza più importante del "controtransfert" risulta essere la manifestazione di empatia, che consente al paziente di sentirsi compreso e accolto e allo psicoterapeuta di immedesimarsi con lo stato di animo del paziente; per raggiungere questo obiettivo il terapeuta deve, almeno in un primo tempo, rinunciare ad alcune sue necessità metodologiche e teoriche per ascoltare il paziente in una condizione mentale libera da pregiudizi e da presupposti "tecnici".[4] Differentemente dal paziente che può sfruttare l'analisi per "liberare" sentimenti e idee anche fortemente negative sul conto dello psicoterapeuta, quest'ultimo invece non può amare o odiare il suo interlocutore, poiché deve assumere contemporaneamente il ruolo di osservatore e osservato, immerso per metà nel mondo psichico del paziente e per metà ben fuori.)
Simbolo.
Il simbolo è un elemento della comunicazione, che esprime contenuti di significato ideale dei quali esso diventa il significante, nel simbolo l'oggetto simbolizzato è simile alla sua espressione simbolica così come accade allo stesso modo con l'analogia René Alleau, una società senza simboli non può evitare di cadere al livello delle società infraumane, poiché la funzione simbolica è un modo di stabilire una relazione tra il sensibile e il sovrasensibile, sulla interpretazione dei simboli e sul loro impiego da sempre gli uomini sono divisi Il simbolo può essere di due tipi: convenzionale, in virtù di una convenzione sociale; analogico, capace di evocare una relazione tra un oggetto concreto e un'immagine mentale. Ad esempio, il linguaggio parlato consiste di distinti elementi uditivi adoperati per rappresentare concetti simbolici (parole) e disposti in un ordine che precisa ulteriormente il loro significato. I simboli possiedono un forte carattere intersoggettivo, in quanto sono condivisi da un gruppo sociale o da una comunità culturale, politica, religiosa. Il simbolo quindi con un significato immediato contenuto al suo interno si può dire abbia una valenza metafisica nascosta espressa da un intimo rapporto tra la raffigurazione sensibile espressa nel simbolo e la sua valenza ideale.
Sinèddoche
 s. f. [dal lat. synecdŏche, gr. συνεκδοχή, der. di συνεκδέχομαι «comprendere più cose insieme»]. – Procedimento linguistico espressivo, e figura della retorica tradizionale, che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità intesa come maggiore o minore estensione, usando per es. il nome della parte per quello del tutto o viceversa (prora o vela per nave; vitello per pelle di vitello), il nome del genere per quello della specie o viceversa (mortali per uomini; felino per gatto), o anche un termine al singolare invece che al plurale o viceversa.
Resilienza.
Che cosa permette di reagire di fronte alle situazioni di sofferenza, da quelle più gravi, come una guerra, una alluvione, un terremoto, a quelle più frequentemente riscontrabili quotidianamente, come il venire offesi, derisi, stigmatizzati? Che cose fa sì che due persone, poste nella medesima situazione, reagiscano con modalità differenti a tali sofferenze, chi in modo positivo e propositivo, chi in modo negativo, di totale chiusura e nichilismo? La risposta è: la 'resilienza'. Il concetto di resilienza (resiliency) è nato e si è sviluppato negli Stati Uniti e racchiude le idee di elasticità, vitalità, energia e buon umore. Si tratta di un processo, un insieme di fenomeni armoniosi grazie ai quali il soggetto si introduce in un contesto, affettivo, sociale e culturale. La resilienza non si acquisisce una volta per tutte, ma rappresenta un cammino da percorrere: l'esistenza è costellata da prove, ma la resilienza e l'elaborazione dei conflitti consentono, nonostante tutto, di continuare il proprio percorso di vita. Le risorse interne acquisiste fino al momento del trauma permettono di reagire ad esso: in modo particolare, risultano determinanti il possesso di un attaccamento sicuro ad una figura di riferimento, non sempre né necessariamente la madre, ed i comportamenti seduttivi, che consentono di essere benvoluti e in grado di riconoscere ed accettare gli aiuti che vengono offerti dall'esterno. Colui che non è riuscito a raggiungere tali acquisizioni fino a quel momento, potrà conseguirli successivamente, pur con maggiore lentezza, a condizione che l'ambiente circostante disponga intorno a lui qualche tutore di resilienza. La resilienza non è una qualità dell'individuo, ma un divenire, che inserisce lo sviluppo della persona in un contesto e imprime la sua storia in una cultura. Sono, dunque, l'evoluzione e la storicizzazione della persona ad essere resilienti, più che il soggetto in sé
Vicarianza
Come fanno i ciechi a “vedere” con gli altri sensi? Perché esercitare la manualità fa venire buone idee? Come funziona l’empatia? E perché ci piace inventare le storie? Che ci crediate o no, tutte queste cose si basano sulla “vicarianza”. Cos’è, da dove viene e come funziona ce lo spiega Alain Berhoz nel saggio La vicarianza, il nostro cervello creatore di mondi, edito da Codice. La vicarianza, è la proprietà che rende possibile la sostituzione di un meccanismo, o di un pro- cesso, con un altro meccanismo o processo che possa condurre allo stesso risultato. Come usare una zanzariera per scolare la pasta, o un coltello come cacciavite. E’ dunque ben più̀ di una semplice duplicazione: in questo senso è “inventrice”. È grazie alla vicarianza, per esempio, che l’evoluzione delle specie prende una direzione o un’altra. Come nel caso delle falene di Londra che, nel pieno della prima rivoluzione industriale, diventarono più scure per mimetizzarsi con il buio di una notte sempre più fumosa a causa delle scorie di carbone sospese nell’aria.  Nella storia dell’uomo la vicarianza ha giocato un ruolo persino più importante. È infatti proprio della nostra specie cercare di sopravvivere “travalicando la realtà̀, sfuggendo ai vincoli rigidi della norma, attingendo a nuove risorse di cui l’evoluzione ha dotato il nostro cervello per trovare soluzioni originali ai problemi che sorgono quando interagiamo con le forze ambientali o con gli altri”, per dirlo con le parole di Berhoz. La vicarianza, insomma, non solo è alla base della meccanica dell’evoluzione biologica, ma è anche la responsabile della fantasia, dell’astrazione, della curiosità, della creazione di tutti quei mondi possibili che hanno sostenuto la corsa dell’uomo verso il futuro. Un’altra caratteristica preziosa del concetto di vicarianza è il valore che questa dà alla diversità. Dalla diversità dei bisogni, delle aspirazioni e delle qualità di ognuno, infatti, vengono risposte diverse agli stessi problemi, aumentando così le chance di sopravvivenza della specie. Un esempio emblematico è quello della cosiddetta vicarianza sensoriale. Scrive l’autore: “gli organismi viventi hanno previsto la possibilità̀ di subire un deficit sensoriale, e hanno dunque moltiplicato la codificazione delle variabili per la percezione”. Questo vuol dire che quando un senso viene meno (la vista, per esempio) gli altri sensi cooperano fra loro per sopperire alla sua mancanza. Immaginate quante cose può insegnare un non vedente ai cosiddetti “normodotati”. Neurologicamente, inoltre, la vicarianza ci aiuta a imparare (imitando quello che vediamo), a immaginare nuovi modi di fare le cose (sviluppando modelli alternativi), a essere emotivamente più stabili (reindirizzando le nostre emozioni dopo la rottura di una relazione, per esempio), a interagire con le altre persone (tramite l’empatia), a ricordare persino. “Il nostro cervello non è pertanto un semplice simulatore che riproduce la realtà̀, come quelli di volo o di guida. Piuttosto è un emulatore di realtà”. Ed ecco spiegato il sottotitolo del saggio: la vicarianza come creatrice di scenari in mondi possibili. Dalla sociologia della rete (che viviamo quotidianamente coi nostri avatar online), alle frontiere della biologia, dalla teoria letteraria alle neuroscienze, sono molti i campi del sapere che possono trovare utile il concetto di vicarianza per ricordarci che la strada migliore, probabilmente, è quella che dobbiamo ancora percorrere
Violenza psichica.
La provocazione continua, l'offesa, la disistima, la derisione, la svalutazione, la coercizione, il ricatto, la minaccia, il silenzio, la privazione della libertà, la menzogna e il tradimento della fiducia riposta, l'isolamento, sono alcune forme in cui si manifesta la violenza psicologica, modi di agire, che nessuna legge punisce e che possono uccidere psichicamente una persona, distruggere, annientare, portare al suicidio, senza sporcarsi le mani con spargimento di sangue o almeno ferirla in modo grave e spesso irreversibile. La caratteristica fondamentale di questi comportamenti è la crudeltà esercitata dall'aggressore, il quale ben sa che lesioni fisiche potrebbero essere punibili come reato. I metodi che mette in atto chi decide di annientare un essere umano sono molto subdoli e mirano prima di tutto ad anestetizzare la vittima designata in modo che non possa reagire. Spesso, specie nell'ambito familiare, con essa si è prima instaurato un legame affettivo, per cui è già difficile individuare il limite sottile che separa un rapporto funzionante ancora da quello decisamente patologico. L'aggressore manda spesso messaggi contrastanti nel senso che dice una cosa e ne pensa un'altra (doppio legame), mettendo in questo modo l'oggetto delle sue manovre in uno stato di confusione e nell'incapacità a capire cosa sta succedendo. Né la vittima ha la possibilità di chiarire, perché l'interruzione della comunicazione bilaterale è un'altra delle manovre che l'aggressore instaura. Subentra così il senso di colpa di chi inizia a subire e con esso un tentativo di perfezionismo per cercare di spostare o annullare il bersaglio. Se tenta una reazione, dopo un periodo lungo di esasperazione, allora viene accusata di essere cattiva o malata. Ho esercitato la psicoterapia per trent'anni e molte volte mi sono trovata verificare quanto peso abbiano dovuto nei miei clienti i comportamenti sopra elencati, quanto siano stati causa del mare dell'anima e quanto abbiano intaccato la gioia di vivere e di crescere. Ho visto donne a cui fisicamente non era stato torto un capello, ma che erano state sistematicamente distrutte nella loro identità e nel loro ruolo di donne e di madri.  Ho aiutato donne che da bambine erano state violentate da padri, fratelli, parenti e amici e che hanno sempre taciuto, perché la colpa era stata fatta cadere su di loro, o il silenzio era stato estorto con la minaccia di alta violenza. Ho pure molto frequentemente curato il mal d'amore, come si dice, ma condito da menzogne, inganni, infedeltà, che sono aggravanti di una situazione già di per sé dolorosa. Spesso si strumentalizza proprio l'amore per prevaricare: l'amore materno che costringe a subire per proteggere i figli, l'amore del partner che non reagisce per non distruggere il rapporto, l'amore che tutto perdona e al quale tutto è richiesto, ma purtroppo anche l'amore del bambino per il genitore del quale ha bisogno e al quale non sa opporsi. La violenza psicologica è  causa di stati depressivi e anche di suicidi, perché la vittima è incapace di reagire, in quanto logorata. Ma  c'è soprattutto la vergogna di ammettere di essere trattati male, la paura a chiedere aiuto, per non subire un'altra violenza. La cosa che però mi sembra più grave è che ci siamo assuefatti, come se fossero comportamenti normali. Ritengo inoltre che anche nella violenza fisica ci sia una violenza psichica: nelle percosse, nelle lesioni, nello stupro e perfino nella tortura quello che fa veramente male è il significato psichico dell'azione, cioè l'avvertire di essere un oggetto nelle mani dell'aggressore teso a distruggerci l'anima.  Dove si esercita una violenza psicologica, sia l'ambiente familiare, sia il lavoro, sia l'esercito, le prigioni, la scuola, sempre il comune denominatore è la mancanza di una norma etica che porti a superare il mero egoismo, in favore di una responsabilità delle proprie azioni, e la mancanza del rispetto della persona umana e del suo diritto alla vita. Ma c'è pure l'ignoranza delle conseguenze che determinati traumi subiti provocano, specie se i comportamenti lesivi sono attuati più per un bisogno di sopraffazione che per una reale crudeltà mentale. Perché diverse sono le motivazioni che portano l'aggressore a distruggere: violenze subite nell'infanzia e non elaborate psichicamente trovano terreno fertile a che una persona da adulta cerchi di infliggere quello che ha subito per difendere la sua precaria identità. In queste persone già disturbate nel loro passato operano meccanismi inconsci che fanno in modo che l'autore sia incapace di sentirsi in colpa, di riconoscere la sua incapacità di soffrire o meglio di provare sentimenti positivi. Esse temono inoltre un coinvolgimento profondo e reale con un altro essere umano e pertanto lo designano come detentore di tutto il male che è in loro, lo colpevolizzano, lo distruggono per mantenere un equilibrio che ha bisogno di nutrirsi della vita di altre persone.  L'aggressore però non è sempre un perverso mentale e pertanto un malato, altrimenti dovrebbe essere solo curato e non punito. Spesso è una persona definita normale, ma solo cattiva e intelligente. Ci sono spesso le avvisaglie o i sintomi  che possono portare ad atti così estremi da parte della persona violenta e queste vanno cercate in gran parte nella psiche di ognuno, nelle sue modalità di risposta a una frustrazione che può essere la gelosia, la paura dell’abbandono, la perdita di identità e con essa  la caduta drammatica delle aspettative di un progetto di vita che è stato disatteso e per il quale non si riesce a trovare adattamenti, accettazione, capacità di ricominciare. (Articolo pubblicato nel ’98) http://digilander.libero.it/lallacorradi )